Il termine deformità () si riferisce a un difetto fisico, congenito o intervenuto patologicamente, che causa un'alterazione nell'aspetto abituale di parti o dell'intero corpo umano o animale. La deformità non è necessariamente connessa alla disabilità ma questa può causare disfunzioni e deviazioni dalla normalità anatomica tali da determinare una diversità corporea percepita come esteticamente spiacevole alla vista.Enciclopedia Italiana Treccani alla voce corrispondente
Cultura greca
La deformità ancora oggi nella cultura popolare è associata a comportamenti morali riprovevoli«Ddiu li sègna, e tu javìtili!» [Dio li segna, e tu evitali] (Dialetto tarantino): un pregiudizio che sembra tramandato dall'antica società greca del V secolo a.C. dove il principio della kalokagathia, del bello e del buono, contrassegnava invece l'ideale di perfezione fisica e morale dell'uomo che nella più antica letteratura omerica era rappresentato dall'eroe che incarnava i valori aristocratici. All'opposto è il caso di Tersite che nell'Iliade di OmeroMaria Rosa Tabellini, L’altro nel poema epico, Università di Siena, p. 1. rappresenta, per la sua deformitàCosì descritta: e per la sua codardia, il modello dell'anti-eroe, il contrario del prototipo dell'eroe classico, bello e virtuosoPierluigi Barrotta,Scienza e valori: Il bello, il buono, il vero, Armando Editore, 2015, p. 92.
La bellezza infatti nella cultura greca arcaica era concepita come un valore assoluto donato dagli dei all'uomo e quindi la deformità poteva segnalare l'ostilità degli dei nei confronti del malvagio. Nel lessico greco il termine stigma (dal greco στίγμα -ατος, derivato di στίζω «pungere, marcare» indicava un segno corporeo fastidioso e fuori della norma che marcava il deforme e mentre bontà, bellezza e salute erano giudicate "proprietà naturali", malvagità, malattia, erano concepite come proprietà innaturali.Vocabolario della lingua italiana. Treccani alla parola "stigma".
Platone nel Cratilo , analizza la distinzione tra ciò che è "secondo natura" e ciò che è "contro natura", cioè "mostruoso". Si sofferma in particolare sul rapporto tra γένος (ghenos, la "generazione secondo natura") e τέρας (teras, "mostro").Maria Luisa Gatti Perer, in Etimologia e filosofia: strategie comunicative del filosofo nel «Cratilo» di Platone, Vita e Pensiero, 2006, p. 121. È infatti nel momento della generazione che si appunta la visione negativa dei greci antichi che vedono nella nascita del deforme una punizione inflitta ai genitori che si sono macchiati di una colpa precedente, commettendo ὕβρις (hýbris), che si trasmette di generazione in generazione per aver oltrepassato per ambizione i limiti imposti dagli dei che intervengono, secondo il principio arcaico dello φθόνος τῶν θεῶν (phthónos tôn theôn), l'"invidia degli dei", con la τίσις (tísis) divina: una "punizione" mirante a ristabilire l'equilibrio che l'uomo ha violato.Anna Jellamo, Il cammino di Dike: l'idea di giustizia da Omero a Eschilo, Donzelli Editore, 2005, pp. XII e sgg.
Perciò la società spartana militarista ed elitaria ritiene che coloro che sono, per volere degli dei, contro natura debbano, per legge, essere abbandonati. Non altrettanto avviene ad Atene dove la deforme testa di Pericle«Pericle, irreprensibile in tutte le altre parti nella forma del corpo, ma prominente e asimmetrico nella testa. Per questo quasi tutte le statue sono cinte da elmi, non volendo come sembra gli artisti schernirlo. E i poeti attici lo chiamavano "dalla testa a forma di scilla", dal momento che la cipolla si può chiamare anche scilla. Tra i comici Cratino nei Chironi dice: "La Discordia e il vecchio Crono unitisi tra loro generarono un grandissimo tiranno, che gli dei chiamano 'Cefaloghereta' ", e ancora nella Nemesi dice: "Vieni, Zeus, protettore dell'ospitalità dall'alta testa".» (Plut. Per., 3, 3-4), non gli impedisce di governare.
Così nel Teeteto Socrate testimonia che era uso abituale allevare un neonato deforme poiché nessuna legge lo impedivaPlat. Theaet., 161a. L'aristocratico Platone invece ritiene ingiusto far continuare a vivere un neonato che la natura ha privato delle gioie della vitaPlatone, Repubblica, 461.. Giudizio condiviso da Aristotele che contesta la scelta di allevare bimbi deformi.Aristot., Pol. 7, 1335b, 19-21
Un caso particolare di deformità nell'antica cultura greca è la tradizionale rappresentazione della figura di Socrate che fu descritto dai suoi contemporanei, Platone, Senofonte e Aristofane, come fisicamente "brutto" Platone, Simposio 215 B-C; Senofonte Simposio, IV,197; Aristofane, Le nuvole. In particolare, nel Simposio Platone lo accosta alla figura dei "Sileni" quegli esseri propri della cultura religiosa greca, a metà tra un dèmone e un animale, che formavano i cortei del dio dell'ebbrezza, Dioniso. Ma la "bruttezza" di Socrate cela, per mezzo di una maschera, qualcos'altro:
Cultura romana
Non diversa è la considerazione della deformità fin dalle origini del mondo romano:
Come nel mondo greco anche per i Romani il deforme è il segno profetico di sventure dovute alla violazione della pax deorum. Mentalità che prosegue con diverse motivazioni nell'età imperiale come in Lucio Anneo Seneca che vede nella soppressione dei deformi un principio di igiene sociale per la salvaguardia della sanità dello Stato:
Nella terminologia latina il soggetto deforme viene indicato con monstrum, un fenomeno che è diverso dalla cosiddetta normalità naturale e perciò si riferisce, in senso ampio, a un essere vivente realeDefinizione di "mostro" nel Dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti o immaginario a cui sono attribuite una o più caratteristiche straordinarie. Per questo il termine viene spesso usato per designare esseri umani dalle doti eccezionali, che nell'antichità normalmente vengono giudicate con sospetto in quanto segni soprannaturali del deterioramento del rapporto tra uomini e dei. In questo caso il termine mostro assume una connotazione negativa ma può esprimere anche un senso positivo o ambivalente nel suo significato, conservato anche nella lingua italiana, di "portento", "prodigio" quando viene accostato ai mirabilia e ai cosiddetti "fenomeni da baraccone".
Una più indulgente considerazione della deformità si ha nel periodo imperiale quando si afferma la moda nelle famiglie più facoltose di allietare i banchetti con i nani e quando il monstrum diventa motivo di spettacolo nel circoGian Biagio Conte, L’inventario del mondo. Ordine e linguaggio della natura nell’opera di Plinio il Vecchio, saggio introduttivo a G.B. Conte – A. Barchiesi – G. Ranucci (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia naturale, I, Torino 1982, XVII-XLVII.
Una maggiore sensibilità nei confronti della deformità nelle malformazioni neonatali nel periodo del principato viene confermata nel Digesto ad opera dei giuristi Giulio Paolo e Ulpiano secondo i quali non si possono incolpare i genitori per la nascita di un figlio deforme poiché questo è avvenuto per volontà del fato (fataliter) e non più, come in passato, per aver offeso gli dei: «neque id quod fataliter accessit, matri damnum iniungere debet»Digesta,Ulpiano 50, 16, 135
Cristianesimo
La considerazione della deformità muta teoricamente del tutto con l'avvento del Cristianesimo che fin dall'inizio della predicazione evangelica non considera più i deformi in base al concetto di inutilità o ripugnanza anche se permangono nei loro confronti discriminazioni di ordine culturale. Quando il governo imperiale dei Flavi e degli Antonini attua una riforma della scuola promuovendo la diffusione della cultura, la legge romana dichiara l'ineducabilità di chi è colpito da disabilità, deformità o malattie, sventure che i cristiani associano alle conseguenze del peccato tanto che un papa santo come Gregorio Magno è convinto che «un'anima sana non troverà mai albergo in una dimora malata.»Gian Antonio Stella, Corriere della Sera , 17 febbraio 2012
La dottrina cristiana vede nella deformità un grave impedimento all'ordinazione sacerdotale in base al testo biblico del Levitico che enumera i difetti fisici che vietano la celebrazione dei sacrifici ai disabili e ai deformi: al cieco, allo zoppo, a chi ha il viso deforme, al gobbo, al nano, a chi ha fratture al piede o alla mano, a chi ha una macchia nell'occhio, a chi generi ripugnanza per malattie sopravvenute, come la scabbia o parti infette purulenteLv 21, 16-20. I primi concili paleocristiani inoltre associano al concetto di deformità quello di irregolaritàCanone IX del Concilio di Nicea del 325 riferendosi alla Regula Apostoli di San Paolo che enumera le deformità come causa di impedimento al sacerdozioPaolo, I Tim., 3, 1-11. Il tutto viene poi codificato nel 1140 da Graziano nel DecretumEnciclopedia Italiana Treccani alla voce "Decretum Gratiani" che distinguerà le caratteristiche che differenziano i laici dai chierici che potranno appartenere all' ordo clericalis solo se in possesso di requisiti non solo spirituali ma che anche di quelli che rispettino quell'integrità fisica in mancanza della quale l'"irregolare" per defectu corporis sarà escluso dal clericato e dai benefici ecclesiastici.G.Oesterlé, "Irregularités" in Dictionaire de droit canonique, VI, Paris 1957, coll.42-66
Medioevo
Il concetto di deformità viene elaborato in epoca medioevale da Bernardo da Chiaravalle verso il 1125 nella sua Apologia all'abate Guglielmo, sintetizzato nella formula «formosa deformitas» per significare che accanto ai casi di deformità ripugnante vi sono esempi meravigliosi di anomalie anatomiche, che destano meraviglia per la loro singolarità.
La «vitiosa deformitas» invece per Bernardo è qualcosa che ha deviato dalla formosità, dalla bellezza e quindi dalla bontà poiché, come insegnava la kalokagathia greca, ciò che è bello è anche buono e il bene non può che provenire da Dio; al contrario la bruttezza, la malvagità è tipica del deforme marchiato dal demonio, lui stesso essere deforme per definizione.Gian Maria Varanini, Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna: atti del XIV Convegno di studi organizzato dal Centro di studi sulla civiltà del tardo medioevo: san Miniato 21-23 settembre 2012, Firenze University Press, 2016 pp. 316-324.
La concezione di base è che il peccato, specie quello commesso nella sfera sessuale, determini la deformità. Scrive Pier Damiani verso il 1065 all'abate di Montecassino che dal matrimonio endogamo di Roberto II re di Francia con Berta, vedova di Eude d'Anjou, sua parente, per la violazione dell'etica matrimoniale della Chiesa, era nato un figlio deforme dalla testa e dal collo simili a quelli di un'oca (anserinum per omnia collum et caput habentem)Archivio della latinità italiana del Medioevo, p. 135.. La coppia reale, scomunicata, appariva quasi contagiosa agli occhi dei servi che passavano sul fuoco qualunque cosa fosse entrata in contatto con i reprobi. Appariva chiaro che la punizione del peccato non esentava neppure la stirpe reale che anzi veniva colpita più duramente per il cattivo esempio dato al popolo.Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna..., op. cit., pp. 271-272.
Rinascimento