Maxiprocesso di Palermo è la denominazione che fu data, a livello giornalistico, a un processo penale celebrato a Palermo per crimini di mafia (ma il nome esatto dell'organizzazione criminale è Cosa nostra), tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa e altri.

Il maxiprocesso deve il proprio soprannome alle sue enormi proporzioni: in primo grado gli imputati erano 475 (poi scesi a 460 nel corso del processo), con circa 200 avvocati difensori.. Il processo di primo grado si concluse con pesanti condanne: 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. Dopo un articolato iter processuale tali condanne furono poi quasi tutte confermate dalla Corte di cassazione.. A quanto è dato sapere, si tratta del più grande processo penale mai celebrato al mondo..

Durò dal 10 febbraio 1986 (giorno di inizio del processo di primo grado) al 30 gennaio 1992 (giorno della sentenza finale della Corte di cassazione). Tuttavia spesso per "maxiprocesso" si intende il solo processo di primo grado, durato fino al 16 dicembre 1987.

Imputati principali (66/460)Giovanni Abbate, Giuseppe Abbate, Mario Abbate, Michele Abbenante, Mariano Agate, Gerlando Alberti, Leoluca Bagarella, Francesco Bonanno, Alfredo Bono, Giuseppe Bono, Giovanni Bontate, Bernardo Brusca, Giovanni Brusca,Tommaso Buscetta, Giuseppe Calò, Salvatore Cancemi, Benedetto Capizzi, Gaetano Carollo, Salvatore Ciulla, Salvatore Contorno, Salvatore Cucuzza, Salvatore Ercolano, Francesco Ferrera, Giuseppe Ferrera, Gaetano Fidanzati, Giuseppe Giacomo Gambino, Antonino Geraci, Gaetano Grado, Vincenzo Grado, Benedetto Graviano, Filippo Graviano, Giuseppe Graviano, Giuseppe Greco (classe 1952), Giuseppe Greco (classe 1953), Michele Greco, Giuseppe Guttadauro, Giuseppe Inzerillo, Santo Inzerillo, Koh Bak Kin, Luciano Leggio, Giuseppe Lucchese, Francesco Madonia, Giuseppe Madonia, Salvatore Madonia, Vittorio Mangano, Francesco Marino Mannoia, Filippo Marchese, Giuseppe Marchese, Salvatore Montalto, Settimo Mineo, Ignazio Motisi, Gaspare Mutolo, Mario Prestifilippo, Bernardo Provenzano, Vincenzo Puccio, Giovanbattista Pullarà, Ignazio Pullarà, Rosario Riccobono, Antonino Rotolo, Salvatore Riina, Ignazio Salvo, Benedetto Santapaola, Vincenzo Sinagra, Antonino Vernengo, Pietro Vernengo, Carmelo Zanca. Collaboratori di giustiziaTommaso Buscetta, Stefano Calzetta, Salvatore Contorno, Vincenzo Sinagra, Sebastiano Dattilo, Gennaro Totta, Koh Bak Kin, Rodolfo Azzoli, Salvatore Di Marco.Pena complessiva19 ergastoli e 2665 anni di reclusionePena comune10 anni di reclusione

Il contesto storico La situazione a Palermo

All'inizio degli anni ottanta in Sicilia imperversava la seconda guerra di mafia: la fazione dei Corleonesi, capeggiata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, e quella palermitana, guidata da Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti (di cui faceva parte anche Tommaso Buscetta, scappato in Brasile), si contendevano il dominio sul territorio, al punto che tra il 1981 e il 1984 vennero commessi circa 600 omicidi e la seconda fazione risultò perdente.

Anche numerosi uomini delle istituzioni italiane, che avevano tentato di combattere la mafia attraverso nuove leggi, indagini e azioni di Polizia, caddero sotto i colpi dell'organizzazione criminale; tra questi il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa (già noto generale dei Carabinieri), il segretario provinciale democristiano Michele Reina, il commissario di Polizia Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, il segretario regionale siciliano del PCI Pio La Torre, i Carabinieri Silvano Franzolin, Salvatore Raiti, Luigi Di Barca e molti altri ancora.

La nascita del pool antimafia

Per far fronte a una simile situazione, il primo a pensare che presso l'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo potesse essere istituita una squadra di giudici istruttori, che avrebbero lavorato in gruppo, fu il consigliere istruttore Rocco Chinnici. Nel luglio 1982 le indagini del commissario Ninni Cassarà e dei capitani dei Carabinieri Tito Baldo Honorati e Angiolo Pellegrini diedero origine al cosiddetto "Rapporto dei 162" (Greco Michele + 161), la prima grossa inchiesta sulla fazione dei Corleonesi che inquadrava sia i gruppi "perdenti" che i "vincenti" della guerra di mafia allora in corso, considerata l'embrione dell'ipotesi investigativa alla base del maxiprocesso; il rapporto venne trasmesso al procuratore capo Vincenzo Pajno (che lo assegnò ai sostituti Vincenzo Geraci e Alberto Di Pisa) e all'Ufficio istruzione, dove Chinnici lo affidò al giudice Giovanni Falcone, che nel giro di qualche mese iniziò a lavorare fianco a fianco con i colleghi della Procura Agata Consoli, Domenico Signorino e Giuseppe Ayala, titolari delle delicate inchieste sull'omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa e sulla strage della circonvallazione che si intersecavano inevitabilmente con quella sui 162 poiché una perizia compiuta da uno dei migliori esperti balistici italiani, il professor Marco Morin (consulente della Procura di Venezia), aveva dimostrato che per tutti questi delitti era stato usato un unico mitragliatore kalashnikov e quindi avevano esecutori in comune. Le indagini, che con il passare dei mesi si allargavano sempre di più, avevano dei tratti in comune anche con quella condotta da un altro giudice istruttore dello stesso ufficio, Paolo Borsellino, che riguardava l'omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso nel 1980 perché investigava sui rapporti tra i mafiosi di Corleone, Altofonte e Corso dei Mille.

Quando poi nel 1983 Cosa nostra uccise anche Chinnici, il giudice chiamato a sostituirlo, Antonino Caponnetto, decise di mantenere e ampliare l'organizzazione dell'ufficio voluta dal predecessore. Caponnetto si informò presso la Procura di Torino riguardo a come si fosse organizzata durante gli anni del terrorismo e decise infine di istituire presso l'ufficio istruzione un vero pool antimafia, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso. Lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso nel palermitano, e di conseguenza la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Caponnetto scelse, tra i giudici istruttori che meglio conosceva e dei quali riteneva di potersi fidare, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Questi avrebbero svolto tutte le indagini su Cosa nostra, coadiuvati dai sostituti procuratori Giuseppe Ayala, Domenico Signorino, Vincenzo Geraci, Alberto Di Pisa e Giusto Sciacchitano, il cui compito era inoltre quello di portare a processo come pubblici ministeri i risultati delle indagini del pool e ottenere le condanne.La mafia – 150 anni di storia e storie (Compact Disc), la Repubblica, 1998....

La fase istruttoria Il codice in vigore Il processo si svolse secondo il rito previsto dal Codice di procedura penale italiano del 1930Il Codice di procedura penale del 1930 fu sostituito nel 1989 dall'attuale Codice, ma continuò a essere applicato fino alla conclusione del processo (1992).. In sintesi, esso prevedeva che le indagini e la raccolta delle prove nei confronti degli indagati venissero effettuate in gran parte dal giudice istruttore. Altre indagini (di solito di minore importanza) erano svolte dal Pubblico ministero.

Conclusa tale attività, il giudice istruttore, in base al materiale probatorio raccolto, tramite un'ordinanza-sentenza poteva disporre il proscioglimento oppure il rinvio a giudizio di ogni indagato. In questo secondo caso veniva celebrato un processo, in cui non era però il giudice istruttore a rappresentare l'accusa ma il pubblico ministero. Il processo aveva dunque in gran parte il compito di saggiare la correttezza delle conclusioni cui era giunto il giudice istruttore..

L'arresto di Tommaso Buscetta

Nel 1983 in Brasile venne arrestato il mafioso Tommaso Buscetta, detto don Masino, che era latitante da circa tre anni dopo essersi sottratto al regime di semilibertà in Italia. Nelle carceri brasiliane, quando seppe che sarebbe stato estradato in Italia, Buscetta tentò senza successo di uccidersi ingerendo della stricnina (in una quantità, in realtà, non sufficiente per potergli essere fatale). Nel 1984 il giudice Falcone volò in Brasile per interrogare Buscetta ed ebbe l'impressione che egli potesse essere disposto a collaborare con la giustizia (gesto che, nel rigido codice d'onore malavitoso, rappresenta inevitabilmente un tradimento da punire con la morte). Così avvenne: mentre il vicequestore Gianni De Gennaro e i suoi uomini lo scortavano sull'aereo che lo riportava in Italia, Buscetta espresse questa volontà ed, arrivato a Roma il 15 luglio 1984, cominciò a raccontare a Falcone le sue conoscenze su Cosa nostra..

Il pentimento Molto si è scritto sulla decisione di Buscetta di voltare le spalle a Cosa nostra e collaborare con gli inquirenti. In ogni caso, non si trattò di un pentimento in senso morale o spirituale: Buscetta non volle mai essere definito un "pentito", ammettendo di essere stato ed essere ancora un mafioso e di aver commesso, per tale motivo, dei crimini per i quali sarebbe stato pronto a pagare il proprio debito con la giustizia. Affermò anche che erano stati i nuovi capi di Cosa nostra, i Corleonesi, a sovvertire con la violenza i vecchi ideali della "Onorata società" e che, quindi, i veri traditori erano loro. Su questo punto, però, va precisato che vari studiosi di Cosa nostra, tra cui lo stesso Falcone, ritengono che, in realtà, non sia mai esistito un tempo in cui la mafia rispettasse un qualsiasi codice etico...

Si può aggiungere almeno un'altra riflessione: Buscetta faceva parte di una fazione perdente e, non riuscendo ad eliminarlo, i Corleonesi gli avevano ucciso ben undici parenti (tra cui due figli che non erano nemmeno affiliati a Cosa nostra, grave violazione delle regole non scritte della mafia). Di conseguenza, una volta arrestato, rivelare le proprie conoscenze era l'unico modo rimasto a Buscetta per prendersi una rivincita sui suoi nemici. La decisione di parlare peraltro non fu priva di conflitti interiori, tanto che, come già detto, poco prima di essere rimpatriato Buscetta tentò anche il suicidio.Documentario sul maxiprocesso di Palermo.....

Le rivelazioni

Le rivelazioni di Tommaso Buscetta si possono fondamentalmente suddividere in due categorie: L'organizzazione e le regole interne di Cosa nostra; I mandanti e gli esecutori materiali di numerosi delitti di mafia. Fino a quei tempi, l'omertà di chiunque avesse avuto a che fare con gli ambienti ed i fatti mafiosi era così stretta che nessuno sapeva esattamente in cosa consistesse e come funzionasse Cosa nostra; per tale motivo le rivelazioni di Buscetta avevano un valore incalcolabile e consentivano per la prima volta agli inquirenti di penetrare quel mondo ancora ignoto. Per mantenere la massima segretezza (necessaria per poter poi colpire la mafia di sorpresa) Buscetta parlava esclusivamente con Falcone, il quale verbalizzava di proprio pugno, a penna, le informazioni. Ci vollero circa due mesi perché Buscetta terminasse la prima fase dei propri racconti..