Biografia I primi studi e la laurea in Lettere Mariano Rosati, filosofo e poeta italiano (1894-1973), nacque a Lenola: piccolo borgo del basso Lazio medaglia d'oro al valor civile – allora in provincia di Caserta oggi in provincia di Latina – da una famiglia le cui origini documentabili risalgono al 1533.Libro d'oro della Nobiltà italiana, ed. XV vol. XVI, 1969-1972, Roma, Collegio Araldico, p. 1898. Studiò con lo zio don Ferdinando Rosati e con don Nazareno Terella, colti ecclesiastici del suo paese. Nel 1910, a 16 anni, sostenne gli esami di licenza liceale presso il liceo di Sessa Aurunca, riportando nelle diverse discipline, da candidato privatista, punteggi dall'otto al dieci. Il 22 aprile 1915 si laureò a pieni voti in Lettere presso l'Università di Roma dopo aver frequentato i corsi tenuti da professori tedeschi e russi, tra i quali Vladimir Zabughin, di cui divenne frequentatore e amico: sarà citato nel Vergilio nel Rinascimento italiano da Dante a Torquato Tasso.Zabughin, Vladimiro, Vergilio nel Rinascimento italiano da Dante a Torquato Tasso, Bologna 1918, pp. 81 e 82 n.
Precursore dell'Esistenzialismo Subito dopo, insieme all'insegnamento nelle scuole del Regno, inizia la sua attività filosofica; che raggiungerà il vertice, a 25 anni, con la pubblicazione del Libro della Conoscenza (Roma, 1919). Passato quasi sotto silenzio nella gazzarra dell'imperversante Neohegelismo di Gentile e Croce, rappresentò nella cultura europea del primo dopoguerra la consapevole anticipazione di alcuni temi fondamentali ripresi e svolti, tempo dopo, dal pensiero esistenzialistico (Heidegger, padre ufficiale dell'Esistenzialismo, pubblicherà il suo Essere e tempo otto anni più tardi). Ristampato a Torino nel 1957 insieme al Quadro storico della Filosofia da Kant a noi (Roma, 1923) col titolo di Assoluta Ricerca, l'opera concorre in misura rilevante a precisare il posto che al Rosati spetta nella filosofia contemporanea. Un approfondito esame del suo pensiero dovrebbe collocarlo – quanto meno – tra i precursori dell'Esistenzialismo: proprio nel momento in cui il Neoidealismo, facile trionfatore delle ultime labili resistenze tardo positivistiche, attraverso la sua egemonia culturale si apprestava a isolare l'Italia dai circuiti più originali e fecondi del pensiero europeo.
I passi conclusivi delle due opere appaiono illuminanti: dopo aver negato all'intelletto umano ogni possibilità di pervenire al sapere assoluto – e perciò all'essere – sia attraverso il giudizio inteso come puro stato di coscienza, sia attraverso la scienza, sia attraverso la conoscenza storica, con una serie di argomentazioni in cui lo sconvolgente orrore per la scoperta si fonde con la lucidità del rigore teoretico in una prosa tumultuosa, spezzata, traboccante di incisi, e pur catafratta nel profondo, nel Quadro storico conclude che la sintesi a priori kantiana si rivela non già come autocoscienza, ma come l'autentico noumeno, come l'inconoscibilità stessa dell'essere, come intrinseca, insanabile contraddizione. Perché, se la sintesi è verità, per affermarsi come tale deve farsi oggetto a se stessa; ma poiché essa, per sé, non è oggetto ma soggetto, anzi la soggettività stessa, non può affermarsi come verità senza al contempo negarsi. Sicché alla fine resta solo il dubbio, e l'angoscia dilaniante che dal dubbio nasce e col quale si identifica.
Così, se da un punto di vista diacronico «il pensiero del Rosati non è – lo afferma Sergio Sarti in una recensione sulla rivista “Humanitas” – la riduzione alle ultime conseguenze della sola filosofia kantiana, ma di tutta la posizione della filosofia moderna»,Sarti, Sergio, “Humanitas” 2/1958, pp. 153-155. è pur vero che, a livello sincronico esso si pone, nel suo punto fondamentale di angoscia per la dissoluzione di ogni possibilità conoscitiva e ontologica in cui lo stesso soggetto pensante si identifica, come l'immediato antecedente teoretico – e antecedente sul piano cronologico della formulazione – di quella concezione esistenzialistica che l'Heidegger, con atto forse arbitrario proprio perché privo del presupposto teoretico, trasferì direttamente nella pratica.
Che il Rosati fosse consapevole della assoluta novità del suo punto di vista, e delle difficoltà semantiche nell'esprimerlo, è dimostrato da alcune frasi della relazione con cui presentava un anno dopo la pubblicazione, nel 1920, il suo Libro della Conoscenza a un concorso universitario che la consorteria accademica prona all'hegelismo imperante non gli permise di vincere. A proposito dei difetti dell'opera, «[…] tutto ciò non deve intendersi per nulla come difesa di quello che il libro possa presentare di eccessivamente oscuro, e di più accennato che svolto; se non che solo si vuole con ciò fare ancora presente la causa invincibile di tali difetti: […] quasi fatali nel primo tentativo di presentare una verità nella potentissima prima vita che essa ha nell'anima». E, con consapevolezza retrospettiva ancora maggiore: «Doveva, questa forma, per forza essere implicita, perché questo libro era per necessità oltre ogni formulazione, perché era la non formulazione».Rosati, Mariano, Lettera a Sergio Sarti del 2-11-1962. Ma ciò, oggi, non può far velo a una retta comprensione dell'originalità e del valore della sua posizione filosofica se pensiamo che – singolare coincidenza, o, più che coincidenza, affinità di punti di vista, e perciò analoghe difficoltà semantiche nel trattare il problema – Heidegger, come spiegherà anni dopo, lasciò incompiuto Essere e tempo per il «venir meno» del linguaggio. Cioè per l'impossibilità di proseguire la ricerca disponendo dell'apparato concettuale e terminologico tradizionale.
Evidente, quindi, la consonanza delle posizioni del Rosati con alcuni dei temi che, di lì a qualche tempo, andranno a costituire il nucleo della filosofia esistenzialista, pur se è opportuno rilevare che, mentre Heidegger giunge alla maturità filosofica attraverso Nietzsche, Dilthey e, soprattutto, la temperie fenomenologico-husserliana, il suo iter filosofico passa attraverso Kant e Schopenhauer, al quale ultimo si riconducono esplicitamente alcuni aspetti del suo pensiero. Di questo avviso è, nel complesso, Sergio Sarti. E, se in un primo tempo egli accosta il pensiero del Rosati a quello – posteriore – di Ugo Spirito,Sarti, Sergio, “Humanitas” cit., pp. 153-155. più tardi preferirà sottolineare che «in alcuni di questi nullisti si sente vibrare un desiderio profondo di superare la loro stessa posizione, quasi un anelito di inespressa religiosità: in questi casi, il nichilismo si avvicina stranamente a quello che sembrerebbe il suo opposto, il trascendentismo. (La situazione si verifica per es. in Unamuno, Heidegger, e in un pensatore italiano pressoché sconosciuto al gran pubblico, Mariano Rosati)».Sarti, Sergio, “Ora Zero”, 23/1965, p. 9. Ciò a riprova del fatto che la cultura italiana del primo Novecento, pur se in via di progressivo isolamento dalle correnti più vive del pensiero contemporaneo, nelle opere dei pochi suoi esponenti più consapevoli, e ben oltre il facile ottimismo neoidealistico, vive – per certi aspetti anticipandola – quella medesima dimensione della crisi che travagliava la coscienza europea.
Neoclassicismo e fascismo. La “Rivista Romantica” e la polemica con Croce Durante gli anni Venti, nel periodo in cui insegnò a Perugia, conobbe Arturo Checchi, grande pittore toscano di ispirazione intimista al quale restò legato da amicizia duratura (di lui si ricorda il pregevole ritratto a olio in bombetta e occhiali) e Gerardo Dettori, famoso pittore futurista (splendido il piccolo schizzo a penna che lo ritrae pensoso); fu per qualche tempo in corrispondenza con Marinetti, ma interruppe i rapporti non appena divenne esplicita la svolta filofascista del fondatore del Futurismo.
Proprio in questa fase giunge a compimento l'evoluzione anticrociana e antifascista del suo pensiero.
Assodato ormai che la filosofia italiana della prima metà del Novecento combatté quasi sempre battaglie culturali di retroguardia, e che lo stesso Neoidealismo, la sua espressione più autorevole e dominante almeno sino a tutti gli anni Cinquanta del secolo scorso, fu un tentativo in fondo scarsamente originale di recuperare alcuni temi del pensiero hegeliano, sorprende invece che ancora, e tenacemente, resista il giudizio – o meglio, il pregiudizio – secondo cui Croce, col Gentile uno dei dioscuri del Neohegelismo, dopo un atteggiamento di iniziale simpatia per il fascismo, ne sia divenuto in seguito uno tra i più fermi oppositori. Tanto più strano se pensiamo che quasi un secolo fa proprio il Rosati aveva intuito di là dalle mistificazioni terminologiche, e denunziato, il carattere liberticida della filosofia crociana.
Il suo impegno politico si svolse a partire da quei fatali anni Venti che videro il crollo del regime liberale e l'affermarsi della dittatura, e si intreccia con la sua attività speculativa. «Negli anni 1925-26 fondai e diressi a Perugia la “Rivista Romantica di Filosofia Letteratura e Arte”, che fu una rivista di opposizione in filosofia all'idealismo tedesco e italiano, in politica al fascismo, e in letteratura al neoclassicismo che già nel fascismo affiorava come retorica di tutto ciò che derivasse dalla romanità».Rosati, Mariano, Autobiografia cap. XIV, inedita. Ma la muta dei corifei e caudatari del regime (il Soffici dal “Popolo d'Italia”, il Bellonci dal “Giornale d'Italia”, il Frateile dalla “Tribuna”, e via elencando) attaccarono furiosamente in nome della romanità e del classicismo, sostenendo che il Romanticismo, anche quello del Risorgimento, era stato, ed era, un movimento di origine straniera, e quindi estraneo alla coscienza nazionale, che doveva fondarsi non sulla romanticità, ma sulla romanità. Sicché – in un incalzare di avvertimenti “amichevoli” al direttore, di ritardi nella concessione di autorizzazioni, di rifiuto di permessi culminati in minacce allo stampatore di Città di Castello e nella conseguente denunzia del contratto di stampa – la rivista fu tacitamente soppressa al suo decimo numero. Così, «fui rigorosamente ridotto al silenzio perché […] avevo pronunziato quella famosa e scoperta parola “Romanticismo” che, oltre ciò che significa in Filosofia, Letteratura e Arte, Lei sa che ha un significato preciso anche in Politica, e cioè quello di “Libertà”».Rosati, Mariano, Lettera a Denis Mack Smith del 5-5-1972.
Tenuto sotto controllo come elemento sovversivo, negli anni tra il 1935 e il 1936 riuscì tuttavia a pubblicare sul supplemento letterario del “Roma”, quotidiano di Napoli, una serie di articoli che, nelle forme della critica letteraria ed estetica, cercavano di riprendere l'antica lotta.