Il pensiero e la poetica di Alessandro Manzoni qui trattati abbracciano l'insieme delle idee poetiche, stilistiche, linguistiche e delle convinzioni ideologiche dello scrittore, nella loro evoluzione dagli esordi giacobini e neoclassici fino alla morte. Dopo l'esperienza neoclassica, che vide il Manzoni impegnarsi in odi ed altra produzione poetica fino al 1810, da quell'anno aderì al movimento romantico, diventandone uno degli esponenti di punta. Durante il cosiddetto Quindicennio creativo (1812-1827) produsse opere letterarie, poetiche, teatrali e saggistiche che cambiarono nel profondo la genetica della letteratura italiana e la sua stessa lingua letteraria, imponendosi come pietra miliare nella storia della letteratura italiana. Tra il 1827 e la morte, avvenuta nel 1873, Manzoni continuò la sua ricerca, scrivendo saggi storico-letterari in contrapposizione con quelli giovanili e riflettendo contemporaneamente sulla natura della lingua italiana "viva" nel contesto del nuovo Regno d'Italia.

Pensiero e poetica Gli esordi illuministi e neoclassici

Alle scuole dei sacerdoti somaschi e barnabiti Manzoni ricevette una formazione classica, basata sullo studio dei grandi classici latini e italiani: Virgilio, Orazio, Petrarca e Dante erano tra gli autori più studiati.., e l'imperare del neoclassicismo nella cultura letteraria italiana ne favoriva il radicamento nell'animo degli studenti. Il giovane Manzoni, infatti, ammirava i due massimi esponenti della cultura neoclassica: Giuseppe Parini, della cui morte rimase fortemente impressionato, e Vincenzo Monti, che fece visita agli studenti del collegio Longone:, assorbendo da costoro quegli stilemi poetici che avrebbero contraddistinto la sua poesia per tutti i primi anni dell'800, dal Trionfo della Libertà all'UraniaSi veda, in generale, .. Il rapporto col Monti, dal punto di vista umano e poetico, si mostra pienamente in una lettera datata 15 settembre 1803 in cui il giovanissimo Manzoni gli sottopone del materiale letterario:

Nonostante questi incontri con Monti, nella poetica manzoniana rimane poco del neoclassicismo. Fortemente impregnato della tradizione dell'illuminismo lombardo (basti ricordarsi che era nipote, per parte di Giulia Beccaria, del noto giureconsulto Cesare), Manzoni, in seguito alla formazione di circoli giacobini a Milano e al contatto con la tradizione illuminista più radicaleIlluminante è quanto riferito da in relazione al clima illuminista lombardo degli anni '90 del XVIII secolo:, aderì fino agli ultimi anni del primo decennio dell'Ottocento a un illuminismo scettico nel campo della religione (associata alla negativa esperienza esistenziale ricevuta in collegio:), in cui predominava il valore della libertà ispirata agli ideali rivoluzionari.Per una più ampia visione della produzione antimonarchica e giacobina del Manzoni adolescente, si veda .. Decisivi per questa svolta furono l'incontro a Milano con gli esuli napoletani Vincenzo Cuoco (che gli fece conoscere il pensiero filosofico di Vico). e Francesco Lomonaco.; a Parigi, dal 1805 in avanti, con il gruppo degli idéologues capeggiati da Pierre de Cabanis e Claude Fauriel, intellettuali portavoce dell'eredità illuminista sensista, facenti capo ad Helvétius, Condillac, Voltaire e Rousseau. e sensibili a certe istanze sociali quali l'attenzione verso gli ultimi..

Tra illuminismo e romanticismo Dopo la conversione

In seguito alla conversione del 1810, Manzoni ruppe con parte della cultura laica erede dell'illuminismo, mantenendone però gli aspetti più moderati. Infatti, la sua parabola poetico-letteraria, allo stesso modo degli altri romantici italiani, non propendette verso una totale rottura con la tradizione illuminista settecentesca. Al contrario, dopo il contatto con Fauriel e gli altri idéologues, Manzoni assorbì sì quei tratti caratteristici propri del nascente romanticismo (attenzione verso la natura, il mondo dei "piccoli", la spontaneità emotiva), ma li filtrò con gli apporti paideutico-educativi propri dell'insegnamento del Parini, del nonno Cesare Beccaria e di Pietro Verri. . A tutto ciò si aggiunse la riscoperta dell'etica cristiana, comportante quella coralità poetica e quell'onnipresenza divina nell'anima del Creato che non annullò, bensì rafforzò nello scrittore il vincolo tra la ragione illuministica (fallimentare, dopo le esperienze rivoluzionarie e napoleoniche) e la necessità del credente di affidarsi a Colui che regola il mondo:.

L'illuminismo manzoniano. Dagli esordi giacobini alla Lettera sul Romanticismo Seguendo fin dalla gioventù canoni dell'illuminismo milanese e di quello dell'Accademia dei TrasformatiL'influenza pariniana sulla prima produzione manzoniana trova riscontro nell'ode In morte di Carlo Imbonati, in cui riecheggiano analogie con l'esortazione morale esposta da Parini nell'ode Sull'educazione, dedicata proprio all'Imbonati che fu allievo del poeta brianteo. Si veda ., Manzoni si fece portavoce della figura dell'intellettuale impegnato civilmente, rimarcando l'aspetto etico che il letterato può assumere all'interno della comunità civile: questi, infatti, deve collaborare con il potere sulla via delle riforme per migliorare la condizione del popolo, come aveva fatto il Parini quarant'anni prima:. Questo impegno morale si riscontra in una lettera inviata a Fauriel nel 1806, dove un giovanissimo Manzoni si lamenta dello stato di decadenza della società italiana, cosa per cui «gli scrittori non possono produrre l'effetto che eglino (m'intendo i buoni) si propongono, d'erudire cioè la moltitudine, di farla invaghire del bello e dell'util, e di rendere in questo modo le cose un po' più come dovrebbero essere». Questa concezione civile e morale della letteratura, oltre alle prove poetiche delle Odi civili del 1814 e del 1821, viene ripresa nella più matura Lettera sul Romanticismo inviata al marchese Cesare d'Azeglio (1823)., in cui Manzoni ribadisce il valore sociale che un'opera d'arte letteraria deve avere come principale finalità:

La giustizia e la violenza

Nipote di Cesare Beccaria (autore del celebre trattato Dei delitti e delle pene), Manzoni ebbe sempre a cuore la questione della giustizia che fu declinata sia nella dimensione umana che in quella divina all'interno della sua produzione. Manzoni, infatti, trattò sempre di tale questione all'interno delle sue tragedie, nel romanzo così come nella Storia della colonna infame, aggiunta come appendice all'edizione del 1840.. Sia Francesco Bussone così come Ermengarda e Adelchi sono al centro di un vortice dominato da un profondo senso di pessimismo della storia umana in cui le loro vicende esistenziali sono travolte e distrutte dall'agire umano: il conte di Carmagnola è accusato ingiustamente di tradimento dal Senato veneziano e condannato a morte, mentre i due principi longobardi sono costretti a subire l'infelice destino di subire la prima il ripudio da parte del marito Carlo; il secondo invece ad essere soggetto alla sua condizione di erede al trono immischiato nelle trame politiche e di non invece scegliere la strada della santità cristiana..

Questo dinamismo è presente anche e soprattutto ne I promessi sposi in molteplici vesti: l'agire della giustizia divina - ossia la Provvidenza - all'interno delle vicende degli uomini, convertendo i peccatori (non solo la monaca di Monza e l'Innominato, ma anche lo stesso Fra Cristoforo prima di aver preso i votiCfr. I promessi sposi, capitolo IV e poi lo stesso Renzo spinto da propositi di vendetta quando si trova davanti un don Rodrigo morente) e sostenendo i giusti; l'agire della giustizia/ingiustizia umana come motore stesso della vicenda intesa sia nella sua dimensione narrativa sia come sfondo storico del romanzo (si veda a tal proposito l'inutilità delle "grida" contro il dilagare degli eserciti privati dei bravi; l'uso della cultura da parte di don Abbondio come strumento di oppressione.; il clientelismo nobiliare ispanico nella relazione tra il Conte Attilio, il cugino don Rodrigo e il loro Conte Zio per punire il "ribaldo" Fra CristoforoCfr. I promessi sposi, capitolo XIX; il malgoverno spagnolo nella gestione dello Stato e in particolare della calamità della guerra e successivamente della gestione della pestilenza che rievoca il saggio di Cfr. Gino Tellini, La carestia e la guerra, in «Questo matrimonio non s’ha da fare…». Lettura de «I promessi sposi», a cura di Paola Fandella, Giuseppe Langella, Pierantonio Frare, Milano, Vita e Pensiero, 2005, pp. 125-126.). Infine, la Storia della colonna infame è vista ulteriormente quasi come una continuazione e una negazione della conclusione consolatoria del romanzo riporta le parole tratte dal saggio di nell'edizione de I promessi sposi a cura di F. De Cristofaro per la Bur (2014). Per il significato finale della filosofia imperante nel romanzo si rimanda al capitolo XXXVIII in cui si parla del sugo della storia e della visione consolatrice data da Lucia., in quanto i protagonisti di tale fatto realmente accaduto, Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, furono identificati da parte delle autorità come dei presunti "untori" incaricati di diffondere a Milano il terrificante morbo e sui resti della casa del Mora eretta una colonna a memoria dei posteri.. La critica manzoniana verso l'irrazionalità del giudizio dovuta alla paura e alla folla inferocita che pretendeva un capro espiatorio davanti al dilagare inspiegabile della malattia furono una ripresa non solo dei leitmotiv dell'opera avita ma anche del saggio Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri.

L'influenza romantica L'elemento romantico nella produzione poetica manzoniana emerge per la prima volta negli Inni sacri, dove l'io del poeta si eclissa a favore di un'universalità che eleva il suo grido di speranza e la sua fiducia a Dio. .. La conversione romantica, come sottolinea il critico Ezio Raimondi, nasce dalla conversione al cattolicesimo, fattore che «obbliga il Manzoni a una scelta radicale anche nei confronti della poesia», determinando un cambio di rotta rispetto al neoclassicismo dellUrania..

La storia Oltre alla dimensione "ecclesiale" della religiosità manzoniana, non si può dimenticare l'apporto fondamentale della storiografia francese di Fauriel e degli altri ideologi. Costoro promuovevano, infatti, una storia non più incentrata sui grandi, quanto sugli umili, i piccoli che si perdono nell'oblio del tempo perché non oggetto d'interesse da parte dei cronisti loro coevi e oggetto di violenza da parte delle decisioni dei potenti.:. Lo stesso vale, di conseguenza, per i fatti storici: la conoscenza di Augustin Thierry, avvenuta a Parigi tra il 1819 e il 1820, «rappresenta per Manzoni il campione della ricerca documentaria e filologica, in massima parte destinata alla scoperta di quella storia sociale che si prospettava essere un'affascinante novità intellettuale».. Tale "storia sociale", indagata attraverso il metodo storico-filologico degli ideologues ed espressa nel Discorso sulla storia longobardica in Italia, vera e propria base storica per il dramma dellAdelchi., troverà poi la massima espressione nel Fermo e Lucia e quindi ne I promessi sposi:.

Per Manzoni la storia ha un valore sacroTellini definisce Manzoni «un autore ossessionato dallo scrupoloso rispetto dei fatti storici».: essa non dev'essere modificata sulla base della necessità dell'ingegno poetico, ma deve coesistere con quest'ultimo senza che il corretto avvicendarsi degli avvenimenti venga modificato. Come infatti dichiarerà nella Lettera a Monsieur Chauvet:

L'oggetto poetico. Il vero poetico e il vero storico

La dichiarazione poetica manzoniana non intende, però, sminuire al contempo il valore dell'ingegno poetico. Infatti, poco più avanti nella trattazione, Manzoni pone l'ipotetica domanda su che cosa possa rimanere al poeta se gli si toglie linventio di creare il substrato della vicenda:, dando come risposta la sua definizione di che cosa è la poesia: