Il sacco di Roma del 410 ha suscitato un grande impatto sugli autori coevi all'avvenimento. Gli autori pagani incolparono il cristianesimo di aver attirato l'ira delle divinità pagane, a causa dell'abbandono degli antichi culti pagani, e sostennero che il sacco di Roma e il declino dell'Impero fossero dovuti proprio a questo. In risposta a tali attacchi, Agostino e Orosio scrissero delle opere a difesa del Cristianesimo: il primo scrisse La città di Dio e il secondo la Storia contro i pagani in sette libri. Il sacco di Roma attrasse l'attenzione anche di Girolamo che tornò a più riprese sui suoi scritti sulle impressioni che la notizia del sacco gli avevano suscitato. Del sacco di Roma parlarono anche gli storici ecclesiastici bizantini, Socrate Scolastico e Sozomeno.
Il sacco di Roma del 410, per gli autori moderni, ha avuto un grande impatto per la storia di Roma: essi considerano questo l'inizio della fine dell'Impero di Roma, e alcuni lo ritengono persino di maggiore impatto rispetto alla "caduta senza rumore" dell'Impero del 476.
Reazione degli autori coevi
Girolamo Una delle prime reazioni al sacco di Roma compiuto da Alarico la si trova nelle lettere di Girolamo (347-420), uno dei padri della Chiesa. Girolamo, che in passato aveva vissuto nella stessa Roma, già in una lettera del 409, parafrasando il poeta Lucano, si pose la domanda:Girolamo, lettere 123,16,4
San Girolamo si chiese smarrito chi mai poteva sperare di salvarsi se Roma periva:Girolamo, lettere 127,12.
Girolamo, nei suoi scritti, tornò a più riprese sul sacco di Roma. In una lettera scrisse che aveva appena cominciato a scrivere il commento a Ezechiele, quando apprese del sacco della Città Eterna e della devastazione delle province occidentali dell'Impero, notizia che lo rese talmente agitato "che, per usare un proverbio comune, mi ricordavo a malapena il mio nome; e per un lungo tempo rimasi in silenzio, sapendo che erano tempi per le lacrime".Girolamo, Epistola 126. Sempre riguardo all'agitazione provata alla notizia del sacco, Girolamo scrisse che "quando in verità la luce fulgidissima di tutte le terre fu distrutta, anzi fu troncato il capo dell'Impero romano e, per dirlo ancora con più chiarezza, in una sola città tutto il mondo è perito, tacqui e ne fui prostrato". Sempre sul sacco di Roma Girolamo scrisse:
In un'altra epistola, Girolamo scrisse che "la città inclita e capitale dell'Impero romano è stata bruciata in un solo incendio; e non vi è alcuna regione che non abbia esuli romani; chiese un tempo sacre si sono trasformate in faville e cenere e, nondimeno, andiamo sempre soggetti ad avarizia".Girolamo, Epistola 128.
Girolamo, nel descrivere con drammaticità maggiore il sacco di Roma di Alarico, non esitò a prendere in prestito citazioni da passi della Bibbia o da autori come Virgilio. Girolamo parafrasa alcuni versi del III libro dell'Eneide, laddove viene trattata la caduta di Troia, per descrivere la caduta di Roma:
Agostino Per Agostino (354-430), vescovo di Ippona e uno dei Padri della Chiesa, la caduta di Roma significava una minaccia da non sottovalutare per la fede della comunità cristiana: i pagani, perseguitati dallo stato romano ora che il Cristianesimo era diventato religione di stato, si scagliarono contro la religione cristiana, ritenendo che a causa dell'abbandono degli antichi riti pagani Roma fosse stata abbandonata dalle divinità pagane, e che la sua conseguente rovina fosse dovuta all'ira degli dei pagani. Nei sermoni e in particolare nella sua opera principale La Città di Dio, Agostino si propose di ribattere alle accuse dei pagani, difendendo il cristianesimo dai loro attacchi:
Agostino scrive che i pagani critici del cristianesimo avevano coniato l'aforisma anticristiano "Non viene la pioggia, ne sono causa i cristiani"Agostino, De Civitate Dei, II,3.. A costoro rammenta che se i Goti si astennero dal compiere massacri nelle chiese cristiane permettendo a tutti coloro, pagani compresi, che si rifugiarono lì, di trovare scampo, era proprio merito della religione cristiana che ora denigrano:
Agostino ritiene che il Sacco di Roma fu dovuto alla provvidenza divina che intendeva correggere i peccati dei cittadini dell'Urbe con tale calamità, rammentando che, a differenza di Sodoma, Roma non fu distrutta ma solo saccheggiata e molti dei cittadini riuscirono a trovare scampo:
Nei primi tre libri della De Civitate Dei, Agostino fa notare (citando episodi narrati da Tito Livio) ai pagani accusatori che anche quando erano pagani i Romani avevano subito tremende sconfitte, senza che però venissero incolpati di questo gli dei pagani:
Nella sua opera Agostino mette in contrapposizione due città, una terrena (Babilonia, allegoria per l'Impero romano) e una celeste (Gerusalemme, allegoria per la comunità dei Cristiani). Contro la tesi secondo cui l'Impero romano fosse predestinato a conquistare e civilizzare il mondo e a condurlo verso il Cristianesimo, Agostino asserisce che lo stato romano fosse un impero come i tanti altri che lo avevano preceduto e che prima o poi sarebbe destinato a declinare e a crollare, a differenza della Gerusalemme celeste, ovvero la comunità dei cristiani; e nega la tesi che la formazione dell'Impero romano fosse dovuta a una sua particolare eticità e legittimità; esso si era formato tramite la brama di potere e azioni di violenza. Agostino esorta la comunità dei cristiani a non lasciarsi travolgere dalle passioni terrene, ma a giurare vera lealtà solo al regno dei cieli.
Orosio Agostino non solo difese di persona la religione cristiana contro le accuse pagane, ma spinse anche altri a fare altrettanto. Intorno al 417/418, l'autore della Historiae adversus Paganos (Storia contro i Pagani) in sette libri, il sacerdote ispanico Paolo Orosio († intorno al 418), scrisse questa opera proprio su richiesta di Agostino. Nei suoi sette libri, Orosio si soffermò su tutte le guerre e calamità che avevano colpito Roma in epoca precristiana, cercando di provare che anche in età precristiana Roma avesse subito dei rovesci e dei disastri, senza che di ciò potesse venirne incolpato il Cristianesimo. Quando riferisce delle calamità in epoca cristiana, Orosio, conformemente al suo scopo apologetico, finisce con lo sminuirle o attribuirle alla punizione divina volta a correggere i peccati dei Romani.
Secondo Orosio il sacco di Roma ad opera di Alarico fu la giusta punizione divina per castigare la Città Eterna per i suoi peccati, in particolare per il persistere del paganesimo nell'Urbe; in ogni modo, tale sacco, per Orosio, fu molto meno distruttivo di altri disastri capitati alla capitale quando era pagana, ad esempio dell'incendio ordinato da Nerone nel 64 o del sacco di Roma ad opera dei Galli di Brenno nel 390 a.C.:Orosio, VII,39.
Orosio giunge addirittura ad affermare che, per quanto il ricordo di quell'evento fosse ancora recente, se qualcuno avesse interrogato i cittadini romani, avrebbe pensato che non fosse accaduto nulla, e l'unica testimonianza del sacco sarebbero rimaste le poche rovine ancora esistenti.
Storici della Tarda Antichità Olimpiodoro Lo storico greco Olimpiodoro († dopo il 425), che nella sua Storia narra in dettaglio il periodo compreso tra il 407 e l'ascesa al trono di Valentiniano III nel 425, è la principale fonte di numerosi autori greci classici che scrivono sulla parte occidentale dell'Impero in questo momento. L'opera è conservata solo in un riassunto contenuto nella Biblioteca di Fozio, dove, tuttavia, gli eventi che riguardano il sacco di Roma, però, vengono trattati nelle loro caratteristiche essenziali:
Filostorgio La Storia Ecclesiastica di Filostorgio († dopo il 433), ariano come i Goti di Alarico, come Olimpiodoro, è sopravvissuta solo in una Epitome redatta dal patriarca di Costantinopoli Fozio. È controverso se Filostorgio abbia fatto uso di Olimpiodoro come fonte oppure no, in quanto si discosta da lui per la narrazione di alcuni avvenimenti: per esempio, a differenza di Olimpiodoro, Filostorgio è ostile nei confronti di Stilicone, accusandolo di aver aperto ad Alarico la strada per l'invasione dell'Italia, e Saro gioca un ruolo più importante rispetto all'opera di Olimpiodoro.
Filostorgio sottolineò le responsabilità di Onorio e rinunciò, a differenza di Orosio e degli storici ecclesiastici Socrate Scolastico e Sozomeno, di sdrammatizzare il sacco di Roma da Alarico in qualsiasi forma, descrivendolo come un evento catastrofico.Filostorgio, XII,2-3.
Socrate La Storia Ecclesiastica di Socrate Scolastico († 440) si sofferma solo brevemente sul sacco di Roma. La collaborazione iniziale di Alarico con i romani è nota a Socrate, che infatti cita la sua partecipazione alla guerra contro l'usurpatore Eugenio, ma non la sua origine:
Socrate Scolastico non sembra molto informato sul contesto storico del sacco stesso, e la sua narrazione comprende errori e omissioni. Stilicone, Onorio o Galla Placidia non sono menzionati, mentre l'usurpazione di Prisco Attalo viene collocata erroneamente dopo il sacco, mentre invece Olimpiodoro, Zosimo, Filostorgio e Sozomeno, meglio informati di Socrate, lo collocano prima del Sacco. Socrate descrive il sacco in modo drammatico, evidenziando le devastazioni e i saccheggi dei Goti:
Comunque il resoconto di Socrate non è privo di imprecisioni: per esempio, sostiene erroneamente che dopo o durante il saccheggio, Alarico proclamò Attalo imperatore, mentre in realtà ciò era avvenuto prima, e appare poco credibile, secondo diversi storici tra cui GibbonEdward Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano, Capitolo 31., la sua affermazione secondo cui Alarico avrebbe abbandonato Roma perché «gli giunse la notizia che l'Imperatore Teodosio aveva inviato un esercito per combatterlo. E non era questa notizia falsa; perché le forze imperiali erano realmente in marcia; ma Alarico, non attendendo che la notizia divenisse realtà, levò gli accampamenti e scappò».Socrate Scolastico, VII,10. Infatti la notizia, fornita da Socrate, che l'Imperatore d'Oriente Teodosio II avrebbe inviato un esercito contro Alarico, non è confermata da altre fonti.
Il capitolo si conclude con un aneddoto:
Sozomeno La storia ecclesiastica di Sozomeno († 450), che copre il periodo 324-439 e che tra le sue fonti ha fatto anche uso di Socrate, è più dettagliata rispetto all'opera del suo predecessore Socrate per quanto riguarda la descrizione del sacco di Roma. Sozomeno, che probabilmente aveva letto l'opera di Olimpiodoro, si mostra molto ben informato su Stilicone e sulle circostanze della sua morte nonché sugli avvenimenti immediatamente precedenti al sacco. Le analogie con la versione dei fatti narrata da Zosimo e dall'epitome di Olimpiodoro redatta da Fozio fa supporre gli studiosi che Sozomeno possa aver utilizzato, al pari di Zosimo, l'opera storica di Olimpiodoro come fonte. Sozomeno sostiene che i senatori pagani compirono riti pagani alle antiche divinità durante il primo assedio di Roma (fatto confermato anche da Zosimo, il quale tuttavia, sostiene che fu fatta solo la proposta, ma alla fine tali riti non furono effettuati).
Il resoconto del sacco in Sozomeno è molto meno drammatico rispetto a Socrate. Sozomeno mette in evidenza la pietà cristiana dei Goti che risparmiarono la Basilica di San Pietro e si astennero dal compiere massacri nelle chiese cristiane, permettendo così a tutti i cittadini che fossero riusciti a rifugiarsi nelle chiese di aver salva la vita:
Sozomeno narra anche del racconto edificante di una romana pia, le cui virtù avevano colpito così tanto un giovane goto che egli decise di non violentarla.Sozomeno, Storia Ecclesiastica, IX,10.
Procopio