Il Pedersen Rifle, conosciuto nella sua forma finale con la denominazione T1E3, fu un fucile semiautomatico statunitense progettato da John Pedersen e prodotto in piccole quantità per test dell'Esercito statunitense negli anni '20 come parte del programma per trovare un valido sostituto all'ormai obsoleto M1903.

Nonostante sembrasse che il design proposto da Pedersen fosse il migliore tra i candidati, la scelta ricadde sul fucile M1 calibro .30-06 proposto da GarandCanfield, Bruce. "Garand vs. Pedersen," American Rifleman, July 2009..

Storia Lo U.S. Army aveva già mostrato interesse in un fucile semiautomatico già prima della Grande Guerra. Il conflitto aveva reso evidenti due cose: primo, che il proiettile .30-06 era troppo potente per le distanze a cui si svolgevano i normali scontri di fanteria (500 m o poco più); secondo, che i fucili a ripetizione manuale come l'M1903 erano troppo lenti a sparare e non permettevano un secondo colpo di correzione in caso di errore. Lo U.S. Army Ordnance Bureau non si fece problemi a richiedere nuovi progetti e arrivò addirittura a fornire alcuni pezzi, come le canne, ai produttori che difficilmente avrebbero potuto produrle. Tuttavia, decisioni prese così rapidamente portarono spesso a progetti di qualità pessima a causa della mancanza di esperienza dei progettisti.

I testi degli anni venti portarono il Bureau a selezionare tre progetti: il fucile Bang, il Thompson Autorifle e il primo progetto di quello che sarebbe poi diventato l'M1 Garand. Tuttavia, tutti e tre i design erano resi inutilizzabili dall'eccessiva potenza sprigionata dal .30-06, oltre a risultare troppo pesanti e soggette a surriscaldamento. Le prove con piccoli numeri di fucili semiautomatici Remington .25 permisero di farsi un'idea sull'uso di munizioni meno potenti.

Le proposte A questo punto, John Douglas Pedersen propose di propria iniziativa all'Army Ordnance Bureau un progetto che avrebbe avuto ripercussioni notevoli in seguito. In sostanza, ciò che aveva in mente era un fucile che non fosse operato a massa battente (troppo rinculo e quindi poca precisione) né a gas (complesso, pesante e potenzialmente con caratteristiche indesiderate). In più, propose lo sviluppo di un nuovo proiettile che colmasse il gap tra .256 e .276 (6,5 mm e 7 mm rispettivamente) e che, pur rimanendo meno potente del .30-06, fosse letale fino a 300 m. Pedersen aveva un'ottima reputazione sia come progettista che come tecnico della produzione alla Remington Arms Company. Proprio alla Remington aveva progettato quattro armi per il mercato civile e si era dedicato allo sviluppo del congegno oggi noto come Pedersen Device per i fucili M1903 e M1917 Enfield.

Il Bureau fu così colpito che nel 1923 offrì a Pedersen un ufficio suo, un budget per il progetto, uno stipendio regolare e, come compensazione per aver lasciato la Remington, il permesso di brevettare i suoi lavori e guadagnare da questi in caso di adozione della sua arma.

Sviluppo del fucile e della munizione Pedersen cominciò il suo lavoro nel 1924, concentrandosi per prima cosa sul proiettile. Il .276 Pedersen (7 x 51 mm) era 12 mm più corto dello standard .30-06, tre quarti il peso, e generava un terzo del calore in meno e la metà del rinculo. Nonostante la dimensione inferiore, la traiettoria era simile a quella del .30-06, con una velocità alla volata di 792 m/s. Gli svantaggi erano una minore tracciabilità del colpo, minore efficacia perforante, senza contare il problema logistica dovuto al fatto che le mitragliatrici avrebbero comunque continuato ad usare il .30-06. Il proiettile rese comunque possibile l'idea di un fucile semiautomatico efficace e leggero allo stesso tempo.

Nei primi mesi del 1926 Pedersen aveva già finito di progettare e assemblare il prototipo. Aveva impiegato il tempo a disposizione non solo per progettare l'arma in sé, ma anche i macchinari per produrla, impressionando notevolmente i vertici militari. Il fucile si presentava perfetto: 1.120 mm per 3,8 kg di peso. Alimentato tramite clip en-bloc da dieci colpi, sfruttava per il riarmo il meccanismo della pistola tedesca Luger P-08, pur con l'aggiunta di un sistema di ritardo del rinculoIllustrated Encyclopedia of 20th Century Weapons and Warfare (London: Phoebus, 1978), Volume 19, p.2092, "Pedersen".. Il sistema era semplice e per nulla fragile, essendo riuscito anche ad eliminare i complessi meccanismi per l'uso a gas (presenti invece nel B.A.R.). Per facilitare l'estrazione, i proiettili erano rivestiti in ceraHatcher, Julian. (1947). Hatcher's Notebook. The Military Service Press Company. ISBN 0-8117-0795-4 p. 38-44, che lasciava una "pellicola dura, resistente e non appiccicosaHatcher, The Book of the Garand, p.69.". Con le munizioni incerate Pedersen risolse il problema dell'estrazione ma espose il fianco alle critiche che accusavano le munizioni di essere raccoglitori di polvere e sporco che avrebbero minato il corretto funzionamento dell'arma.

Test e valutazioni

Nel Febbraio 1926 il nuovo fucile con la rispettiva munizione vennero testate alla presenza dei capi dell'esercito e della cavalleria. I risultati furono "altamente promettenti"Hatcher, p.72.. Fu accordato il permesso di produzione per 20 fucili e 5 carabine (20 Maggio 1926). Dopo che furono testati anche il prototipo di Garand e il Thompson Autorifle, la commissione chiese che ulteriori test fossero condotti, pur indicando l'arma di Pedersen la migliore.

Nell'Aprile 1928 la fanteria diede il suo parere sul T1E3, considerando l'arma un solido investimento. Si pensò addirittura di sostituire il Pedersen a tutti gli M1903 e B.A.R. allora in dotazione. Anche la cavalleria fu positiva nella valutazione. Per i soldati, abituati a otturatori rigidi e armi pesanti, il Pedersen offriva, con il suo rinculo moderato e la capacità di fuoco semiautomatico, un ottimo rimpiazzo. Anche Garand, dopo problemi con gli inneschi, lasciò perdere il progetto di un fucile in .30-06 per dedicarsi al .276.

Furono sollevati dubbi sull'effettiva letalità del .276, tanto che nuovi test furono condotti alla "Pig board" (così definita perché il test di letalità veniva effettuato su maiali anestetizzati). Si concluse che tutti i proiettili (.256, .276 e .30) fossero letali fino a 1.200 m, e altrettanto dannosi a 300/400 m. Addirittura, il più piccolo .256 fu ritenuto il più letale di tutti e non si riuscì ad elaborare alcuno scenario in cui il proiettile di Pedersen fosse inefficace.

Ultimi testi ed esito definitivo Nel luglio 1928 il Dipartimento della guerra indisse nuove prove per marina, esercito e corpo dei Marines per una valutazione su tutti i fucili allora adottabili con lo scopo di scegliere il più adatto al servizio attivo. La valutazione durò ben tre anni con tre serie successive di test. Si rese evidente la propensione per un fucile semiautomatico in .30-06, ma fu anche apprezzata l'efficacia del .276 su distanze fino ai 600 m, considerando che il proiettile avrebbe permesso la realizzazione di fucili molto più leggeri degli esistenti. Il Board si mostrò favorevole all'adozione di un fucile in .276: sette fucili, compreso il T1E3 Pedersen furono inviati per le prove. Uno di essi fu il fucile T3 .276 Garand con caricatore simmetrico en-bloc da 10 colpi.

La conclusione dei test, l'ultimo dei quali dell'agosto 1929, portò a stabilire la superiorità del T1E3 e del T3 sugli altri. Entrambi i fucili andavano soggetti a malfunzionamenti, ma il T3 si mostrò comunque superiore al T1E3. In particolare, i difetti del T1E3 furono: mancata chiusura della camera, spari accidentali, failure-to-feed, rottura della barra di caricamento e del disconnettore. Il Board ritenne necessaria la produzione di 30 fucili T3 per ulteriori test, oltre ad una nuova versione di fucile T3 in .30-06.

La letalità del munizionamento venne nuovamente analizzata, stavolta usando capre anestetizzate e misurando accuratamente la velocità di ingresso e di uscita dei colpi. Ancora una volta, i test non poterono dimostrare la superiorità delle munizioni .30 sulle normali distanze d'ingaggio.

Nel 1931 si tennero le sessioni di test per i fucili T1E3 e T3E2 da parte della fanteria. Si giunse alla conclusione che il T3E2 fosse superiore sia per potenza di fuoco che per facilità di assemblaggio (60 parti contro 99). La stessa commissione che tre anni prima aveva raccomandato il fucile T1 stava ora raccomandando il T3E2 e il calibro .276. Solo i vertici della fanteria si schierarono apertamente a favore del calibro .30.

Il fucile Garand in .30-06 (in sostanza un modello T3E2 sovrascalato) fu rapidamente assemblato e, sotto la confusa designazione T1E1, testato assieme al T3E2 e il Pedersen T1E3 nel 1931. La commissione fu piuttosto critica verso il T1E3, lamentando problemi con i proiettili lubrificati (nonostante l'ingegnosità del modello di Pedersen), un pessimo grilletto e l'apertura in verticale dello sportello di espulsione. La lamentela più grande riguardava però la tendenza dell'arma a riempirsi di sporco dato l'otturatore bloccato in posizione aperta. La commissione riportò diversi "slam-fire" (innesco involontario del proiettile dovuto alla protrusione del percussore nel blocco otturatore causata dall'entrata di corpi estranei) nel T1E3, mentre il T3E2 ammaccava sì l'innesco con il percussore, ma non soffriva di "slam-fire".

Alla fine, problemi di fondi imposero una decisione. Di fronte alla possibilità di perdere i finanziamenti del Congresso, la commissione si riunì un'ultima volta nel Gennaio del 1932 e decise di raccomandare come arma il T3E2 (il Garand in .276) per una produzione limitata, pur consigliando ulteriori lavori sul T1E1 (il Garand in .30-06). In questo modo il fucile di Pedersen venne definitivamente scartato. Quattro anni dopo, quasi lo stesso giorno, la versione migliorata del T1E1 venne accettata in servizio con la designazione U.S. Rifle, Caliber .30, M1.

Mentre la Springfield Armory perfezionava e produceva i nuovi Garand M1, Pedersen continuò a lavorare su un altro prototipo. Sviluppò un fucile in calibro .30 a sottrazione di gas con una barra di riarmo a più pezzi. Si batté perché l'arma venisse testata prima dell'inizio della seconda guerra mondiale. Contemporaneamente, si rilevarono diversi problemi nel progetto di Garand: sia Pedersen che Johnson cercarono di sfruttare la questione a loro vantaggio. Basandosi sui numeri seriali, è plausibile che siano stati assemblati perfino 12 prototipi di fucili Pedersen a gas. Un esemplare, definito Model G-Y è oggi custodito allo Springfield Armory Museum.

Interesse all'estero La possibilità che il fucile potesse essere adottato dalle forze armate statunitensi suscitò interesse anche all'estero, specialmente nel Regno Unito. Nel 1930 Pedersen si recò in Inghilterra per supervisionare i lavori sui macchinari di produzione alla Vickers-Armstrong, compagnia che si sarebbe occupata della produzione degli esemplari per i test britannici. I test ebbero luogo nel 1932 a fianco di altri fucili semiautomatici, ma la cosa non ebbe esito. La Vickers produsse i fucili per i test in piccole quantità e ne migliorò il progetto. Un Vickers-Pedersen .276 è stato venduto alla James D. Julia Auction nel marzo 2008, numero seriale 95, la cui clip en-bloc era simmetrica così da poter essere caricata senza preoccuparsi del verso d'inserimento. Il calcio aveva una forma diversa rispetto ai modelli americani della Springfield Armory, ma per il resto il fucile non presenta differenze con le versioni standard T1E3.