Alla figura di Charlotte Corday si sono ispirate numerose opere, soprattutto teatrali.
Di famiglia arci-realista (i suoi due fratelli erano emigrati in seguito alle vicende rivoluzionarie), fu ammiratrice di Rousseau e Voltaire, e degli eroi di Plutarco e di Pierre Corneille (di cui era pronipote) e si appassionò alle idee repubblicane dei girondini, rimanendo in fondo "costituzionale, probabilmente fogliante". Gli eccessi rivoluzionari e la proscrizione dei deputati girondini (31 maggio e 2 giugno 1793) la convinsero di dover uccidere Jean-Paul Marat, che, secondo lei, era il principale sobillatore della guerra civile, del 10 agosto, dei massacri di settembre e del nascente Regime del Terrore. Giunta apposta da Caen a Parigi, il 13 luglio 1793 riuscì a farsi ricevere in casa dallo stesso Marat e lo pugnalò mentre era nel bagno. Condannata a morte dal tribunale rivoluzionario, fu messa alla ghigliottina quattro giorni dopo.
Biografia
Nacque nella località di le Ronceray, nel piccolo villaggio di Les Ligneries, all'epoca un abitato sparso di un centinaio di persone attorno alla chiesa di Saint Saturnin de Les Ligneries, elevato a comune durante la Rivoluzione ed oggi denominato Écorches. Figlia di Jacques François de Corday d'Armont (Le Mesnil-Imbert, 1737 - Barcellona, 1798), nobiluomo di provincia di povere origini, e di Jacqueline-Charlotte-Marie de Gontier des Autiers (Les Authieux, 1737 - Caen, 1782), era la trisnipote di Pierre Corneille da parte di madre. I genitori erano cugini.
La morte separò Madame de Corday dai suoi cinque figli, quando la piccola Charlotte era ancora in tenera età. Le due femmine entrarono in un monastero di Caen. La figlia Marie-Charlotte Jacqueline (1766-1774), morì ancora piccola nel 1774. I figli superstiti erano: Alexis (1765-1809), Jeanne Jacqueline Eléonore (1770-1806) e un quinto figlio, chiamato Charles Jacques François (1777-1795).Jacqueline Delaporte, Charlotte Corday: une Normande dans la Révolution, Musées départementaux de la Seine-Maritime, 1989, p. 89.
Charlotte aveva allora tredici anni. Ne aveva diciannove al momento della soppressione dei monasteri dovuta al decreto del 13 dicembre 1790. La sua vecchia zia, Madame de Bretteville, l'accolse nella sua casa di Caen. I due fratelli Alexis e Charles François erano emigrati, ultrarealisti che servivano l'esercito del principe di Condé. Uno dei due, Charles, fu fucilato nel 1795 dai Repubblicani a Auray (Bretagna) durante la seconda guerra di Vandea, dopo il fallito sbarco a Quiberon di emigrati e britannici. Il padre, come genitore di emigrati, fu inserito anche lui nella lista di emigrazione e in conformità alla legge del 19 fruttidoro anno VI (1797), fu bandito dalla Francia; si rifugiò quindi in Spagna, raggiungendo Alexis che serviva al momento il reggimento spagnolo al servizio del Regno di Napoli, e morì a Barcellona l'anno dopo. Alexis rientrò in Francia in seguito all'amnistia di Napoleone e sposò nel 1803, a Le Faulq (Calvados, Normandia), Marthe Julie du Hauvel de Saint Basile, avendo due figli Marie Célina (1804, morta poco dopo la nascita) e Léon Maurice (1806-1828).Guillaume Mazeau, De Corneille à Barcelone. Jacques François de Corday d'Armont, ou les espoirs déçus d'un noble en Révolution (1787-1793), Revue historique 2009/2 (nº 650), pages 345 à 369
I resoconti dell'epoca, ripresi dagli storici dell'Ottocento, insistono molto (a differenza delle stampe rivoluzionarie) sulla bellezza fisica di Charlotte, come si nota dall'unico ritratto originale, eseguito in prigione, anche se vi è una controversia sull'effettivo colore dei capelli; il passaporto li descrive come castani scuri, mentre il dipinto li mostra biondi e incipriati. Al contrario della famiglia, e seguendo in parte il padre, moderato liberale, Charlotte era una rivoluzionaria e propendeva per idee nuove e moderne, illuministe, avendo letto Voltaire, Raynal e Rousseau, seppur moderate e anti-giacobine: era il periodo in cui i Girondini lottavano contro i loro nemici alla Convenzione, i Montagnardi, il periodo in cui Jean-Paul Marat, rappresentante per lei della tirannia, trionfava a Parigi.
Già i massacri di settembre, che Marat aveva approvato, avevano cominciato a convincere Charlotte Corday della propria intenzione. Tra il 2 e il 6 settembre del 1792, rivoltosi e membri del Comune di Parigi si resero responsabili dell'esecuzione sommaria di seimila detenuti, supposti partigiani del re e prigionieri comuni, stipati nelle carceri parigine (in realtà le cucine della Conciergerie). Il 2 settembre Marat scrisse:
Il ministro girondino Roland fu costretto alle dimissioni, mentre i girondini stessi accusavano Danton e Marat di essere i mandanti morali delle stragi. Ora gli stessi erano proscritti e fuggiaschi in Normandia. I Girondini fuggitivi nella primavera del 1793 si erano rifugiati nel Calvados. Qui, essi tenevano delle assemblee a cui Charlotte Corday assistette più volte. Fu così che ella conobbe Buzot, Salle, Pétion, Valazé, Kervélégan, Mollevaut, Barbaroux, Louvet, Giroust, Bussy, Bergoeing, Lesage, Duchastel e Henry-Larivière. Molti additavano in Marat il loro persecutore principale e ne chiedevano la testa.
Dopo che anche il parroco di Caen fu ghigliottinato, il 9 luglio 1793 Corday lasciò Caen per recarsi a Parigi, dove giunse l'11 luglio e prese alloggio all'Hotel de la Providence, decisa ad assassinare Marat in un atto che considerava "tirannicidio". Munita di una lettera di presentazione di Barbaroux, si presentò dal deputato Lauze-Duperret ufficialmente per ottenere documenti per una sua amica, dal quale apprese che Marat non si presentava più alla Convenzione per motivi di salute. Bisognava dunque cercarlo a casa. Perciò Charlotte gli scrisse per essere ricevuta:
Non avendo potuto essere introdotta alla presenza di Marat, gli fece pervenire un secondo biglietto:
Senza attendere la risposta, Corday uscì dalla sua camera d'albergo alle 19:00 e, dopo aver comprato un lungo coltello da cucina e aver indossato un cappello nero con la coccarda tricolore francese, arrivò al civico 20 di Rue des Cordeliers.
L'assassinio di Marat
Alphonse de Lamartine, che la soprannominò "Angelo dell'assassinio", scrisse, basandosi sui verbali dell'interrogatorio:
Forse per gelosia o forse per malfidenza, Albertine (secondo altre fonti la compagna Simonne Evrard) obbedì controvoglia. Introdusse la giovane nella stanzetta dove si trovava Marat, e ritirandosi lasciò la porta del corridoio socchiusa, per cogliere la più piccola parola o il più piccolo movimento del malato. La stanza era debolmente illuminata. Marat era nella vasca da bagno, dove leniva il prurito della sua malattia cutanea. Nel riposo forzato del corpo, egli non lasciava tuttavia riposare il suo animo: una mensola grezza, posata sulla vasca, era coperta di carte, di lettere aperte e di fogli iniziati.
La Corday evitò di fermare il suo sguardo su di lui, per la paura di tradirsi su quanto stava per fare. In piedi, gli occhi bassi, le mani penzoloni vicino alla vasca, attese che Marat la interrogasse sulla situazione in Normandia. Lei rispose brevemente, dando alle sue risposte il senso e il tono concilianti atti a elogiare le disposizioni presunte dal demagogo. Lui le domandò poi i nomi dei deputati rifugiati a Caen: lei glieli disse. Lui li annotò, e non appena ebbe finito di scriverli, «Bene!» disse col tono di un uomo sicuro della sua vendetta, «prima di otto giorni andranno tutti sulla ghigliottina!»
A queste parole, come se l'animo di Charlotte avesse aspettato "un'ultima infamia" per risolversi a vibrare il colpo, lo pugnalò direttamente al cuore, prendendo il coltello nascosto nel petto e affondandolo fino al manico, con una forza insospettata, sotto la clavicola destra, squarciando la carotide, l'aorta e il polmone di Marat. Poi lo ritirò grondante di sangue dal corpo della vittima e lo lasciò cadere ai suoi piedi. «Aiutami, mia cara amica!» gridò Marat rivolto alla compagna, e spirò poco dopo per dissanguamento.Nigel Cawthorne, Assassinations That Changed The World, 2020, "Marat"
Charlotte Corday venne fermata da Simonne Evrard (l'amante e convivente di Marat) e da alcuni domestici. Protetta dall'ira della folla, fu poi arrestata e portata all'Abbaye, la prigione più vicina alla casa di Marat, per essere interrogata.
Tra le altre cose, sotto il vestito le trovarono un foglio di carta piegato otto volte, sul quale era stato scritto:
Il processo
Charlotte Corday fu trasferita il 16 luglio alla Conciergerie e l'indomani, alle otto del mattino, i gendarmi la portarono al Tribunale rivoluzionario, dove non apparve affatto pentita del suo gesto.
Presiedeva Montané, assistito dai giudici Foucault, Roussillon e Ardouin. Fouquier-Tinville rappresentava la pubblica accusa. Al banco dei giurati sedevano Jourdeuil, Fallot, Ganney, Le Roy, Brochet, Chrétien, Godin, Rhoumin, Brichet, Sion, Fualdès e Duplain. Poiché l'avvocato scelto dall'accusata, Doulcet de Pontecoulant, non si presentò (probabilmente Fouquier-Tinville fece in modo che l'invito giungesse troppo tardi), il presidente nominò d'ufficio Claude François Chauveau-Lagarde, presente all'udienza, difensore di Charlotte Corday.
Quest'ultimo, un moderato royaliste, diverrà poi un celebre avvocato durante il Terrore, difendendo inutilmente dai processi farsa Maria Antonietta, Manon Roland, Madame du Barry e Madame Elisabeth, sfuggendo per poco alla ghigliottina e divenendo poi testimone d'accusa contro lo stesso Fouquier-Tinville.Louis Du Bois, Charlotte de Corday: essai historique, offrant enfin des détails authentiques sur la personne et l'attentat de cette héroïne, Librairie Historique de la Révolution, 1838 (lire en ligne [archive]), p. 141 Dopo la lettura dell'atto d'accusa e le deposizioni dei testimoni, fu letta la missiva datata 16 luglio che Charlotte scrisse al padre, giustificando le sue azioni:
Dopo l'intervento di Chauveau-Lagarde, il suo difensore, che tentò di far passare il delitto come atto causato da "esaltazione del fanatismo politico" diffuso per attenuare la condanna, la giuria riconobbe che l'accusata aveva commesso l'assassinio «con intenzioni criminali e premeditate»; il tribunale condannò Charlotte Corday alla pena di morte e ordinò che fosse condotta al luogo dell'esecuzione vestita della camicia rossa riservata ai parricidi, secondo il Codice Penale del 1791.
Al boia che aveva tentato fino all'ultimo di nasconderle la ghigliottina, ella disse: "Avrò pure il diritto di vederla: non ne ho mai vista una". Avrebbe preceduto l'esecutore sul patibolo, per cui la macchina fu azionata da un assistente. Subito dopo la decapitazione un altro degli assistenti del boia, un carpentiere di nome Legros, sollevò la testa dal cesto schiaffeggiandola sulle guance; molti testimoni riferirono che un'"inequivocabile espressione di sdegno" apparve allora sul volto schiaffeggiato. Questo atto fu considerato inaccettabile nel cerimoniale delle esecuzioni capitali, tanto che l'autore dell'oltraggio fu condannato a tre mesi di prigione. Questo secondo Honoré de Balzac e Louis-François L'Héritier de l'Ain, che ripresero e curarono il testo apocrifo del boia Charles-Henri Sanson, Mémoires pour servir a l'histoire de la Revolution Française par Sanson (1829). Jules Michelet attribuisce il poco realistico "episodio" alla suggestione e alla luce rossastra del Sole attraverso gli alberi dopo il temporale che si era abbattuto su Parigi.Jules Michelet, Storia della Rivoluzione francese
Secondo la giornalista Clémentine Portier-Kaltenbach, il suo corpo sarebbe stato sottoposto ad autopsia all'ospedale Charité per certificarne la verginitàClémentine Portier-Kaltenbach, Histoires d'os et autres illustres abattis: brani selezionati dalla storia di Francia, Parigi, Lattès, 2007 (il pubblico accusatore le attribuì molti amanti accusandola di aver agito per amore di un uomo, alludendo a Barbaroux). Tale fatto è riportato anche da Lamartine.