Il Museo di Palazzo Taglieschi (nome per esteso Museo delle arti e tradizioni popolari dell'Alta Valle del Tevere) è un museo statale italiano con sede ad Anghiari, in provincia di Arezzo. È allestito nel palazzo Taglieschi, un'antica dimora sviluppatasi dall'unione di case-torri di origine medievale, un tempo abitazione dei Taglieschi, considerati la famiglia più ricca della zona tra il XV e il XVI secolo.
Il museo, inaugurato nel 1975, raccoglie opere d'arte che vanno dal XIV al XVIII secolo, provenienti da chiese ed edifici storici del territorio della Valtiberina, affiancate da un'ampia raccolta di oggetti d'uso domestico e agricolo legati alle tradizioni popolari della zona. L'opera più nota della collezione è la scultura lignea policroma della Madonna col Bambino di Jacopo della Quercia, databile attorno al 1420.
Storia Il palazzo Il palazzo, dalle sobrie forme rinascimentali, sorge nel cuore del quartiere detto «del Borghetto», sull'attuale piazza Mameli (un tempo piazza del Borghetto).
L'edificio è il risultato dell'accorpamento di preesistenti case a torre d'impianto medievale, riadattate in forme rinascimentali nel corso del XV secolo. Un originario nucleo, in gran parte ligneo e munito di una torre angolare con funzione difensiva e di magazzino, fu parzialmente distrutto da un incendio nel 1307 e ricostruito, probabilmente per volere di Bartolomeo detto il Vecchietto, secondo la tipologia trecentesca della casa-torre mercantile. La data 1437, scolpita sulla facciata sotto lo stemma di famiglia, si riferisce alla ristrutturazione quattrocentesca condotta con l'accorpamento di più unità edilizie medievali. La successiva trasformazione dell'edificio secondo il gusto rinascimentale si deve al capitano di ventura Matteo di Antonio di Bartolomeo Taglieschi, detto Matteo Cane, al servizio di genovesi, fiorentini e bolognesi e più volte ambasciatore della comunità di Anghiari, attivo nella seconda metà del Quattrocento: nel 1472 guidò una delle compagnie anghiaresi all'assedio di Volterra agli ordini di Federico da Montefeltro.La guida del museo collega invece la data 1437 alla committenza di Matteo Cane, indicandone però estremi biografici incongruenti fra loro e con tale data: «vissuto fra il 1462 e il 1490» nel testo italiano, «who lived between 1426 and 1490» nella traduzione inglese a fronte (). Le maestranze che vi lavorarono applicarono i canoni delle scuole fiorentina e urbinate. I Taglieschi erano ricordati come una famiglia «antica e onorata d'insegna»., che richiama Lorenzo Taglieschi, Famiglie anghiaresi (prima metà del Seicento), nella descrizione di Baldaccio d'Anghiari.
Nell'aspetto complessivamente rinascimentale si conservano elementi dell'architettura medievale, come le finestre a sesto acuto della fiancata, l'avancorpo a sbalzo su mensoloni della facciata e l'ampio magazzino interno con volta a crociera.
L'edificio mantenne il nome dei Taglieschi anche dopo essere passato, dalla prima metà del Cinquecento, ad altre famiglie — gli Angiolieri, i Testi e i Lisi — fino al 1881, quando subì i rimaneggiamenti più gravi, con l'inserimento di tramezzi e soppalchi; nel secondo dopoguerra ospitò le famiglie più bisognose del paese. Il restauro che ne ha ripristinato l'aspetto gentilizio fu avviato negli anni sessanta del Novecento.
Il museo Il museo si deve al lascito testamentario, risalente al 1959, di don Nilo Conti — sacerdote, erudito e collezionista locale, ultimo proprietario dell'edificio — che donò il palazzo, insieme alla propria raccolta d'arte e di oggetti storici, perché ne diventasse il nucleo di una collezione pubblica.
Il museo fu inaugurato il 6 settembre 1975 dal ministro per i beni culturali e ambientali Giovanni Spadolini; nel 2025 ne è stato celebrato il cinquantenario.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali gestisce il museo tramite il Polo museale della Toscana, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. La direzione è stata affidata per diversi anni alla storica dell'arte Paola Refice, scomparsa nel febbraio 2026. Dal febbraio 2026 ne è direttore l'architetto Marco Musmeci, funzionario del Ministero della cultura. Negli anni più recenti l'offerta espositiva è stata ampliata con una sala dedicata al pittore anghiarese Fausto Vagnetti e con una selezione di ceramiche tradizionali locali.Tra i beni museali in passato esposti, attualmente (2026) in deposito esterno presso l'attiguo museo della battaglia e di Anghiari, figurano una collezione di armi, in parte opera degli armaioli anghiaresi e celebri per la ricchezza delle decorazioni, nonché il chiavistello (catorcio) della porta del ponte di Anghiari; secondo la tradizione, nel 1450 fu sottratto dagli abitanti di Sansepolcro e posto come trofeo nella loro piazza, per essere poi recuperato dagli anghiaresi e riportato nella Cancelleria del paese; all'episodio il letterato anghiarese del Seicento Federico Nomi dedicò il poema eroicomico Catorciade; portato a Firenze nel 1737 per volere del granduca e collocato presso l'Archivio del Regio Fisco (poi Archivio di Stato), il catorcio fu restituito ad Anghiari solo in occasione dell'allestimento del museo.
Percorso espositivo e collezioni
Il percorso museale si articola in una ventina di sale disposte su quattro livelli, raccordate da una scala lignea in una insolita successione di ambienti che si conclude in una loggia vetrata affacciata sul borgo di Anghiari; l'ultimo livello, per ragioni di agibilità, non è di norma aperto al pubblico. Caratteristica peculiare dell'allestimento è l'accostamento delle opere d'arte maggiori a un'ampia raccolta di oggetti legati alla vita e alle tradizioni popolari della zona, d'uso domestico e agricolo.
Piano terra (Sale I-VII)
Al piano terreno, attraverso frammenti scultorei e affreschi staccati, si documentano alcuni aspetti della storia della Valtiberina. Vi sono esposti materiali lapidei di varia epoca e provenienza, dai capitelli romani ai bassorilievi d'epoca gotica, provenienti principalmente da edifici della zona. Sulla facciata esterna dell'edificio, a destra dell'ingresso del museo, si trova un grande affresco raffigurante la Madonna col Bambino. All'ingresso del museo, presso l'inizio della scalinata, è collocata la lunetta in terracotta invetriata policroma con Gesù e la Samaritana al pozzo (145 × 295 cm), attribuita a Benedetto Buglioni, continuatore della tecnica robbiana, e datata al 1510-1520 circa; è realizzata in terracotta solo parzialmente invetriata, con gli incarnati non smaltati per un effetto più naturale. Il soggetto ben si prestava a coronamento di un lavabo: lo stesso tema era già stato svolto da Benedetto Buglioni nella lunetta del lavabo del refettorio di San Pietro dei Cassinesi a Perugia (1487-1490).La didascalia museale in loco riferisce invece l'opera alla bottega di Santi e Ludovico Buglioni e ne indica la provenienza dal convento fiorentino di Sant'Onofrio. Sala IV (detta "la Grotta"): ospita utensili per la lavorazione del grano e delle olive, oltre a una macina in pietra e ai vasi per i colori che ricordano la produzione di stoviglie e tegami, attività che impegnava nel borgo dodici forni. Sala V: raccoglie una serie di campane provenienti da edifici religiosi della zona, databili fra il 1300 e il 1600, e una raccolta di chiavi e chiavistelli, fra cui una singolare chiave utilizzabile all'occorrenza anche come arma da fuoco.
Primo piano (Sale VIII-XII)
Il primo piano è dedicato alla scultura lignea e alle robbiane e conserva il capolavoro del museo, la Madonna col Bambino di Jacopo della Quercia. Salone del primo piano (Sala VIII): espone sculture lignee policrome provenienti da edifici religiosi del territorio, tra cui una Madonna in trono col Bambino del XIII secolo di ambito umbro, in posizione frontale e con la mano destra benedicente di gusto romanico, e un'altra Madonna in trono umbro-toscana della prima metà del Trecento, proveniente dalla chiesa di Casanovole presso Anghiari, la cui policromia è quasi del tutto perduta. Organo positivo da tavolo: conservato nel salone, è uno strumento della prima metà del XVI secolo, ancora funzionante, proveniente dall'antica chiesa di Santo Stefano di Anghiari; ritrovato in cattivo stato di conservazione, è stato recuperato con un restauro diretto dal maestro Donati. Terrecotte robbiane: nello stesso salone figurano tre tondi in terracotta invetriata provenienti dal Museo nazionale del Bargello e riferibili alla bottega di Benedetto e Santi Buglioni: lAdorazione del Bambino (attribuita a Benedetto e Santi Buglioni, 1510-1520 circa, diametro 126 cm), la Madonna col Bambino e san Giovanni (attribuita alla bottega di Benedetto e Santi Buglioni, 1510-1515 circa, diametro 90 cm) e la Madonna col Bambino (attribuita al solo Benedetto, 1490-1500 circa, diametro 106 cm). Sala X: ospita l'opera più importante del museo, la Madonna col Bambino di Jacopo della Quercia. Sala IX (saletta): custodisce la grande pala in terracotta invetriata raffigurante la Natività e Santi (nota anche come Pala Ducci), commissionata nel 1472 da Filippo Ducci di Catenaia — il cui stemma compare alle estremità della predella — e donata alla Badia di San Bartolomeo di Anghiari, dalla quale è stata trasferita nel museo all'epoca del suo allestimento. È opera della bottega di Andrea della Robbia, con datazione e attribuzione interne alla bottega tuttora controverse. Sala XII: raccolta di ex voto, carte gloria e una collezione di «Madonnine agghindate» (statue devozionali lignee, domestiche o processionali, abbigliate con vesti d'epoca).
Secondo piano e soffitte (Sale XIII-XX)
Ai piani superiori sono esposti dipinti a soggetto sacro del Cinquecento e Seicento. Salone del secondo piano (Sala XVIII): espone una serie di dipinti databili fra il Cinquecento e il Seicento, provenienti soprattutto dalla chiesa della Croce di Anghiari, già dei francescani della Verna. L'unica tavola della serie è il San Pietro di Giovanni Antonio Sogliani (XVI secolo); tra le tele si segnalano la Sacra Famiglia (1623) di Giovan Battista Ghidoni, la Crocifissione (1633) di Matteo Rosselli e la Madonna del Rosario con san Domenico e altri due santi di Jacopo Vignali. Sala XIII: era l'antica cucina del palazzo, conserva strumenti d'uso domestico, stampi per ostie o cialde e per marchiare il bestiame e altri utensili dell'epoca. Sala XV: è dominata dalle sculture sacre lignee: due Crocifissi di maestro toscano del XV secolo e le statue di San Pietro e San Paolo, in legno intagliato, policromo e dorato, opere di scultore toscano della fine del XVI secolo; vi si conservano inoltre il Cristo risorto in terracotta policroma invetriata, datato 1800, di Francesco Maria Angiolini — definito dal Salmi «esperto plastificatore». Sala XVI: come la sottostante Sala XII, è dedicata alla Devozione popolare: raccolta di ex voto e carte gloria e statuine devozionali appartenute al nucleo collezionistico di don Nilo Conti. Sala XVII: ospita un Salvator mundi dipinto ad olio della fine XVI - inizio XVII secolo di notevole forza evocativa e un paliotto in stucco del XVII secolo. Sala XIX: raccoglie vasellame d'uso domestico di fine XIX - inizio XX secolo e una statuetta di Cristo risorto in terracotta dipinta. Sala XX: saletta dedicata a Fausto Vagnetti, artista locale. Piano delle soffitte: l'allestimento si completa, in più sale, con paramenti sacri dal Cinquecento al Settecento, provenienti dalla chiesa di San Bartolomeo di Anghiari, e vari oggetti liturgici — turiboli, navicelle, brocche e pissidi — databili fra il XIV e il XVIII secolo.
Opere principali
Madonna col Bambino di Jacopo della Quercia