Silenzio e grido (Csend és kiáltás) è un film ungherese diretto nel 1968 da Miklós Jancsó.
Il film fa parte di una trilogia che comprende I disperati di Sandór (1966) e L'armata a cavallo (1967).
Trama Ungheria, 1919. La repubblica sovietica ungherese di Béla Kun è caduta e l'esercito dell'ammiraglio Miklós Horthy esercita una spietata repressione. Il film si apre con una spietata esecuzione di un soldato rosso che per un breve momento viene illuso di potersi salvare. Di lì a poco un altro ribelle viene giustiziato. Karoly è un contadino ex -soldato che, a seguito ricatti, aiuta la polizia a scovare i ribelli. Vive in una fattoria con la moglie Terez e la cognata Anna. Le due hanno un rapporto ambiguo con il potere: docili e ubbidienti sembrano più complici che vittime. In casa i tre nascondono il rivoluzionario Istvan, un ex -soldato russo ricercato dalle autorità. Kémeri, comandante della polizia ed ex compagno di scuola di Istvan, tollera la presenza del rivoluzionario e, al contempo, perseguita il contadino. Controlla ogni mossa dell'uomo esercitando uno strano e crudele gioco di potere. Quando Terez e Anna vengono prese per essere sottoposte alle ennesime umiliazioni sessuali, Karoly non reagisce. Istvan, stanco del clima di sottomissione che regna nella casa, se ne va, non trovando però nessuno disposto ad ospitarlo. Karoly va a riprenderlo e grazie alla complicità di Kémeri lo riporta alla fattoria. Terez e Anna decidono di avvelenare Karoly, che stanco e pressato su vari fronti, accusato dalla polizia di omicidio, accetta la sua sorte. Istvan però si ribella. Esce allo scoperto, ben consapevole delle conseguenze del gesto, per denunciare l'omicidio che le due donne stanno per attuare. Kémeri non lo può più coprire e gli fornisce una pistola per suicidarsi evitando la fucilazione. Istvan tuttavia non la usa per sé, ma per ucciderlo.
Accoglienza Il film è in concorso alla 29ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
L'accoglienza del film su Quaderni piacentini n. 42 del 1970 è rappresentata dall'incipit dove Goffredo Fofi scrive «Con sempre più rigida astrazione, il reazionario Jancso continua a riproporre il suo gioco, che è quello del gatto col topo su un'immaginaria scacchiera atemporale, appena velata da una divisa o da una battuta allusive di comodo a un'epoca storica del proprio paese». Andrea Vannini nell'appendice della traduzione, revisione e adattamento italiano a cura di Goffredo Fofi e Paolo Gobetti del Dictionnaire des Films di Georges Sadoul insiste sull'atemporalità storica scrivendo tra l'altro che il gioco del film «rimane ancora ai limiti dell'astrazione nell'affrontare personaggi anche tipi».
Critica Tullio Kezich, sottolineando i pareri divisi della critica su Silenzio e grido sottolinea come «i francesi hanno parlato di un "Antonioni della puszta"» e scrive che «il racconto è ammirevole per rigore stilistico e chiarezza intellettuale». Silenzio e grido rispecchia l'opera del cineasta ungherese e conferma come Miklós Jancsó sia stato «uno dei pochi ad aver saputo, contro la teorizzazione sul montaggio elaborata da Ejzenstejn, rendere una realizzazione all'interno di un piano sequenza (da qui il rimprovero di teatralità estremamente fluida. [...])». Lo stesso regista spiga la sua scelta stilistica: «se rifiuto il montaggio è perché sollecita una tensione del pubblico, aggredisce lo spettatore. Mentre i lunghi piani sequenza sono molto più rispettosi col pubblico, gli lasciano il tempo di riflettere mentre si svolge l'azione».
Note
Bibliografia Andrew James Horton, We are not the revolution, in The aura of history - The depiction of the year 1919 in the films of Miklós Jancsó, kinoeye.org, volume 3, numero 3, 17 febbraio 2003
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Categoria:Film di guerra ungheresi