Le bonifiche agrarie in Italia si svilupparono tramite una serie di interventi finalizzati alla trasformazione di vaste aree umide (solitamente paludose), ritenute in passato improduttive o malsane, con lo scopo di recuperarle allo sfruttamento agricolo.
Questo complesso progetto, condotto sia dallo Stato sia dai privati, fu segnato dall'evoluzione delle istituzioni consorziali. A partire dai primi decenni dopo l'unità, attraverso una lunga evoluzione di idee e di esperienze e una complessa legislazione in continuo perfezionamento si andò concretando, nella teoria e nelle pratiche applicazioni, il concetto di bonifica integrale,Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, 1961, pp. 347-360.Piero Bevilacqua, La storia dell’agricoltura italiana, Laterza, 1991, pp. 112-118.Annibale Zambardi, «La bonifica integrale e la riforma di Serpieri», in Studi Storici, vol. 23, 1982, pp. 215-240. maturato in età giolittiana e talvolta erroneamente attribuito al regime fascista.
Il problema della malaria In passato non si era a conoscenza di batteri e virus e si supponeva che la malaria derivasse da imprecisati miasmi provenienti dalle zone umide (da cui appunto il nome). Solo agli inizi del Novecento diversi studi associarono la malaria al Plasmodium, come ad esempio la ricerca di Camillo Golgi, insignito del premio Nobel nel 1906, che dimostrò l'associazione tra periodicità delle febbri malariche e il ciclo del plasmodio. Il vettore della malaria venne identificato negli Anopheles, ovvero le zanzare.
Dal primo decennio dell'Unità d'Italia, in materia d'agricoltura vennero emanate diverse leggi (1862, 1865, 1866, 1869). Con il fine di risolvere il problema delle aree paludose, si susseguirono diversi progetti di legge (1862, 1863, 1868, 1873). in linea con le politiche liberali dell'epoca, che riteneva che le moderne imprese piemontesi e lombarde sarebbero state d'esempio al resto del Paese..
La costruzione di una rete ferroviaria fu l'obiettivo che attirò il maggior impegno finanziario fino agli anni 1870.. Poiché la malaria aveva rallentato la costruzione delle ferrovie in diversi punti, particolarmente nel centro-sud, crebbe l'interesse per la lotta igienico sanitaria oltre che la volontà di creare occupazione in ampie aree disabitate e paludose...
Nel 1868 Emilio Broglio notava che, nella pianura padana, con semplici bonifiche idrauliche si riduceva sensibilmente il problema della malaria; mentre a sud dell'Appennino si richiedeva un insieme di opere molto più complesse e onerose non ancora realizzabili all'epoca..
La mortalità era ben più elevata nell'Italia centro-meridionale, tanto da rendere intere zone completamente inabitabili. Infatti mancava un sistema consorziale,. più efficiente nei periodi di crisi. e nel contrastare la malaria;. né erano presenti realtà strutturate industrialmente come invece nel caso della Grande Bonifica Ferrarese..
Angelo Celli intuiva che la presenza della malaria rappresentava, nel centro-sud, una caratteristica del secolare latifondo estensivo.. Nel 1878, dopo lo spostamento a Roma della capitale,. venne approvata la legge del progetto di bonifica locale dell'Agro Romano n. 4642 che avrebbe poi rappresentato un modello per i futuri interventi, specialmente a partire dal primo dopoguerra.. Dal 1882 il senatore Luigi Torelli aveva redatto la Carta della malaria d’Italia, che metteva in risalto la drammatica situazione del centro-sud e delle isole: ne pubblicava un'edizione rivolta ai proprietari terrieri nel 1883 e un'altra divulgativa, con semplici dialoghi, nel 1884.. La prima legge in materia fu promossa da Alfredo Baccarini (legge 25 giugno 1882, n. 269) con la quale lo Stato, consapevole dei limiti dell'azione dei privati, perseguiva un intervento organico di impegno sociale e sanitario contro la malaria.. La bonifica avrebbe dovuto provvedere al prosciugamento e al risanamento dei laghi, degli stagni, delle paludi e delle terre paludose.
La difficile situazione dell'economia (testimoniata da eventi come lo scandalo della Banca Romana), sommata alla gravosità dei progetti, costrinse a ridimensionare il progetto, secondo i piani di Francesco Genala (1885, 1886. e 1893). sull'esempio delle bonifiche private che, con o senza finanziamenti pubblici, erano avvenute nelle Valli Grandi Veronesi e Ostigliesi e nelle Valli ferraresi.. L'interesse delle regioni del nord e l'arretratezza di quelle del sud, dove l'economia latifondista era incompatibile con la nascita di consorzi, rendevano svantaggioso investire in opere complesse e dai tempi incerti, come denunciava Francesco Spirito,. e continuava a determinare un iniquo accentramento di risorse. Concentrandosi in bonifiche idrauliche nuovamente a carico dello Stato con la legge Pavoncelli-Lacava 1898. prima e agrarie successivamente (riprendendo la legge sull’esproprio dell'8 luglio 1883 n.1489), sempre a favore delle regioni del nord perché non teneva ancora conto della diversità idrologica meridionale e insulare..
Il primo approfondito studio delle bonifiche risale a Michelangelo Cuniberti: proposto durante l'Esposizione universale di Parigi del 1878, rimase la documentazione essenziale fino alla fine del secolo,. perché di volta in volta aggiornato dal legislatore con le esposizioni nazionali (Milano 1881, Torino 1884, Palermo 1891-1892 e Torino 1898.).
Nel luglio 1898 nacque la Società per gli studi della malaria, costituita da Giustino Fortunato e Leopoldo Franchetti con il prof. Angelo Celli.. Alla luce del progresso tecnico-scientifico, la malaria era considerata un'emergenza sociale a cui si doveva provvedere direttamente con l'intervento pubblico, ad esempio tramite il chinino di Stato (Leggi: 23 dicembre 1900 n. 505; 2 novembre 1901 n. 460;. 19 maggio 1904 n. 209;. 16 giugno 1907 n. 337.).
Gli interventi a inizio '900 e la nascita della "bonifica integrale"
Nel 1907 fu istituito il Magistrato alle acque. ma, nonostante l'evoluzione tecnico-finanziaria (in particolare del 1910 e 1912.), la malaria rimase una piaga ancora nel decennio successivo..
La legge Bertolini-Sacchi del 13 luglio 1911 prevedeva, oltre alla riorganizzazione amministrativa, anche le vecchie soluzioni già attuate nella bonifica dell'Agro romano, quali incentivi economici a favore della colonizzazione e sanzioni (come l'esproprio) per i cattivi esecutori..
Il 20 giugno 1912 (Nitti-Sacchi n. 712) si decideva un maggiore impegno per il sud Italia. e più attenzione per i bacini imbriferi. Ettore Sacchi inaugurava il principio e il termine della "Bonifica Integrale" che prevedeva l'obbligo, dopo l'esecuzione delle opere idriche, di recuperare i terreni all'agricoltura. In particolare durante il periodo giolittiano maturarono le idee, poi riprese negli anni successivi, di superare l'idea del semplice prosciugamento idraulico, tra sistema idrico montano era emersa l’interdipendenza con il recupero produttivo delle pianure, dove erano già presenti quelle caratteristiche che avrebbero portato in pochi anni alle opere di "trasformazione fondiarie di pubblico interesse"..
Dopo la disfatta di Caporetto, gli austriaci che dal 1917 erano nelle aree del Piave, nel 1918 al loro ritiro lasciarono dietro di sé ingenti danni nell'intento di ostacolare il passaggio all'esercito italiano;. nel basso Piave, dove era stata debellata la malaria e vivevano abitanti, per 1/3 di quella popolazione si ebbe una recrudescenza,. e trovò efficacia pratica il Magistrato alle acque..
Continuava intanto l'evoluzione legislativa con i d.l. 1918 (n. 1255 e 1256: legge Dari) che ri-privatizzava il sistema di concessione abrogato nel 1889 con l'aggiunta di una data di termine. e del d.l.1919 (n. 240, legge Ruini) che permetteva di presentare i progetti idraulici e agrari in forma coordinata dall'inizio,. sempre nel 1919 si fondava l'Opera Nazionale Combattenti. (dalla guerra insorsero anche i problemi che ne limitavano l'attività) e l'Istituto Federale di Credito per il Risorgimento delle Venezie.
Nel 1920, presso il Ministero dell'agricoltura fu istituita la Direzione generale della colonizzazione e del credito agrario (d.l. n. 1465); nel 1921 al Ministero fu attribuito il potere di espropriare fondi nell'Agro romano da avviare a colonizzazione con opere di bonifica da soggetti pubblici e privati (r.d.l. n. 52).. oltre all'avvio dell'Istituto nazionale per il risanamento antimalarico della regione pontina..
Le bonifiche durante il Fascismo
Con l'avvento al governo del Partito Nazionale Fascista fu varato il nuovo testo unico del 1923. ispirato molto dalla vecchia legge Ruini, ma che non trovò piena attuazione a causa del contrasto con le norme procedurali relative alle aree paludose della successiva legge Serpieri (n. 753 del 18 maggio 1924 Sulle trasformazioni fondiarie di pubblico interesse).. La lotta per la bonifica divenne nella propaganda la bellicosa "guerra alle acque",. ma pur favorendo i grandi investimenti la bonifica agraria entrò in contrasto con il sistema feudale del latifondo.
Le proteste dei latifondisti meridionali, che furono anche ricevuti da Mussolini, ottennero le dimissioni di Arrigo Serpieri da sottosegretario all'agricoltura (vi sarebbe tornato nel 1929) e la limitazione delle sanzioni sull'esproprio (r.d. 29 novembre 1925 n. 1464).. Dal 1925 veniva aggiunta la battaglia del grano, in prevalenza nel centro-sud perché non ancora vincolato da coltivazioni e produzioni zootecniche di tipo industriale che richiedevano anche molti campi a foraggio.
Negli anni '20 venivano usati aeroplani per lanciare veleno antizanzare per la lotta alla malaria nelle paludi pontine.
Nel 1925, per intervento diretto di Mussolini veniva autorizzata la sperimentazione sulle persone di nuove terapie. Giacomo Peroni e Onofrio Cirillo operarono su 2000 operai dell'ONC in Toscana e Puglia, separati in due squadre. Nella prima fu sospesa ogni cura convenzionale per osservarne il decorso, mentre la seconda era trattata con iniezioni intramuscolari di "smalarina" (farmaco antimalarico a base di sali di mercurio e antimonio messo a punto da Guido Cremonese, docente di igiene alla regia università di Roma). L'esperimento fu concluso nel 1929 dichiarando i dati positivi, ma un nuovo esperimento del Consiglio superiore di sanità su 395 persone in Sardegna ne riconfermò la tossicità...
Nonostante la politica economica fascista avviata dal 1923,. nel 1927 il settore agricolo entrò in crisi aggravandosi dopo il 1929 con la grande depressione e perdurando fino al 1935 mentre gli investimenti pubblici e privati si bloccarono.. Come ammise Mussolini nel dicembre dello stesso anno: “Parliamo dunque ora francamente senza pietosi eufemismi della crisi. La crisi c'è stata. La crisi è stata grave”.
Con la legge Mussolini del 1928 (n. 3134 legge sulla bonifica integrale), con la quale lo Stato si impegnava a finanziare non solo gli interventi idraulici ma anche opere di trasformazione agraria, si puntava a recuperare propagandisticamente all'agricoltura circa 8 milioni di ettari (1/3 di tutta la superficie agricola e forestale del Regno). anche se Silvio Trentin sottolineava come i concetti base di bonifica integrale fossero già stati studiati precedentemente. La malaria però non era più considerata una malattia professionale ma negligenza dei lavoratori. e si concentravano nell'agro pontino le risorse per fronteggiarla.. La legge era priva di voci di spesa dirette a debellarla nonostante fosse emanata ad un anno dal Discorso dell'Ascensione (26 maggio 1927) in cui secondo Mussolini: "in uno Stato bene ordinato, la cura della salute fisica del popolo deve essere al primo posto".
Ferdinando Rocco presiedendo il Sesto convegno dei bonificatori meridionali lamentava al regime interventi incoerenti:
La legge Serpieri