La guerra civile dello Yemen (2014-presente) è un conflitto in corso cominciato il 16 settembre 2014 tra l'esercito yemenita leale al presidente ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī e riconosciuto dalla comunità internazionale (poi costretto a rifugiarsi nella capitale provvisoria ad Aden), e le forze ribelli degli Huthi, che prendono il controllo della capitale Sana'a, allora alleate con le forze fedeli all'ex presidente Ali Abdullah Saleh (poi da loro ucciso nel 2017)..

Il conflitto continua anche dopo le dimissioni nel 2022 del presidente Hadi fra il Consiglio Direttivo Presidenziale (CDP) (governo dello Yemen riconosciuto dalla comunità internazionale) con a capo il presidente Rashad al-Alimi e il Consiglio Politico Supremo degli Huthi, presieduto da Mahdi al-Mashat.

Presenti al conflitto anche le Forze Nazionali di Resistenza di Tareq Saleh, nipote dell'ex presidente Saleh, alleati col governo, che controllano il porto di Mokha e porzioni di territorio lungo la costa meridionale del Mar Rosso e le isole Zuqar, Hanish e Perim nello stretto di Bab el-Mandeb.

Sono presenti anche il gruppo di al-Qāʿida nella Penisola Arabica (AQAP) alleato con Ansar al-Shari'a, affiliato yemenita dello Stato Islamico (ISIS), che hanno eseguito attacchi; AQAP controlla una piccola porzione di territorio nella parte centrale del Paese.

Il 19 marzo 2015, dopo aver preso il controllo della capitale Sana'a nel settembre 2014 e aver costretto Hadi alle dimissioni e alla fuga ad Aden tra gennaio e febbraio 2015, gli Huthi hanno lanciato un'offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. Il 25 di marzo l'offensiva degli Huthi, alleati con forze militari fedeli a Saleh, è arrivata alle porte di Aden, la sede del governo di Hadi.

Nella notte tra il 25 e il 26 marzo una coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita è intervenuta militarmente con attacchi aerei contro gli Huthi a sostegno del presidente Hadi.

Secondo l'ONU, tra marzo 2015 e aprile 2016 fra e persone sono morte in Yemen, di cui civili fra e , e 500 morti in Arabia Saudita. Secondo il presidente dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, la coalizione a guida saudita ha causato il doppio delle vittime civili rispetto a tutte le altre forze messe insieme, quasi tutte in conseguenza degli attacchi aerei.

Antefatti e Colpo di Stato Ansar Allah (a volte italianizzato come Ansarullah), conosciuto popolarmente come movimento Huthi, un gruppo zaidista fondato nel 1992 con origini nel montagnoso governatorato di Sa'da, sul confine settentrionale con l'Arabia Saudita, dà il via a un'insurrezione contro il governo yemenita nel 2004. L'intensità del conflitto registra molti alti e bassi nel corso degli anni 2000, con molteplici accordi di pace negoziati e successivamente ignorati.

Su un fronte separato, nel 2007 gli yemeniti meridionali cominciano ad invocare la secessione del Sud attraverso la protesta pacifica, che viene però brutalmente tacitata da parte delle forze governative. Nel frattempo, l'insurrezione Huthi s'infiamma nuovamente nel 2009, sconfinando per breve tempo nella vicina Arabia Saudita, ma si acquieta ancora l'anno successivo, dopo che viene firmato un nuovo cessate il fuoco col governo yemenita.

Durante le prime fasi della rivolta yemenita nel 2011, il leader Huthi ʿAbd al-Malik al-Ḥūthī dichiara che il suo gruppo sostiene e appoggia le dimostrazioni che chiedono le dimissioni del presidente 'Ali 'Abd Allah Saleh. Più tardi nel corso dell'anno, non appena Saleh si prepara a lasciare l'incarico, gli Huthi assediano il villaggio a maggioranza sunnita di Dammaj nel nord dello Yemen, mossa necessaria per il raggiungimento dell'autonomia virtuale di Sa'da.

Il boicottaggio Huthi delle elezioni a candidato unico all'inizio del 2012 ha lo scopo di conferire ad 'Abd Rabbih Mansur Hadi un mandato di due anni di ufficio. Partecipano ad una Conferenza di Dialogo Nazionale, ma negano il sostegno ad un accordo finale nei primi mesi del 2014, che estenderebbe il mandato di Hadi per un altro anno. Nel frattempo, il conflitto tra gli Huthi e le tribù sunnite dello Yemen settentrionale si diffonde in altri governatorati, tra cui il governatorato di Sana'a entro la metà del 2014.

Dopo diverse settimane di proteste di piazza contro l'amministrazione Hadi, che aveva stabilito tagli ai sussidi per il gruppo, gli Huthi il 16 settembre 2014 scendono in armi contro le forze dell'esercito yemenita sotto il comando del generale Ali Mohsen al-Ahmar. In soli 5 giorni di battaglia, i combattenti Huthi riescono a prendere il controllo di Sana'a, la capitale yemenita, il 21 settembre 2014. Gli Huthi costringono così Hadi ad accettare un duro accordo per porre fine alle violenze, in cui si sanciscono le dimissioni del governo attuale e, per gli Huthi, un livello d'influenza senza precedenti sulle istituzioni e sulla politica yemenita., archivio.agi.it

Il 22 gennaio 2015, insoddisfatti dalla proposta di dividere il paese in sei regioni federali, i combattenti Huthi effettuano un colpo di Stato ed occupano il Palazzo presidenziale a Sana'a, imponendo le dimissioni immediate del presidente 'Abd Rabbih Mansur Hadi e dei suoi ministri. La leadership politica Huthi annuncia poi lo scioglimento del Parlamento e la formazione del "Comitato Rivoluzionario Supremo" per governare il paese, il 6 febbraio 2015.

Il 21 febbraio, un mese dopo essere stato confinato dai militanti Huthi nella sua residenza di Sana'a, Hadi scappa dalla capitale e ripara ad Aden, l'ex capitale dello Yemen del Sud. In un discorso televisivo dalla sua città natale, dichiara che il golpe Huthi è illegittimo e avverte che rimane lui il presidente costituzionale dello Yemen. Il suo predecessore, Ali Abdullah Saleh - che era stato ampiamente sospettato di aver aiutato gli Huthi durante il loro insediamento di Sana'a l'anno precedente - denuncia pubblicamente Hadi e gli chiede di andare in esilio.

Accuse di appoggio esterno Gli Huthi sono stati a lungo accusati di essere dei burattini nelle mani dell'Iran, dal momento che entrambi seguono lo sciismo (anche se gli iraniani hanno dodici Imam sciiti e gli Huthi hanno cinque Imam sciiti). Stati Uniti e Arabia Saudita hanno affermato che gli Huthi ricevono armi e addestramento dall'Iran. Gli Huthi e il governo iraniano hanno negato ogni affiliazione. Anche la nazione africana dell'Eritrea è stata accusata di rifornire gli Huthi di materiale iraniano, oltre ad offrire assistenza medica per i combattenti Huthi feriti. Il governo eritreo ha definito le accuse "infondate" e ha detto, dopo lo scoppio delle ostilità, che considera la crisi yemenita "una questione interna". Documenti da wikileaks suggeriscono che funzionari degli Stati Uniti ritengono privatamente che le accuse di sostegno iraniano agli Huthi sono state gonfiate dal governo yemenita per motivi politici.

Il governo yemenita, nel frattempo, ha goduto di notevole sostegno internazionale, in particolare dagli Stati Uniti e dalle monarchie del Golfo Persico. Attacchi di droni statunitensi sono stati condotti regolarmente in Yemen durante la presidenza di Hadi a Sana'a, di solito con obiettivo i leader locali di Al Qa'ida nella Penisola Arabica. Gli Stati Uniti sono stati anche un importante fornitore di armi al governo yemenita, anche se secondo il Pentagono, materiale del valore di centinaia di milioni di dollari è scomparso dal momento in cui è stato consegnato. L'Arabia Saudita ha fornito aiuti finanziari allo Yemen fino alla fine del 2014, sospesi durante la conquista di Sana'a e la crescente influenza Huthi sul governo yemenita.

Cronologia Offensiva dei ribelli su Aden e inizio dell'intervento saudita (marzo-aprile 2015) Battaglia per l'aeroporto di Aden Il 19 marzo 2015 i ribelli sciiti Huthi, guidati dal generale Abd al-Hafiz al-Saqqaf, attaccarono l'Aeroporto internazionale di Aden, ma furono respinti dall'esercito yemenita leale al presidente Hadi e costretti a ritirarsi a Sana'a; quindi, bombardarono in rappresaglia il Palazzo presidenziale provvisorio di Aden, capitale provvisoria dello Yemen dato che Sana'a era sotto controllo degli Huthi.

Il giorno seguente 20 marzo 2015, in risposta all'offensiva sciita verso sud, furono eseguiti due attentati terroristici contro le moschee sciite di Sanaa e Sada, che causarono la morte di 145 civili sciiti, rivendicati dall'ISIS.

Il leader degli Huthi, Abdul-Malik al-Houthi, proclamò in un discorso televisivo il dovere di mobilitarsi contro i terroristi di al-Qaeda nella Penisola Arabica ed i loro alleati, tra cui annoverò lo stesso governo Hadi, dichiarando che la loro offensiva non era diretta contro i cittadini dello Yemen meridionale.

Lo stesso giorno, militanti di al-Qaeda occuparono il distretto di al Houta, nel governatorato di Lahij, uccidendo 20 soldati yemeniti, prima di essere respinti.

Il giorno seguente, 21 marzo, il presidente Hadi dichiarò in televisione: "Noi ripristineremo la sicurezza nel Paese e isseremo la bandiera dello Yemen a Sana'a, al posto della bandiera iraniana", e dichiarò ufficialmente Aden "capitale economica e temporanea" dello Yemen a causa dell'occupazione Huthi di Sana'a, promettendo di riconquistarla.

Conquista di Ta'izz A Sana'a il Comitato Rivoluzionario degli Huthi nominò il generale Hussein Khairan come Ministro della Difesa e lo pose al comando dell'offensiva militare verso Aden. Il giorno seguente 22 marzo, le milizie Huthi, affiancate da truppe fedeli all'ex presidente Saleh, avanzarono verso sud e occuparono l'importante città di Ta'izz (terza città dello Yemen per grandezza) incontrando scarsa resistenza, e facendo un morto e cinque feriti.

I media occidentali cominciarono a parlare di una guerra civile nello Yemen, in quanto i ribelli del nord avevano iniziato a invadere le città lealiste del sud.

Battaglia di Al-Dali' Il 24 marzo, gli Huthi si scontrarono con le truppe lealiste presso la città di Al-Dali', conquistandone diversi edifici amministrativi, ma venendone poco tempo dopo scacciati dalle forze lealiste. La battaglia di Al-Dali' continuò nei giorni seguenti, in contemporanea al proseguire dell'avanzata degli Houthi verso Aden.

Conquista di Lahij Il 24 marzo, pesanti combattimenti scoppiarono anche nel governatorato di Lahij, dove gli Huthi avanzarono fino alla località di Dar Saad, a 20 km a nord di Aden, al punto che ufficiali militari yemeniti paventarono un'imminente disgregazione dell'esercito governativo, incalzato dai ribelli su cinque diversi fronti. L'aeroporto internazionale di Aden sospese tutti i voli.

Il 24 marzo, in risposta alle voci che l'Arabia Saudita sarebbe potuta intervenire in Yemen, il comandante degli Huthi, Ali al-Shami, ventilò la minaccia di invadere il Paese, non soltanto fino alla Mecca, ma fino a Riyadh.

Il 25 marzo i ribelli completarono la conquista di Lahij, sulla strada per Aden, e catturarono il Ministro della Difesa Mahmud al-Subaihi, tra i principali luogotenenti di Hadi, che fu trasferito come prigioniero a Sana'a. L'esercito dei ribelli Huthi e pro-Saleh raggiunse la periferia di Aden, cominciando la battaglia per la conquista della città. La XXXIX Brigata corazzata dei ribelli conquistò l'aeroporto internazionale di Aden e la base aerea militare di al Anad, a 60 km da Aden, già abbandonata dalle truppe statunitensi USSOCOM. Il presidente Hadi, per ragioni di sicurezza, lasciò il Palazzo presidenziale trasferendosi in un luogo sicuro sempre ad Aden.