La diocesi di Albenga-Imperia () è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Genova e appartenente alla regione ecclesiastica Liguria. Nel 2022 contava 153.000 battezzati su 172.000 abitanti. È retta dal vescovo Guglielmo Borghetti.
Territorio
La diocesi comprende la parte occidentale della provincia di Savona e la parte orientale della provincia di Imperia.
Sede vescovile è la città di Albenga, dove si trova la cattedrale di San Michele Arcangelo. A Imperia la basilica di San Maurizio funge da concattedrale della diocesi. Nel territorio diocesano sorgono altre due basiliche minori: San Giovanni Battista a Imperia e San Nicolò a Pietra Ligure.
Il territorio della diocesi si estende su 979 km² ed è suddiviso in 161 parrocchie, distribuite fra: la provincia di Savona, nei comuni di Alassio, Albenga, Andora, Arnasco, Balestrino, Boissano, Borghetto Santo Spirito, Borgio Verezzi, Casanova Lerrone, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Ceriale, Cisano sul Neva, Erli, Finale Ligure (frazioni di Gorra e Olle), Garlenda, Giustenice, Laigueglia, Loano, Magliolo, Nasino, Onzo, Ortovero, Pietra Ligure, Stellanello, Testico, Toirano, Tovo San Giacomo, Vendone, Villanova d'Albenga e Zuccarello; e la provincia di Imperia, nei comuni di Aquila d'Arroscia, Armo, Aurigo, Borghetto d'Arroscia, Borgomaro, Caravonica, Cervo, Cesio, Chiusanico, Chiusavecchia, Civezza, Cosio di Arroscia, Diano Arentino, Diano Castello, Diano Marina, Diano San Pietro, Dolcedo, Imperia, Lucinasco, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Pietrabruna (solo il capoluogo), Pieve di Teco, Pontedassio, Pornassio, Prelà, Ranzo, Rezzo, San Bartolomeo al Mare, Vasia, Vessalico e Villa Faraldi.
Storia La tradizione locale fa di Albenga, tra il 121 e il 125, la scena del martirio di san Calocero, originario di Brescia, un ufficiale della corte dell'imperatore romano Adriano; gli atti del suo martirio, insieme a quelli dei santi Faustino e Giovita, non sono totalmente verificati; tuttavia sul presunto luogo di sepoltura del Santo si riuniva la prima comunità cristiana ingauna, e dagli scavi archeologici è emerso che tale luogo fosse un posto di sepoltura privilegiato già in epoca imperiale, e sul quale nacque in seguito l'importante monastero di San Calocero al Monte.
Nel processo di evangelizzazione di Albenga ebbe importanza anche san Calimero, vescovo di Milano, nella seconda metà del III secolo;P. Paganetti, Istoria ecclesiastica della Liguria, Genova, 1765, pp. 11, 270G. B. Semeria, op. cit, p. 353. G. Rossi, op. cit., p. 76. questo legherebbe la diffusione del cristianesimo ad Albenga e nella riviera di Ponente alla diocesi ambrosiana.
Le evidenze archeologiche dimostrano come già nel V secolo in città vi era una fiorente comunità cristiana; a questo periodo infatti risalgono la fondazione della cattedrale e del battistero di Albenga, nonché delle chiese cimiteriali extra moenia di San Calocero e di San Vittore. Inoltre la presenza di san Martino di Tours sull'isola Gallinara poco dopo la metà del IV secolo "sembra provare, già un secolo prima della citazione del vescovo Quintius, l'esistenza di un polo di vita cristiana organizzato, cui il santo avrebbe potuto far riferimento nella scelta del suo soggiorno eremitico".Dal sito Beweb citato tra le fonti.Leonis Magni Epistule, XCVII, 3, in Patrologiae cursus completus, series latina, a cura di J.P. Migne, 54, Paris, 1881
La conoscenza della diocesi sembra essere piuttosto tardiva, istituita quasi sicuramente dopo la morte di sant'Ambrogio.Calzamiglia, op. cit., p. 6. Il primo vescovo di cui si abbia notizia certa è Quinzio, che nel 451 firmò la lettera sinodale di Eusebio, vescovo di Milano, a papa Leone I; nella lettera si stabiliva la condanna di Nestorio ed Eutiche (Mansi); tuttavia risulta essere la prima del ponente ligure, visto che si è a conoscenza di vescovi di Ventimiglia e Vado solo nel 680 per la loro presenza a un concilio romano.Aghatonis Pape Epistule, III, col 1238, in Patrologiae, cit., 87, Paris, 1863
Originariamente suffraganea dell'arcidiocesi di Milano, la diocesi era limitata a nord dallo spartiacque alpino; a est arrivava a Finale Ligure e a ovest comprendeva tutto il territorio dell'attuale Sanremo. La scoperta di un edificio ecclesiastico con fonte battesimale presso Riva Ligure e databile al VI secolo rivelano un'organizzazione cristiana delle campagne e testimoniano anche una certa organizzazione pievana del territorio.
Nei secoli successivi le notizie sui vescovi di Albenga sono frammentarie fino all'XI secolo. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce il nome di un vescovo, finora ignoto, Benedetto, contemporaneo di Quinzio. Al concilio provinciale di Milano del 679, che si espresse contro il monotelismo, prese parte il vescovo Bono di Albenga; lo stesso prelato partecipò, l'anno successivo, al sinodo romano in preparazione al concilio ecumenico del 680-681. Altri due vescovi, Iuncio e Martiriano, collocabili storicamente tra la metà del VI e la metà dell'VIII secolo, sono menzionati negli Acta Sancti Martiriani episcopi et martiris. Di epoca pre-carolingia è il vescovo Desiderio, che consacrò la chiesa dell'abbazia di San Pietro in Varatella. Egidulfo prese parte al concilio provinciale di Milano dell'864 la cui posizione era quella della salvaguardia dell'ordinamento ecclesiastico e del controllo del vescovo sul territorio della diocesi. Da una cronaca catalana sembra che San Martiniano e il suo predecessore Juncius furono vescovi di Albenga nel VI-VII secolo. Chiude il IX secolo il vescovo Benedetto Revelli, prima abate del monastero dell'isola Gallinara e poi eletto vescovo di Albenga, venerato nel Medioevo e canonizzato nel XVII secolo. Nell'825 Albenga è una delle città (assieme a Ventimiglia e Vado) dove devono andare a studiare i ragazzi secondo il capitolare di Lotario I, mentre i chierici devono andare a studiare a Torino.
Ebbero notevole importanza i monasteri benedettini che contribuirono al consolidamento religioso della diocesi. Tra questi, in particolare, il monastero dell'isola Gallinara, dirimpetto ad Albenga, che ottenne da papa Benedetto IX nel 1044 l'esenzione dalla giurisdizione vescovile, e che ottenne diverse proprietà e munificenze in Italia, in Catalogna, in Provenza e in Corsica. Nel 1064 la curia di Albenga era ancora sotto le curie lombarde, alle quali deve una rendita annuale. Il presule ingauno Eremberto era presente al sinodo di Pavia il 25 ottobre 1046, unico tra i vescovi liguri, primo incontro con il re Enrico III il Nero, che rappresentava una riunione di corte al fine di stabilire la sua discesa su Roma, il che ancora una volta testimonia il legame tra l'Ingaunia e il Regno Italico.
Grazie a un documento copiato nel Seicento datato 29 giugno 1076 dove la diocesi concedeva all'Abbazia di San Pietro in Varatella un mulino in Toirano, firmato con l'espresso assenso di 22 canonici della cattedrale elencati in ordine di dignità, di dodici milites Sancti Ioanis, alla cui testa c'è Conradus, advocato dell'episcopio, ci dimostra che la curia era organizzata con al vertice il vescovo Deodato, affiancato da un folto gruppo di canonici e da una clientela armata, con ruoli ben definiti e che presuppone un notevole patrimonio, ma soprattutto risulta essere un importante riferimento politico.Navone, Dell'Ingaunia, cit., III, pp. 204-205, copia seicentesta del canonico Paneri Albenga fa parte del Regno Italico con capitale Pavia e con dipendenza ecclesiastica dal metropolita di Milano. Nel 1127 viene concesso da Bonifacio del Vasto al vescovo ingauno il monastero di San Lorenzo di Varigotti, e sono saldi i apporti tra la città e Lerino. Il vescovo Ottone nel 1149 è impegnato ad aumentare la fortuna dell'abbazia di San Pietro in Varatella e nel 1142 conferma a Santo Stefano di Genova le chiese di Santo Stefano di Sanremo e di Villaregia.
In questa fase il territorio della Valle Arroscia e dell'albenganese da Finale Ligure a Porto Maurizio era amministrato con un sistema pievano, tranne il distretto del dianese che subiva ancora influenze relative alla presenza di San Pietro in Ciel d'Oro.
Nel 1169 il monastero dell'isola Gallinara fu sottomesso all'autorità degli arcivescovi di Genova; infine nel 1473, contemporaneamente alla perdita delle proprietà più prestigiose, viene concesso in commenda. Nel 1179 alla pace in Laterano tra l'Impero e la Lega dei comuni italiani, era presente il vescovo Lanterio a rappresentanza della Marca di Albenga.
Nel 1159 papa Alessandro III aveva assegnato la diocesi alla provincia ecclesiastica dell'arcidiocesi di Genova, ma il provvedimento non trovò immediata attuazione, tanto che ancora nel 1213 papa Innocenzo III ribadì al vescovo Enrico la sottomissione dovuta all'autorità metropolitica degli arcivescovi genovesi. Fu proprio a partire dal XIII secolo che si fecero più stretti i legami con Genova. Segno di questo stretto rapporto è il lungo episcopato di Lanfranco di Negro (1255-1288), genovese: alienò diversi beni della mensa vescovile a favore di famiglie genovesi; inserì diversi genovesi nel capitolo della cattedrale; durante il suo episcopato gli ordini mendicanti fecero il loro ingresso in diocesi.
Nel 1292 il seggio vescovile di Albenga era vacante, e venne nominato il cevese Nicolo Guascone (o Vascone dei Marchesi di Ceva) da papa Niccolò IV il 29 gennaio dello stesso anno. Altri cevesi occuparono la cattedra diocesana nella prima metà del XIV secolo. Federico di Ceva, figlio di Benedetto dei Marchesi di Ceva, signore di Montezemolo, che venne eletto vescovo il 4 dicembre del 1330 all'età di soli 22 anni, per la quale ottenne una dispensa da papa Giovanni XXII per la sua conoscenza e per i meriti già ottenuti. Il 7 aprile 1334 ordinò il sinodo diocesano, i cui atti furono pubblicati il 2 maggio successivo. Anche per questo papa Benedetto XII con una lettera del 27 maggio 1336 lo incaricò di informarsi e di provvedere a sistemare problemi sorti tra il marchese del Carretto di Savona e Teodosio vescovo di Noli. Il 31 luglio del 1337 approvò gli statuti capitolari dei canonici della sua cattedrale. Morì nel 1349 e il 18 febbraio dello stesso anno gli succedette il probabile nipote Giovanni dei marchesi di Ceva e consignore di Priero e Sale.Memorie storiche della città e marchesato di Ceva, Capo XVIII - Uomini illustri. Dal 1380 al 1419 il vescovo fu Girberto Fieschi, che amministrò la diocesi tramite dei vicari senza essere mai troppo presente. Gli succedette Antonio Da Ponte, presule attento all'ambito artistico, che portò a termine i lavori per il nuovo coro della cattedrale anche grazie alla possibilità datagli da papa Martino V di poter vendere indulgenze durante le festività conluant ad eandem ecclesiam et ad eius conservationem seu fabricam manus prompte porrigant adiutrices. Nel 1427 il presule ingauno fu Matteo del Carretto, che partecipò al Concilio di Basilea contrastando in gran parte la linea romana, per poi tornare sui suoi passi e riappacificarsi prima che fosse troppo tardi.
Tra il XV e il XVI secolo emerge la figura del vescovo Leonardo Marchese (1476-1513), «di famiglia albenganese, cui si ascrivono l'attenta cura del territorio diocesano, la fondazione di nuove parrocchie, la riorganizzazione dei beni della curia, ma anche raffinata cultura: lo provano gli splendidi codici miniati di cui il vescovo dota la biblioteca capitolare».