Il trasferimento degli ostaggi delle SS in Alto Adige avvenne alla fine di aprile del 1945, nelle settimane finali della seconda guerra mondiale in Europa, quando decine di prigionieri illustri detenuti nei lager tedeschi furono trasportati dalle Schutzstaffel presso il lago di Braies in val Pusteria col fine di utilizzarli come merce di scambio in cambio di salvacondotti per le stesse SS.

Storia Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, una larga porzione dell'Italia nordorientale, sebbene formalmente parte della Repubblica Sociale Italiana, fu sotto l'autorità militare del Reich nazista. Essa comprendeva il Trentino-Alto Adige, l'intera provincia di Belluno (Operationszone Alpenvorland, "Zona di operazione delle Prealpi"), l'attuale Friuli-Venezia Giulia, l'Istria, il Quarnaro, la Dalmazia e l'Alta Val d'Isonzo (Operationszone Adriatisches Küstenland, "Zona d'operazioni del Litorale adriatico"); in pratica i nazisti si erano avocati tutti i territori che fino al 1918 erano compresi nell'Impero austro-ungarico.

Nell'aprile del 1945 il Reichsführer delle Schutzstaffel (comandante supremo delle SS), Heinrich Himmler, in accordo con il capo dell'Reichssicherheitshauptamt (RSHA, "Ufficio per la Sicurezza del Reich"), il controspionaggio nazista, Ernst Kaltenbrunner, fece prelevare dai diversi campi di concentramento sparsi per la Germania tutti i prigionieri politici più in vista, provenienti da 17 paesi del mondo, con l'idea di usarli come "merce di scambio" per ottenere salvancondotti personali.

I prigionieri furono fatti transitare per Terezín (allora Theresienstadt). Tutta la zona compresa tra la Baviera e il Trentino, nelle intenzioni dei gerarchi del Terzo Reich, costituiva il cosiddetto "Alpenfestung", ovvero l'estremo punto di resistenza all'avanzata degli Alleati.Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Milano, Mursia ed., 2005 Considerata l'impresentabilità di Himmler, le trattative fallirono. Eichmann infatti non arrivò mai a Theresienstadt poiché le strade per raggiungerla erano bloccate dalle truppe russe che avanzavano. Himmler mise fine alla sua vita suicidandosi dopo essere stato catturato dagli inglesi.ALTO ADIGE, GLI “OSTAGGI” DI HITLER – 1, 27 dicembre 2016 Le SS stanziate in Italia pensarono di poter scambiare la resa e la vita dei personaggi con un salvacondotto.

Il trasferimento in Italia L'Alpenfestung era l'ultimo baluardo, ovvero un territorio in cui un ancora efficiente esercito tedesco assieme allo stato maggiore e ai gerarchi della Germania nazista, avrebbe potuto ritirarsi per l'ultima resistenza contro il dilagare sul suolo patrio degli eserciti nemici. Tra i sostenitori di tale idea vi fu anche Himmler il quale diede l'ordine al SS-Gruppenführer Jürgen Stroop di proseguire con lo spostamento degli ostaggi.

Provenienti da diversi campi di concentramento come ad esempio quelli di Buchenwald, di Flossenbürg e di Mauthausen, nei giorni 17, 24 e 26 aprile 1945, centoquarantuno prigionieri furono trasferiti dal campo di concentramento di Dachau, dove gli Alleati erano oramai vicinissimi, all'Arbeitserziehungslager Reichenau di Innsbruck, in Austria la sera del 27 aprile suddivisi in tre scaglioni. A gestire l'organizzazione del trasferimento vi erano fin dall'inizio l'Obersturmführer Ernst Bader e l'SS-Gruppenführer Edgar Stiller. Sempre sotto stretta sorveglianza da parte delle SS, gli ostaggi erano esentati dall'essere identificati mediante i loro veri nomi e gli era fatto divieto assoluto di chiamarsi tra di loro utilizzandolo.

Tuttavia il campo non era ancora pronto a ricevere i prigionieri, così i prigionieri più importanti del campo e le famiglie degli attentatori di Hitler del 20 luglio 1944 vennero caricati su un convoglio di autocarri e vecchi autobus e condotti in Alto Adige, dove furono presi sotto la custodia protettiva delle truppe regolari della Wehrmacht. Passando per il passo del Brennero, arrivarono infine a Villabassa, un paesino della Val Pusteria, 70 km a nordest di Bolzano, dove giunsero il 28 aprile. Il convoglio era scortato da alcune decine di uomini delle SS e del SD. I due ufficiali al comando, l'Obersturmführer Edgar Stiller e l'Untersturmführer Ernst Bader, avevano l'ordine di uccidere tutti gli ostaggi (sia i Sonderhäftlinge, ovvero quelli di "eccellente" profilo, sia i Sippenhäftlinge, ovvero i "familiari internati"; con il termine Sippe, traducibile in italiano come "ceppo familiare", si intendevano anche i membri della famiglia allargata compresi il coniuge, i figli, fratelli e sorelle, genitori e altri parentiCaroline M. Heiss e Hans-Günter Richardi, Zeitgeschichtsarchiv Pragser Wildsee, 2006) in caso di rischio di cattura, ovvero di imbottirli di esplosivo e farli esplodere in loco.La cattura degli ostaggi ed il miraggio dell’Alpenfestung

L'arrivo a Villabassa

Il piccolo convoglio arrivò a circa un chilometro di distanza dalla stazione di Villabassa, lungo la linea ferroviaria della val Pusteria, dove gli ostaggi vennero fatti scendere dagli automezzi, mentre il generale Sante Garibaldi si incontrò di nascosto con due partigiani ai quali descrisse brevemente la situazione e suggerì di contattare il più velocemente possibile le forze Alleate che avanzavano. In realtà la vera meta del convoglio non era tanto il paesino pusterese bensì il lago di Braies, ma questo era già occupato da tre generali tedeschi appartenenti alla Wehrmacht: Belovius, Jordan e Hans Schlemmer.

Gli ostaggi furono scortati fino al paese di Villabassa, dove la popolazione li accolse con simpatia, ospitando i più anziani presso alcune locande e nella canonica, mentre gli altri vennero alloggiati nelle sale comunali, i cui pavimenti vennero ricoperti con paglia. Il colonnello Bogislaw von Bonin incontrò il generale von Vietinghoff, un suo caro amico, reduce, nella sua qualità di capo del comando dall'armata, da un difficile negoziato per il cessate il fuoco.Hans-Günter Richardi, Ostaggi delle SS al lago di Braies - la deportazione in Alto Adige di illustri prigionieri dei lager nazisti provenienti da 17 paesi europei, Braies, Archivio di Storia Contemporanea, 2006. ISBN 88-902316-2-9

Solamente grazie al pronto intervento del responsabile della logistica presso l'alto commissario di Bolzano, l'ingegner Anton Ducia, si riuscì domenica 29 aprile a far sgomberare l'hotel presso il lago e a sistemare gli ostaggi. Egli stesso si presentò al comandante in capo dell'area sud-ovest presso Moso di Sesto, ovvero il generale d'Armata Richard von Vietinghoff, che si trovava assieme al suo comandante di stato maggiore, Hans Röttiger, richiedendo e ottenendo la custodia degli ostaggi. Assieme a Ducia, collaborò anche uno degli ostaggi, il colonnello Bogislaw von Bonin, che correndogli incontro riuscì ad informare della situazione Vietinghoff e Röttiger, due sue vecchie conoscenze ai quali chiese aiuto dopo essere stati allertati dal parroco di Villabassa assieme ad altri.Luca Bizzarri, Il lago di Braies, Milano

Il generale von Vietinghoff gli assicurava che non avrebbe mai permesso l'uccisione di civili innocenti sotto la sua giurisdizione e ordinò telefonicamente al capitano Wichard von Alvensleben di farsi carico dei prigionieri, procurandogli vitto e alloggio. Egli corse a Villabassa e, facendo valere il suo grado, chiese alle SS il permesso di sospendere il proprio incarico; allo stesso tempo però richiese il rinforzo di un reparto d'assalto; questo, composto da 15 militari, arrivò poco dopo. Il capitano, discendente da una nobile famiglia prussiana, la mattina del 30 aprile fece schierare i suoi pochi uomini dando loro l'ordine di tenere sotto tiro le SS. Dopodiché si recò personalmente a visitare i prigionieri rassicurandoli che erano tutti sotto la sua protezione.

Nonostante i rinforzi ottenuti, il capitano ne richiese ulteriori al comando generale, che giunsero due ore dopo: 150 uomini, comandati dal sottotenente Thomalia. Von Alvensleben convinse una colonna di granatieri in ritirata a Dobbiaco a unirsi a loro, affinché anche gli ostaggi si tranquillizzassero. La situazione sfuggì di mano per un solo momento, allorquando le SS provarono uno sfondamento mediante l'utilizzo di un veicolo. Il capitano fece tuttavia circondare la piazza del mercato, impartendo l'ordine di non lasciar passare alcuna SS, che dunque desistettero, allontanandosi su un autocarro.

Il trasferimento Villabassa - lago di Braies

Il capitano decise comunque di trasferire la mattina di lunedì 30 aprile 1945 i prigionieri al lago di Braies dove si trova un grande albergo per aspettare l'arrivo delle truppe alleate. È l'albergo Pragser Wildsee, considerato come un luogo sicuro data la sua posizione defilata dalle zone di combattimento. La custodia degli ostaggi fu data al capitano Gebhard von Alvensleben, cugino del capitano Wichard von Alvensleben, appena arrivato da Milano con 80 soldati sotto il suo comando. Una delegazione di prigionieri, guidata dal colonnello della Wehrmacht Bogislaw von Bonin, arrestato per aver permesso la ritirata tedesca durante l'operazione Vistola-Oder, riuscì a entrare in contatto con il comando della Wehrmacht di Bolzano, mettendo al corrente i militari dell'identità dei prigionieri e del timore di una esecuzione da parte delle SS di fronte all'avanzata alleata.

Da Villabassa al lago, sotto una fitta nevicata, i mezzi non riuscirono ad arrivare direttamente all'albergo posto a 1496 metri s.l.m. e gli ostaggi furono quindi costretti a incamminarsi nella neve. Costoro, dopo che si furono sistemati, ebbero a godere di un'ottima accoglienza da parte della proprietaria dell'albergo, Emma Heiss-Hellenstainer e del suo personale. Per loro tutto tornò a una vita simile a quella precedente gli anni della guerra: disponevano infatti di viveri a sufficienza e potevano anche interloquire tra di loro. Avevano addirittura la possibilità di andare a pregare nella adiacente cappella e formarono un comitato con a capo il capitano inglese Payne Best, come vice il colonnello tedesco Bogislaw von Bonin e come garante il capitano di fregata Franz Liedig.

Nell'albergo furono ospitati gli ostaggi non italiani. Al primo piano dell'albergo si sistemarono i Thyssen, i Gördeler, gli Stauffenberg. Al secondo piano la famiglia Schuschnigg, Hjalmar Schacht, il pastore Niemöller, l'attaché Heberlein con moglie, e cinque generali greci. Al terzo i signori Blum, inglesi, ungheresi, olandesi e altri ancora. Tutti rimasero presso l'albergo, a eccezione di Vassilij Kokorin, nipote di Molotov, che decise di andare con un gruppo di partigiani; morì dopo circa un mese. Il piccolo gruppo italiano ottenne il permesso di rimanere presso la casa Wassermann nel paese di Villabassa. Facevano parte di questo gruppo il figlio del maresciallo Pietro Badoglio, Mario Badoglio, il tenente colonnello Davide Ferrero, il generale Sante Garibaldi, il capo della polizia nella Repubblica di Salò Tullio Tamburini e il vice-capo della polizia Eugenio Apollonio.

In realtà al di fuori dell'albergo la situazione militare e politica non era del tutto chiara, infatti a Hans Philipp, capo della Gestapo di Sillian (Austria), fu dato l'ordine dalla Gestapo di Klagenfurt di trasportare indietro gli ostaggi. Tale ordine doveva essere eseguito immediatamente pena la fucilazione. Il parroco di Sillian, Josef Hanser, gli riportò anche la notizia che gli ostaggi sarebbero stati uccisi subito dopo il loro arresto. Dato questo ultimatum il capo della Gestapo decise di togliersi la vita il 4 maggio.

Il comando di Bolzano invece trasmise le informazioni a un reparto della Wehrmacht di stanza a Sesto di Pusteria agli ordini del capitano Wichard von Alvensleben che decise di raggiungere Villabassa, distante 17 km, con i suoi soldati per prendere in carico e proteggere i prigionieri. Il 30 aprile, davanti all'avanzata delle truppe statunitensi, con il villaggio ormai circondato dall'unità di von Alvensleben, le SS decisero di darsi alla fuga.

La liberazione