Europa 7 è stata una syndication e un progetto di canale televisivo italiano, ricordata per una lunga e travagliata battaglia giudiziaria protrattasi tra la fine degli anni novanta e gli anni duemiladieci, in cui era coinvolto anche il mondo della politica.
Era stata lanciata nel 1998 come circuito di emittenti locali in sostituzione di Italia 7 ma, pur avendo ottenuto una concessione per una frequenza televisiva nazionale dallo Stato italiano, non l'ha mai potuta utilizzare in ragione della mancata applicazione del Piano Nazionale Assegnazione delle Frequenze, che stabiliva i limiti per ogni singolo operatore. Europa 7, quindi, non è potuta diventare un'emittente televisiva nazionale autonoma. Nel 2012, lo Stato italiano è stato condannato a pagare ad Europa 7 la cifra di dieci milioni di euro a titolo di risarcimento per la mancata fruizione delle frequenze.
La società che gestisce il marchio, di proprietà dell'editore italiano Francesco Di Stefano, ha lanciato nel 2010 la piattaforma televisiva a pagamento in digitale terrestre Europa7 HD, che è stata la prima azienda televisiva nazionale a produrre trasmissioni televisive in standard DVB-T2. Il 2010 è stato quindi l'anno della chiusura di fatto del circuito Europa 7, la cui library è stata mantenuta da alcune delle emittenti regionali affiliate. Tuttavia, la piattaforma Europa7 HD ha avuto una rilevanza molto limitata rispetto ad altre pay TV disponibili sul territorio italiano, ed ha interrotto il proprio servizio per carenza di abbonati.
Storia 1994-1998 Nel 1994, a seguito della legge MammìQuesta legge fissava il 25% come tetto massimo per la proprietà di reti televisive nazionali da parte di un unico operatore, la Fininvest cedette Italia 7 alla D.A.P.S., azienda di proprietà dell'editore Giampiero Ades, che tentò di rilanciare il circuito attraverso la stipula di un contratto di esclusiva per vari film e telefilm della Warner Bros. e altri investimenti in programmazione. Tuttavia questa azienda fallì nel 1996, e Italia 7 venne ceduta a Giorgio Tacchino e Francesco Di Stefano, già proprietari delle emittenti capofila Telecity e TVR Voxson. Le trasmissioni di Italia 7 continuarono fino al 18 aprile 1998, quando il network venne rinominato in Europa 7.Il quotidiano "L'Unità" riporta i palinsesti di Italia 7 fino al numero del 17 aprile 1998; dal giorno successivo vengono sostituiti senza soluzione di continuità e nella stessa posizione da quelli di Europa 7. Tale scelta fu effettuata perché ogni emittente affiliata era titolare del marchio di Italia 7 per la propria regione, e diverse di esse (tra cui la pugliese Telenorba e la siciliana Telecolor) lo mantenevano in onda anche dopo essere fuoriuscite dal circuito. Per un breve periodo il circuito utilizzò un doppio logo di rete: a sinistra era presente quello tradizionale di Italia 7, occasionalmente "personalizzato" dall'emittente locale, mentre a destra quello di Europa 7, che fu proposto in più versioni finché non ne fu adottata una definitiva con la scritta "europa" in minuscolo e in blu.
Tuttavia le emittenti affiliate Telecity, Telepadova e Sestarete, che assieme coprivano gran parte del nord Italia, decisero di separarsi e costituire un nuovo circuito in proprio: per un periodo queste reti locali continuarono a trasmettere i programmi di Europa 7, coprendone però il logo con quello tradizionale di Italia 7; nel corso del 1999 venne fondata Italia 7 Gold, che iniziò stabilmente le trasmissioni con il proprio logo il 1º gennaio 2000. Europa 7 non riuscì a recuperare la precedente copertura e rimase visibile fino alla seconda metà degli anni 2000 perlopiù nelle regioni meridionali e del centro Italia.
1999 Nel 1999 Di Stefano decise di dare vita a due nuovi canali nazionali partendo dai 12 miliardi di lire ricavati dall'attività della syndication. A tale fine partecipò alla gara pubblica per l'assegnazione delle frequenze televisive nazionali prevista dalla Legge Maccanico del 1997. I due canali avrebbero dovuto sostituire la syndication della quale l'imprenditore era già in possesso. Uno avrebbe ereditato il nome del circuito, ovvero "Europa 7", mentre l'altro si sarebbe dovuto chiamare "7 Plus". Temporaneamente il circuito passò in gestione al gruppo Media 2001 S.r.l., controllato dalla società Fincentro Uno, controllata a sua volta dallo stesso Di Stefano al 98%. La società vinse la gara ottenendo la concessione ma non le frequenze necessarie a trasmettere su scala nazionale.
Il "Piano nazionale di assegnazione delle frequenze per la radiodiffusione televisiva" individuò 51 bande utilizzabili (45 della gamma UHF e 6 della gamma VHF). Ad ogni emittente dovevano essere assegnate tre bande su cui trasmettere, a seconda della zona geografica, per un totale teorico di 17 emittenti, di cui sei a livello locale, tre nazionali pubbliche (quelle della Rai) e 8 nazionali private. Ulteriori eventuali frequenze rimaste libere avrebbero dovuto essere dedicate alle emittenti localiPiano nazionale di assegnazione delle frequenze per la radiodiffusione televisiva , sintesi della delibera n. 68/98 dell'AGCOM. La gara prevedeva, per semplificare e velocizzare le assegnazioni, che se il vincitore di una concessione stava già trasmettendo su scala nazionale in modo compatibile con quanto deciso sulle suddivisioni delle bande, avrebbe potuto continuare a impiegare le stesse frequenze, senza attendere il piano di adeguamento delle frequenze. A causa del ristretto numero di frequenze assegnabili, gli articoli 1 e 2 della concessione prevedevano per i concessionari un termine massimo di 24 mesi dalla notifica delle concessioni perché questi dimostrassero di essere in grado di coprire almeno l'80% del territorio nazionale, compresi tutti i capoluoghi di provincia (per le assegnazioni effettuate con la precedente legge Mammì era stato ritenuto sufficiente coprire il 60% del territorio), a cui si sarebbero potuti aggiungere, a discrezione del Ministero delle comunicazioni, 12 mesi di proroga in caso di problemi tecnici.
Nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 1999 vennero pubblicati i punteggi che servivano per la valutazione dei richiedenti le concessioni. Alcuni giornalisti che si interessarono al casoAd esempio Alessandro Wagner, Il grande scippo. Europa 7 e Rete 4. L'incredibile vicenda delle frequenze televisive e gli effetti della legge Gasparri, Editori Riuniti, 2003, ISBN 88-359-5493-2, pag 27 e 28 fecero notare come questo regolamento avrebbe avvantaggiato chi già trasmetteva a livello nazionale, rendendo così più difficoltoso l'ingresso di nuove reti come quelle di Di Stefano, rafforzando cioè lo status quo.
Con il Decreto Ministeriale del 28 luglio 1999 furono resi noti i vincitori della gara, tra i quali figurava Europa 7 di Di Stefano, che si aggiudicò 1 concessione delle 2 per le quali l'imprenditore si era candidato, posizionandosi settimo in graduatoria, pur non avendo ottenuto dallo Stato le frequenze; la concessione per 7 plus non fu autorizzata per capitale sociale insufficiente; contestualmente Rete 4 e TELE+ Nero, che trasmettevano ancora a livello nazionale, non essendo fino a quel momento entrato in vigore il nuovo Piano delle Frequenze, sul quale veniva autorizzato un limite massimo di due reti per operatore, persero la loro concessione. Relativamente alla seconda concessione Di Stefano fece ricorso al TAR del Lazio, che nel 2000 confermò la decisione del Ministero delle comunicazioni, e successivamente al Consiglio di Stato, che l'anno seguente annullò la decisione del TAR e costrinse il Ministero ad accordare anche la seconda concessione, rendendo 7 Plus l'ottava emittente in graduatoriaAlessandro Wagner, Il grande scippo. Europa 7 e Rete 4. L'incredibile vicenda delle frequenze televisive e gli effetti della legge Gasparri, Editori Riuniti, 2003, ISBN 88-359-5493-2, pag 53.
Il 22 settembre 1999 le concessioni di Europa 7 furono registrate presso la Corte dei Conti e il 28 ottobre 1999 le furono rilasciati i titoli concessoriOrdinanza del Consiglio di Stato del 19 luglio 2005 sezione "DIRITTO 2.49". La licenza prevedeva l'inizio delle trasmissioni entro il 31 dicembre 1999 e il piano di Europa7 prevedeva 700 assunzioni e un centro di produzione a Roma di 20.000 m², composto da 8 studi e un magazzino di programmi.
A Europa 7, al contrario del servizio pubblico e degli altri gruppi privati, non erano ancora state assegnate le frequenze nazionali di spettanza e doveva pertanto attendere l'applicazione del piano di assegnazione delle frequenze per poter iniziare le trasmissioni (secondo il Governo italiano, i ricorsi di Rete Mia, Retecapri, Rete A e 7 Plus stessa, ritardarono l'entrata in vigore delle nuove normative).
Nonostante Europa 7 fosse l'unico soggetto televisivo nuovo tra i vincitori delle concessioni e dovesse trasmettere già da luglio 1999, la persistente inadempienza da parte del Ministero delle comunicazioni nella redazione del Piano, contravvenendo al risultato della gara pubblica, fece slittare la partenza, con autorizzazione ministeriale del 1999, fino al 31 dicembre 2003 - data ritenuta successivamente dalla Corte Costituzionale come termine improrogabile a partire dal quale avrebbe dovuto prendere il via un «effettivo e congruo sviluppo dell'utenza dei programmi radiotelevisivi via satellite o via cavo». In una nota del 22 dicembre 1999, il Ministero si impegnava comunque con la società Centro Europa 7 perché in breve tempo si arrivasse "di concerto con l'Autorità, alla definizione del programma di adeguamento al piano d'assegnazione delle frequenze". A seguito del ricorso al TAR da parte di Europa 7 in relazione a questa nota, con sentenza n. 9325/04 si affermò che il Ministero avrebbe dovuto assegnare subito le frequenze una volta deciso, in base all'esito della gara.
Il Piano nazionale di assegnazione delle frequenze, di competenza dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), di fatto, non fu però mai attuato; le reti "eccedenti" (Rete 4 e Tele+ Nero), che a causa dei vincoli antitrust imposti dalla legge Maccanico avrebbero dovuto essere trasferite sul digitale terrestre entro un termine stabilito dall’Autorità, continuarono a trasmettere sul sistema analogico, occupando due frequenze che dovevano essere liberate, in quanto tale termine non fu mai indicato.
2000-2007 Nel frattempo, dall'aprile 2000 al giugno 2001, il Governo Amato II si disinteressa completamente della vicenda permettendo in questo modo a Rete 4 e Tele+ Nero di continuare a trasmettere in assenza di concessione e, a circa una settimana dalla scadenza dell'autorizzazione a trasmettere, ottiene una proroga per trasmettere in analogico fino alla data dello switch over grazie al decreto definito dal centro-sinistra "Salva Rete 4".
Tuttavia, la scelta di puntare il dito contro Rete 4 non rispondeva a un vincolo tecnico di sostituzione con Europa 7, unica emittente tra le vincitori priva di frequenze, bensì ad una precisa strategia politica volta a sfruttare la massima esposizione mediatica per esercitare pressione istituzionale e cavalcare la polemica contro il sistema televisivo dominante, lasciando invece in secondo piano Tele+ Nero, la quale, nonostante si trovasse nella medesima condizione di proroga, fu esclusa dal dibattito politico a causa della sua natura di pay-tv e della differente proprietà editoriale. Allo stesso modo, il dibattito dell'epoca tralasciò del tutto la posizione di altre emittenti nazionali che continuavano a trasmettere in regime transitorio: Rete A (già titolare di concessione nazionale ma non vincitore nel 1999), Rete Mia e Retecapri.