Arrestato nel 1988 e poco dopo rinviato a giudizio, fu condannato e incarcerato per il reato di concorso morale in omicidio, dapprima nel 1990 e poi in via definitiva nel gennaio 1997 (con l'eccezione di circa 6 mesi tra il 1999 e il 2000 a causa della revisione del processo). Scontò la pena dal 2005 in regime di semilibertà e dal 2006 di detenzione domiciliare, a causa di problemi di salute, venendo scarcerato nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, che era stata ridotta a 15 anni per effetto dei benefici di legge.

Pur assumendosi la corresponsabilità morale dell'omicidio, a causa della campagna di stampa diretta contro il commissario portata avanti assieme agli altri membri di Lotta Continua, Sofri si è sempre proclamato innocente per quanto riguarda l'accusa penale, così come affermato anche dai coimputati, a eccezione di Marino, reo confessoAdriano Sofri risponde a Rocco Casalino, portavoce del M5S . Un ampio movimento innocentista ha affermato negli anni l'estraneità di Sofri al delitto, ricordando le contraddizioni di Marino, in particolare il fatto che Sofri avrebbe ordinato il crimine solo concedendo una sorta di "silenzio-assenso" dagli innocentisti ritenuto non verificabile.Il riferimento è al fatto che Marino non ricordi le esatte parole di Sofri, e che egli possa aver frainteso qualcosa di non perentorio per un ordine preciso in merito o una sorta di assenso silenzioso.

Biografia Adriano Sofri è nato a Trieste. Il padre, di origine meridionale, era nella Marina Militare, mentre la madre, triestina, era insegnante. Ha un fratello maggiore, Gianni, storico e saggista, e una sorella, Stella. Trascorse l'infanzia a Taranto, poi a Milano, Palermo e Roma dove studiò al liceo Virgilio.

Nel 1960 entrò alla Scuola Normale Superiore come studente di storia della filosofia. In quegli anni conobbe Carlo Ginzburg, Adriano Prosperi e Umberto Carpi, anch'essi studenti, ed ebbe tra i suoi professori Delio Cantimori.

Nel marzo 1963, quando Palmiro Togliatti visitò Pisa e raccontò agli studenti il suo rientro in Italia e la svolta di Salerno, riferendo che «il generale MacFarlane si meravigliò con me che il PCI non volesse fare la rivoluzione», Sofri intervenne affermando che «ci voleva l'ingenuità d'un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo», al che il segretario comunista ribatté: «Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione», e Sofri concluse: «Ci proverò, ci proverò».

Venne espulso dalla Normale nel 1963 per «infrazione disciplinare», dopo essere stato in precedenza sospeso: l'ordinamento della Scuola non permetteva agli studenti di accogliere donne in dormitorio, ma Sofri vi fu sorpreso con colei che sarebbe poi divenuta sua moglie. Si laureò quindi nel 1964, all'Università di Pisa con una tesi sul giovane Antonio Gramsci.

Fu attivo nella sinistra operaista italiana sin dai primi anni 1960: collaborò alla rivista Classe operaia, fu tra i fondatori del movimento Il potere operaio pisano,

Nel 1970 fu brevemente arrestato dopo una manifestazione a Torino.

Sposato negli anni 1960 con Alessandra Peretti, è padre di due figli: Luca, giornalista, e Nicola. Dal 1972 Sofri è stato legato a Randi Krokaa (1944-2007). Sofri è ateo, anche se ha dichiarato di essersi riavvicinato ad una fede personale negli anni della maturità.

L'attività politica in Lotta Continua

Negli anni 1970 Sofri fu il fondatore e tra i leader principali di Lotta Continua, una delle principali formazioni della sinistra extraparlamentare marxista. Lotta Continua si distinse per l'attività politica in aperto contrasto con le forze del Parlamento. Nel 1975, alle elezioni amministrative, Lotta Continua appoggiò le liste del Partito Comunista Italiano. Successivamente, alle elezioni legislative del 1976, L.C. si unì col PDUP e Avanguardia Operaia dando vita al cartello elettorale denominato Democrazia Proletaria. Dall'insuccesso dell'avventura elettorale, e sotto l'incalzare della componente femminista, L.C. al congresso di Rimini, tenutosi tra il 31 ottobre e il 4 novembre dello stesso anno, implose: la formazione politica si sciolse, ma rimase il giornale che divenne megafono quotidiano del movimento del Settantasette.

La campagna contro Calabresi

Nel periodo 1969-1972, dalle pagine dell'omonimo giornale, sul quale Adriano Sofri scriveva e di cui fu anche direttore, la formazione attaccò fortemente, tra gli altri, il commissario Luigi Calabresi. Fino a poco prima dell'omicidio, il commissario era stato pubblicamente accusato dagli anarchici e da Sofri stesso, per mezzo di una ampia campagna sulla stampa, di essere il principale responsabile della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra dell'ufficio di Calabresi presso la Questura di Milano durante l'interrogatorio relativo alla strage di piazza Fontana, del quale era accusato assieme a Pietro Valpreda (entrambi risulteranno poi estranei).

La campagna venne sostenuta anche da molti giornali e riviste, e numerosissime firme del mondo culturale (come nella famosa lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli). Un articolo anonimo pubblicato da Lotta Continua diceva:

La citazione sul "bufalo inferocito" secondo quanto ipotizzato da Sofri sarebbe forse di origine maoista. L'articolo, intitolato Un'amnistia per Calabresi, contiene anche una vignetta con Calabresi raffigurato come un boia accanto a una ghigliottina, però prende le distanze dalle frasi murali che invitano a uccidere il commissario, in quanto la morte avrebbe evitato il giusto processo:

Nell'articolo compaiono però anche parole di minaccia, che lo stesso Adriano Sofri ha definito in seguito "raccapriccianti"Adriano Sofri, La notte che Pinelli, 2009, p. 241 e segg., riferite al giudice Caizzi, al questore Guida e a Sabino Lo Grano di cui si parla nel paragrafo precedente:

La versione citata spesso e derivata dal libro di Gemma Capra Calabresi e Luciano Garibaldi non riporta invece le numerosi frasi sul processo; nella versione completa l'articolo appare molto pesante e duro, ma è messo bene in chiaro che Lotta Continua auspicava la condanna di Guida e Calabresi dentro un'aula di tribunale (rifiutando perciò l'amnistia che coprisse anche il reato di diffamazione mosso ad alcuni attivisti del movimento, nonostante si dica in un capoverso che non esigono una nuova denuncia), e non l'omicidio dei due funzionari, come fatto intendere nella versione "incompleta".

Quando Calabresi morì assassinato in un agguato il 17 maggio 1972 il giornale titolò: Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio di Pinelli; Sofri si rifiutò di intitolare Giustizia è fatta (come gli fu chiesto da alcuni), alienandosi le simpatie di molti sostenitori, ma altresì non volle prendere le distanze dal crimine. Nell'editoriale da lui firmato, intitolato La posizione di Lotta Continua, scrisse che

In un articolo del 2008 sul Foglio e il 9 gennaio 2009, in un'intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza nel delitto di concorso morale in omicidio, Adriano Sofri (poco prima dell'estinzione della pena, avvenuta tre anni dopo) si è assunto la corresponsabilità morale dell'omicidio, per aver scritto, per esempio, «Calabresi sarai suicidato» e per aver rifiutato all'epoca di deplorare il delitto.

Sofri fu uno dei pochi (un altro fu Carlo Ripa di Meana, firmatario dell'appello dellEspresso) a chiedere perdono per la campagna stampa contro Calabresi. Già nel 1998 Sofri aveva espresso parole di condanna per il delitto Calabresi, e presentato scuse pubbliche alla vedova del commissario per aver contribuito a istigare al linciaggio nei confronti del marito, «con l'uso di termini e l'evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto più detestabili e orribili oggi»; Sofri si assunse quindi la colpevolezza di aver compiuto un'istigazione a delinquere, pur dicendosi sempre innocente a livello penale per quanto riguarda l'ideazione e l'esecuzione dell'omicidio, e vittima di un errore giudiziario.

Secondo il giornalista Giampiero Mughini (ex membro della formazione extraparlamentare e per un periodo direttore del quotidiano), in Lotta Continua molti, compreso Sofri, sapevano che qualcuno stava preparando il delitto, ma egli ne sarebbe comunque estraneo per quanto riguarda la realizzazione.

Vicende successive Secondo quanto affermato da Sofri nel 2007 (in un articolo che non era in relazione col processo), un dirigente degli apparati di sicurezza (secondo Sofri «affari riservati», come l'omonimo ufficio del Ministero dell'Interno, allora diretto da Federico Umberto D'Amato, un importante funzionario sospettato di legami con la strategia della tensione in Italia e con l'estrema destra), nei primi anni settanta, gli avrebbe proposto di agire insieme (una sorta di prassi di infiltrazione – o di uso spregiudicato degli informatori – attuata forse dai servizi segreti deviati, come avvenuto ad esempio per la strage di piazza Fontana con Guido Giannettini e Carlo Digilio, e anche con il citato Gianfranco Bertoli) facendogli capire che voleva compiere un omicidio, cosa rifiutata da Sofri.

Ancora prima della vicenda giudiziaria, Sofri abbandonò la politica attiva, dedicandosi solo al giornalismo e spostandosi dalle posizioni comuniste movimentiste a quelle più socialiste e socialdemocratiche, divenendo un intellettuale molto vicino alla sinistra progressista.

Arrestato e rilasciato dopo pochi mesi nel 1988, fu condannato nel 1990, e nel 1997 in via definitiva, insieme a Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, come mandante dell'omicidio Calabresi, in seguito alla confessione e testimonianza di Leonardo Marino (ex militante di Lotta Continua); Sofri si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda e non ha mai presentato richiesta di grazia, che pure è stata invocata da diversi giornalisti e intellettuali.

Il 16 gennaio 2012 viene scarcerato per decorrenza della pena.

L'attività letteraria e di opinionista

Dagli anni 1980, abbandonata la militanza politica, si è dato all'attività di studio e pubblicistica in campo storico-politico con numerosi articoli e saggi. Prima del carcere scrisse importanti reportage per l'Unità e L'Espresso. Nel 1980 seguì con altri giornalisti tra cui Oriana Fallaci il viaggio diplomatico in Cina di Sandro Pertini.

Testimone attento, ma raramente distaccato, si appassionò in particolare a due cause: quella dell'indipendenza della Cecenia e quella di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (fu anche inviato di guerra nella capitale bosniaca), esprimendosi contro la politica della Russia, e della Serbia nel corso delle guerre jugoslave. Nel 1996, in Cecenia, fece da mediatore per il rilascio di due cooperanti italiani sequestrati da un gruppo di indipendentisti.

Negli anni del carcere Sofri ha scritto molto; una breve, ma assai intensa, rubrica quotidiana su Il Foglio (Piccola posta, sul quotidiano fondato dall'amico Giuliano Ferrara, che da sempre ha dato ospitalità a Sofri pur essendo un giornale vicino alle posizioni del centrodestra), una collaborazione regolare con la Repubblica e la rubrica Dopotutto sull'ultima pagina di Panorama, interrotta quando Maurizio Belpietro è diventato direttore del settimanale. Nel 2015 ha cessato la sua collaborazione con la Repubblica dopo che Ezio Mauro ha annunciato l'imminente termine della sua direzione del giornale; al posto di Mauro è divenuto direttore Mario Calabresi, il figlio del commissario Calabresi. Mario Calabresi e Sofri erano già stati colleghi a la Repubblica, pur senza vedersi mai di persona al di fuori di due fugaci incontri nel processo.

Nel 2001 scrisse una lettera-articolo a Oriana Fallaci, in risposta a La rabbia e l'orgoglio, ma sarà pubblicata su ll Foglio solo nel 2016.