Oltre che allo studio della Bibbia, si interessò a scienze come astronomia, meteorologia, geografia, giurisprudenza, anatomia e matematica; fu messo al rogo dai calvinisti. La sua esecuzione provocò un trauma nel mondo riformato, incrinandone il mito di terra della libertà, diversa dal severo clima di controllo dottrinale del Sant'Uffizio. Duraturi furono però gli esiti, poiché inaugurò il dibattito moderno sulla tolleranza e sulla libertà religiosa, che lo assunse a simbolo.

Biografia La formazione Gli antenati di Miguel erano ebrei, originari del villaggio pirenaico di Serveto, nella Valle de Gistaín, i quali, dopo la «Reconquista», erano venuti a stabilirsi nella provincia aragonese di Huesca, a Villanueva de Sigena; qui, in una casa che ancora si conserva, nacque il 19 settembre 1511 Miguel Servet (anche Serveto e Serbeto) Conesa,Serveto firmerà alcune sue opere con Revés, cognome della sua bisnonna paterna – e dunque, secondo l'uso di Spagna - uno dei due cognomi del nonno paterno. essendo nato da Antón Serveto Meler, notaio del Real Monasterio di Villanueva, e da Catalina Conesa. I suoi genitori ebbero altri due figli, Juan, che sarà prete, e Pedro, che seguirà la professione del padre.

Compì i primi studi in casa e successivamente nella scuola del convento di Montearagón; quattordicenne, fu a servizio come paggio del monaco Juan de Quintana, teologo dell'Università di Parigi e nel 1527, per studiare legge, s'iscrisse all'Università di Tolosa, in Francia, dove già circolavano clandestinamente gli opuscoli dei riformatori protestanti. L'approfondimento dello studio della Bibbia lo convinse che in essa non si fa alcun accenno alla Trinità di Dio, una proposizione dogmatica della Chiesa che è, in particolare, ostacolo all'evangelizzazione di islamici ed ebrei, molto numerosi in Spagna, ai quali ripugna il concetto di un Dio uno e trino. Cominciò a formarsi una vasta cultura, studiando greco, latino, ebraico, filosofia, matematica, teologia.

Due anni dopo, nel 1529, lasciò l'università per seguire Juan de Quintana, divenuto confessore personale di Carlo V, accompagnandolo in Italia dove, nella basilica di San Petronio, nel 1530, assistette all'incoronazione dell'imperatore per mano di papa Clemente VII. Proprio in Italia fu colpito dallo sfarzo e dalla degradazione morale del clero, che gli apparivano in contrasto con gli insegnamenti evangelici di povertà di vita e di semplicità di costumi.

Ancora al seguito dell'imperatore, fu presente nella Dieta di Augusta, durante la quale fu tentato un accordo fra cattolici e protestanti, e conobbe Melantone e altri riformatori. Lasciato improvvisamente il Quintana, si recò a Basilea, dove fu ospite in casa di Ecolampadio, pastore della città, uno dei più influenti capi della Riforma. Ma le sue idee antitrinitarie non si conciliavano con la grande maggioranza delle opinioni espresse dai riformatori e nemmeno con quelle di Erasmo da Rotterdam che, del resto, sempre più prudente nel manifestare le proprie opinioni sulle più «scottanti» questioni teologiche, preferì non riceverlo.

Lasciata Basilea, Serveto andò a Strasburgo, dove nel 1531 scrisse (pubblicandolo a Haguenau, in Alsazia) il De Trinitatis erroribus (Gli errori della Trinità), nel quale, oltre a negare la Trinità, rifiutava l'idea della duplice natura di Gesù e la prassi del battesimo dei bambini, affermando che solo gli adulti sono in grado di comprendere il significato del sacramento, e concepiva la cena del Signore, l'eucaristia, come una cerimonia spirituale nella quale il pane e il vino mantengono la loro sostanza, non mutandosi, come invece viene sostenuto dalla Chiesa cattolico-romana, nella carne e nel sangue di Cristo.

Il libro fu condannato da Lutero, Melantone, Ecolampadio, Bucero, oltre che dai cattolici, e fu proibito a Strasburgo, in Svizzera e in tutto l'impero: la stessa sorte subì il suo secondo libro, Dialogorum de Trinitate (Dialoghi sulla Trinità), pubblicato nel 1532, che sembrava voler essere una parziale ritrattazione del precedente, ma che in sostanza ribadiva gli stessi concetti. Il 24 maggio, il Consiglio dell'Inquisizione spagnola di Medina del Campo spedì un ordine di comparizione e il fratello prete di Serveto, Juan, fu invitato a condurlo con sé in Spagna.

Analoga fu la presa di posizione dell'Inquisizione di Tolosa, che il 17 giugno emise un ordine di cattura per quaranta sospetti di eresia antitrinitaria, fra i quali era indicato Serveto: questi fu costretto a cambiare nome, adottando quello, abbastanza trasparente, per la verità, di Michel de Villeneuve, nativo di Tudela, in Navarra, trasferendosi a Parigi.

Il «De Trinitatis erroribus» Serveto ribadisce che «non una sola parola si trova in tutta la Scrittura né riguardo alla Trinità, né sulle persone, né sull'essenza, né sull'unità della sostanza e della natura dei vari esseri divini».De Trinitate erroribus, p. 32v

Quali sono allora i reali rapporti fra quelle che la teologia definisce le tre persone della Trinità? Per Serveto, Cristo è vero Dio, non già perché sia una delle tre persone che, secondo la tradizione dei Padri della Chiesa consolidata dalla filosofia scolastica, costituiscono l'unica essenza di Dio, ma perché egli, vero uomo, è «totum divinitate plenum»,Ivi, p. 1r ossia un uomo divinizzato da Dio, «Deum non natura, sed specie, non per naturam, sed per gratiam».Ivi, p. 12v

«Io non separo Cristo e Dio più che una voce è separata da chi parla e un raggio di luce dal sole. Cristo è il Padre come la voce è chi parla. Egli e il Padre sono una stessa cosa, come il raggio e il sole sono la stessa luce. Vi è un tremendo mistero nel fatto che Dio possa unirsi con l'uomo e l'uomo con Dio. Una sorprendente meraviglia, nel fatto che Dio abbia preso per sé il corpo di Cristo al fine di fare di lui la sua dimora speciale. E poiché il suo Spirito era totalmente Dio, è chiamato uomo. Non meravigliatevi del fatto che quel che voi chiamate umanità io lo adoro come Dio, poiché voi parlate dell'umanità come se essa fosse vuota di spirito e pensate alla carne secondo la carne. Non siete capaci di riconoscere la qualità dello Spirito di Cristo, che conferisce l'essere alla materia: è lui che dà vita mentre la carne non prende niente».Ivi, p. 59

Serveto prende però le distanze da Ario che, a sua avviso, «novam creaturam homine excellentiorem introduxit»,Ivi, p. 13v considerava Cristo soltanto un uomo, per quanto il più eccellente degli uomini. Il Verbo di Dio, che non è persona ma è «oraculum, vox, sermo, eloquium Dei», per misteriosa decisione divina si è incarnato, divenendo Gesù Cristo, «verus realis et naturalis filius Dei».Ivi, p. 92v

«Se dici di non vedere differenza tra Cristo e gli altri esseri umani, giacché siamo tutti chiamati figli di Dio, allora rispondo che se noi siamo chiamati figli di Dio semplicemente per dono e grazia sua, essendo egli l'autore della nostra filiazione, e così egli è chiamato figlio in un modo più eccellente. Per questo si impiega l'articolo e Cristo è chiamato Il figlio di Dio, per mostrare che non è figlio nel nostro stesso modo, ma uno molto speciale e peculiare. Egli è figlio naturale, gli altri no, ma sono fatti figli di Dio, e per questo siamo chiamati figli per adozione».Ivi, p. 9v

Figlio naturale ma, come ogni figlio, non può essere contemporaneo al padre: Gesù non è coeterno con Dio, essendo stato generato. E poiché gli esseri umani possono conoscere e raggiungere Dio per mezzo di Cristo, la chiesa, ogni chiesa, è inutile ai fini della loro salvezza.

Nemmeno lo Spirito Santo è una persona divina, ma è l'ispirazione di Dio - «non rem aliquam separatam, sed Dei agitationem, energiam quandam seu inspirationem virtutis Dei»Ivi, p. 28v - che opera negli uomini, e solo in questo modo può essere avvertito e ricevere realtà di cosa, di res: «Extra hominem non dicitur proprie, nihil est, spiritus sanctus»,Ivi, p. 85v lo Spirito di Dio non è niente fuori dell'uomo.

Serveto si trova così a polemizzare contro gli aristotelici, portatori di sofismi intellettualistici che resero confusa la dottrina e fuorviarono il pensiero cristiano dal retto intendimento della figura di Cristo, così chiaro nelle Scritture: «Duae pestes gravissimae, Aristotelis fermentum et hebraicae linguae ignorantia cristianos Christo privarunt».Ivi, p. IIIv

I «Dialogorum de Trinitate» e la «De Iustitia regni Christi»

Nei Dialoghi, che si fingono intrattenuti tra lo stesso autore e un certo Petruccio, Serveto corregge in parte la tesi della divinità per grazia, sostenendo che Gesù sia divino in quanto partecipe dell'essenza del Padre. Ma intende lasciare libero il campo alla discussione e al confronto: «Non sto né con gli uni né con gli altri: mi sembra che ognuno esprima una parte di verità e una di errore, ma veda gli errori altrui e non i propri», mentre ritiene che sarebbe «facile decidere ogni questione se a tutti fosse permesso di parlare pacificamente», augurandosi che il Signore «perda tutti i tiranni della chiesa».

Il rapporto tra fede e carità è introdotto tanto nei Dialoghi che nel breve trattato sulla giustificazione, aggiunto a quelli: «Fides est ostium, charitas est perfectio», la fede è l'atto che porta alla rigenerazione del cristiano che produce come suo effetto la virtù della carità che sola rimarrà «nel regno futuro, ove non vi sarà che carità».De Iustitia regni Christi, F 5 L'ispirazione di questa concezione è tipica dell'evangelismo valdesiano: la fede illuminante deriva «patre trahente et illuminante, et ex mera gratia, quos vult, vocante et iustificante, quia non est currentis nec volentis, sed Dei miserentis»Dialogorum de Trinitate, D 5r dalla misericordia divina, senza concorso della volontà umana, ammettendo tuttavia il libero arbitrio.

Sull'eucaristia esprime l'opinione che il corpo di Cristo sia presente solo in forma mistica, in accordo con la maggior parte dei riformatori, (Zwingli, ma non Lutero fedele al dogma della consustanziazione): «Solo in modo figurato parliamo del pane come corpo di Cristo».De Iustitia regni Christi, D 5r

Gli studi di medicina All'Università parigina studiò matematica e medicina, proprio quando erano in atto fermenti religiosi che culminarono nello scandalo dei placards: dopo una prolusione nella quale aveva fatto professione di evangelismo, lo stesso rettore, Nicolas Cop, fu costretto a fuggire, imitato da Calvino che, conosciuto Serveto, cercò invano di incontrare nuovamente. Da parte sua, Serveto si era allontanato da Parigi, raggiungendo Lione, dove collaborò con gli editori Melchior e Caspar Trechsel – e poi con Jean Frellon – scrivendo un'introduzione all'opera di Tolomeo, la Claudii Ptolomei Alexandrini geographicae enarrationis libri octo, che fu pubblicata nel 1535, e un'edizione della Bibbia che apparve nel 1545.

La Geografia di Tolomeo era già stata tradotta in latino numerose volte, l'ultima nel 1524, dall'umanista tedesco Willibald Pirckheimer. Serveto tenne presenti le precedenti traduzioni, cercando di ottenere un'edizione che le superasse in precisione e completezza, correggendo gradi di latitudine, identificando città e regioni citate da Tolomeo con il loro nome moderno e aggiungendo commenti di attualità, come la descrizione dell'aspetto e dei costumi delle popolazioni. Sugli italiani scrive, tra l'altro, che: