Villa Buzzaccarini è una villa veneta sita a Monselice, in località Marendole, appartenuta alla nobile famiglia padovana dei Buzzaccarini.

Storia

Il sito prima della costruzione della villa

Fino ai primi anni del Cinquecento il territorio di Marendole era esclusivamente legato all'attività estrattiva della scaglia rossa a scopi edilizi. Non era infatti possibile coltivare la campagna circostante, in buona parte impaludata, e la calce delle cave di questa zona venne sempre considerata di ottima qualità tanto da essere addirittura menzionata e consigliata dall'architetto Vincenzo Scamozzi nel suo trattato "Dell'idea dell'architettura universale". La presenza della famiglia Buzzaccarini in questo territorio è riportata già dalla prima metà del XIV secolo ed è da imputarsi proprio all'attività estrattiva. Il primo esponente ad essere citato è Pataro Buzzaccarini il quale aveva a Marendole diverse proprietà, tra le quali una fornace da mattoni, ma nessuna abitazione signorile.Indagine svolta presso l'Archivio di Stato di Padova.

Sul basso colle dove ora sorge la villa, lo storico del Settecento Jacopo Salomonio nel suo "Inscriptiones Agri Patavini", rifacendosi a sua volta allo storico padovano Lorenzo Pignoria, riporta che "v'era qui una forte RoccaCurioso il fatto che, fino al secondo dopoguerra, i contadini e la gente del luogo si riferissero al luogo dove sorge la villa come "el casteło", ovverosia "il castello". per guardia del fiumeil Canale Bisatto, che ancora lambisce la villa a sud e che aveva in tempi antichi un'importanza notevole per il trasporto delle merci. da Ezzelino distrutta nel 1237". Ancora prima i documenti parlano di un "Castrum fortissimum muris, fossibus et aggeribus munitum"trad. "Forte dalle possenti mura, provvisto di bastioni e fossati".Celso Carturan, "Storia di Monselice", cap. XLIX, Monselice, 1949. Testo manoscritto su .

Non c'era quindi alcun palazzo ma piuttosto, fino alla sua distruzione, una fortezza fluviale, piuttosto comune in questo territorioalcune di queste, come il Castello di San Martino della Vaneza, ancora agibili. che serviva per controllare e proteggere i trasporti di materiali edilizi cavati in loco e trasportati via fiume da Marendole, dov'era presente un piccolo porto alle pendici dello stesso colle, a Padova.

Costruzione della villa

Due estimi delle proprietà del conte Duse Buzzaccarini nel borgo di Marendole, uno dell'anno 1489 e l'altro del 1492, riportano una differenza sostanziale: nell'ultimo, infatti, appare una "casa de muro" che nel precedente non veniva menzionata.Archivio di Stato di Padova, Archivio Selvatico, Fondo Buzzaccarini.Si trova conferma dell'esistenza dell'edificio nel documento "catastico delle carte degli eredi del defunto conte Duse Buzzaccarini e della defunta contessa Beldimanda Candì Buzzaccarini", Archivio di stato di Padova, Archivio Selvatico, Fondo Buzzaccarini. Questa nuova costruzione fu proprio il primo nucleo di Villa Buzzaccarini, la quale venne edificata sulle rovine della fortezza fatta demolire da Ezzelino III da Romano, i cui basamenti sono ancora ben visibili nella struttura attuale. La sua costruzione venne decisa per far fronte all'aumento delle attività economiche del territorio. Infatti, all'attività estrattiva, andava ora ad aggiungersi quella agricola, a seguito della bonifica operata dalla Repubblica di Venezia a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento e della conseguente coltivabilità delle campagne.Nella mappa "Retratto di Moncelese" del 1567 sono segnati i canali scavati per l'operazione di bonifica delle campagne di Monselice, Battaglia, alcune zone di Este e di paesi limitrofi. I campi e il colle di Marendole sono registrati come proprietà di Giustina Buzzaccarini.Celso Carturan, "Storia di Monselice", cap. LII, Monselice, 1949. Testo manoscritto su .

I primi fabbricati furono senz'altro l'edificio principale, a pianta quadrata, e la barchessa a "L", separati da un cortile di trachite con al centro un pozzo. La successione di queste strutture, infatti, è quella tipica dei palazzi di campagna della fine del XV secolo così come anche la struttura interna. Venne inoltre costruito un muro per delimitare il parco e la cappella privata della villa. Quest'ultima, a seguito dell'istituzione della parrocchia di Marendole, venne donata alla Diocesi di Padova perché divenisse la sede parrocchiale, a patto che venisse riservata alla famiglia dei marchesi una nicchia a fianco dell'altare maggiore per assistere alla celebrazione della messa. La chiesa venne poi ampliata a più riprese e in diverse epoche per adempiere alle funzioni di sede parrocchiale ma la "nicchia dei marchesi" è stata conservata. Di datazione certa è inoltre il ponte in muratura poco distante che collega le due rive del Canale Bisatto il quale riporta su una pietra del parapetto l'iscrizione "Consortes de Buzzacarinis Aere Proprio Aedificandum Curarunt Anno MDXCI" (trad. "I consorti Buzzaccarini ne ordinarono la costruzione a proprie spese nell'anno 1591").

Le altre adiacenze vennero aggiunte in seguito. La datazione per queste è incerta e diversa per ognuna di esse.

Divisione della proprietà

La villa rimase un'unica proprietà fino ai primi anni del Settecento. In tale data vengono riportati alcuni lavori nel complesso e in particolare l'erezione di un muro che taglia in due la proprietà e il parco da nord a sud.Archivio di Stato di Padova, Archivio Selvatico: "4 settembre 1706: Attestato di Domenico Cremonese Muraro fatto il muro divisorio nella corte di ragione del m.se Lorenzo e Arcuan Buzzaccarini in Merendole."

Dello stesso periodo è una delle uniche rappresentazioni di Villa Buzzaccarini, un'incisione del 1700 (qualche anno prima della divisione quindi) ad opera dell'artista Vincenzo Coronelli.Vincenzo Coronelli, "la Brenta", Venezia 1700.

Da questo momento in avanti le due parti del complesso seguiranno vicende diverse.La parte est, comprensiva delle antiche scuderie e del lato lungo della barchessa storica, subì una profonda ristrutturazione nei primi decenni del Settecento, assumendo la conformazione attuale. Tra le aggiunte spicca la nuova cappella gentilizia dedicata a San Luigi e costruita in stile rococò. È uno degli unici esempi di questo stile nel territorio di Monselice.Giulio Bresciani Alvazer, "Excursus tra memorie segni ed emergenze architettoniche della storia urbana", . La proprietà venne mantenuta dai marchesi fino alla seconda metà del Novecento e usata come abitazione di villeggiatura. La parte ovest rimase di proprietà dei Buzzaccarini fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando venne venduta ai conti Cittadella-VigodarzereConti di Onara e Bolzonella, conti dell'Impero austriaco, nobili di Padova. i quali la cedettero poi alla famiglia Boggiani.

La villa compare nel catasto napoleonico del 1808 e in quello austriaco del 1838. Entrambe le visure confermano che la planimetria degli edifici già agli inizi dell'Ottocento era grossomodo quella attuale.

Dal Novecento

Ad inizio Novecento la parte ovest venne acquisita dall'ing. Ernesto Breda che la trasformò in un'azienda agricola. A lui si deve la costruzione delle moderne stalle, edificate in luogo di quelle antiche, andate distrutte e delle quali permangono solo due arcate. Venne inoltre gettata l'aia di cemento sopra l'originale in trachite, piazzale per far essiccare i raccolti, mentre l'intera struttura quadrangolare, compreso il piano nobile affrescato, venne adibito ad essiccatoio e granaio.Indagine svolta presso la Biblioteca di Monselice.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale l'edificio fu requisito dal Regio Esercito e usato come comando. Lasciato dalle truppe a guerra finita, rimase in stato di semiabbandono. Durante la seconda guerra mondiale il complesso venne usato brevemente come comando dalla Wehrmacht.

Dal secondo dopoguerra fino agli anni sessanta del Novecento il complesso ovest venne abitato da numerose famiglie di braccianti che lavoravano nell'azienda agricola che lì aveva sede. Fu poi venduto più volte fino ad essere acquistato, nel 2001 dall'attuale proprietà che nel 2006 iniziò il restauro del corpo principale e, nel 2014, delle adiacenze.

La villa ospita una struttura ricettiva, aree per eventi e alcune abitazioni private.

Architettura

Edificio centrale

L'edificio centrale, a pianta quadrata, si compone di tre piani.

Il piano terra è seminterrato e scavato per metà direttamente nella scaglia rossa di cui è fatto il colle. È fatto di tre ambienti provvisti d'accesso solo a sud: uno centrale, più lungo, ricalca le dimensioni del salone soprastante, e due laterali più corti. Tutti gli ambienti sono caratterizzati da soffitto a volta. La presenza di un camino con forno nella stanza di destra la identifica come l'antica cucina mentre gli altri locali erano usati come cantine e depositi.

Il portale di trachite della cantina centrale è particolarmente interessante in quanto sulla chiave di volta ostenta in bassorilievo lo stemma della nobile famiglia Candì della quale faceva parte la moglie del Conte Duse, Beldimanda Candì Buzzaccarini.

Il piano soprastante è il piano nobile. È accessibile sia da nord che da sud ma solo tramite scale esterne di trachite euganea. All'interno si ritrova la tipica planimetria delle residenze di campagna di fine Quattrocento richiamante lo schema tripartito dei palazzetti cittadini. Il piano è costituito da un lungo salone centrale, completamente affrescato, e da quattro stanze laterali poste due a due, con affreschi sulla parte alta dei muri. Le due stanze a sud venivano usate in inverno, in quanto sempre esposte al sole e provviste di camini mentre quelle a nord, fatte per essere usate d'estate, sono più riparate e fresche e si affacciano sul cortile interno. I soffitti sono costituiti da travi lignee che conservano ancora in parte l'originale decorazione dipinta. Infine, di particolare interesse risulta la pavimentazione nella stanza di sud-ovest: si tratta di un pastellone veneziano, antesignano del più famoso terrazzo veneziano, e risalente alla costruzione dell'edificio. È uno dei rari esempi rimasti del suo genere.

Il secondo piano è un ambiente unico con soffitto a mansarda. È caratterizzato dalla presenza di quattro colonne centrali sulle quali la complessa travatura lignea scarica tutto il peso del tetto. È raggiungibile tramite una scala interna e la sua funzione fu sempre quella di granaio.

Adiacenze

La storia architettonica delle varie adiacenze non è di facile ricostruzione. I numerosi e radicali restauri d'epoca hanno lasciato numerose testimonianze sulla moderna struttura (portali e finestre murati, vecchie fondazioni di pareti abbattute, ecc.) ma non è possibile, storiograficamente, estrapolarne una cronologia. In ogni caso l'uso fu sempre abitativo o di servizio, ad eccezione della barchessa, che divenne abitazione solo a metà dell'Ottocento.

Decorazioni

Affreschi

Gli affreschi sono presenti solo nel piano nobile e si differenziano tra di loro per stile ed epoca di realizzazione. Sia l'attribuzione che la datazione rimangono per la maggior parte incerte.