La terza rivoluzione industriale si differenzia dalla precedente; ha compreso processi di trasformazione della produzione di beni che nei Paesi sviluppati occidentali hanno coinvolto aspetti sociali ed economici; a partire dalla metà del XX secolo l'innovazione tecnologica ha innescato mutamenti che hanno prodotto sviluppo economico e progresso sociale, anche se non equamente diffusi; il fenomeno, a partire dalla fine del secolo, si è esteso ad altre realtà, in particolare a Cina, India e Stati Uniti d'America.

Cause Tra le cause della terza rivoluzione industriale si possono annoverare: La crescita, lo sviluppo e l'accumulo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche già a partire dall'inizio del Novecento, spesso nate nel contesto militare delle guerre mondiali della prima metà del secolo e successivamente in quello della guerra fredda tra le maggiori superpotenze mondiali del dopoguerra, Stati Uniti d'America e Unione Sovietica. Ad esempio: la prima rete telematica che avrebbe unito le università californiane di Los Angeles e Santa Barbara, lo Stanford Research Institute e l'Università dello Utah – ARPANET – era già in funzione dal 1969, sulla base di un progetto del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Condizioni politiche assai più stabili nei Paesi occidentali rispetto a quelle della prima metà del secolo hanno poi favorito la crescita economica, a partire dalla ricostruzione post-bellica, verso settori a quel tempo ancora inesplorati, permettendone la diffusione progressiva verso il ceto medio del modello socio-economico occidentale. Con la scoperta e lo sfruttamento dell’energia atomica siamo entrati in una fase del tutto nuova, quella appunto della terza rivoluzione industriale. E ciò per almeno due considerazioni generali: sotto il profilo pacifico lo sfruttamento dell’atomo significa la liberazione di un’energia immensa e l'emergere di altrettanto enormi problemi legati all'inquinamento; mentre sotto il profilo militare significa che per la prima volta l’umanità ha avuto la possibilità di distruggere completamente se stessa e il pianeta su cui vive.

Il risultato complessivo di queste forze contingenti si è concretizzato dunque in una forte spinta e accelerazione al progresso e all'innovazione tecnologica in molti settori industriali, favorito da una maggiore e più rapida diffusione di innovazioni e prodotti grazie all'inizio del processo di globalizzazione dei mercati, con rapidi stravolgimenti microeconomici e macroeconomici, nel mercato del lavoro, demografici e in ultimo quindi sugli stili di vita della popolazione occidentale. Lentamente, ma in maniera meno pervasiva, parte di questi effetti si sono propagati anche nel secondo e terzo mondo, specie laddove in presenza di regimi di sfruttamento coloniale o in generale delle risorse del Paese in questione da parte di multinazionali.

Corsa allo spazio

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, Stati Uniti e Unione Sovietica nell'ambito della guerra fredda si contesero per decenni il primato dell'esplorazione spaziale. Inizialmente i russi ebbero la meglio, lanciando in orbita il satellite artificiale Sputnik I (1957). Nello stesso anno, inoltre, mandarono nello spazio il primo essere vivente, Laika, una cagnetta. Un anno dopo, anche gli americani lanciarono in orbita un loro satellite, ma poco tempo dopo i sovietici inviarono nello spazio il primo essere umano: Yuri Gagarin (1961).

Nel 1969 anche gli statunitensi riuscirono ad avere un proprio primato nella storia dell'industria aerospaziale, mandando sulla Luna l'Apollo 11, che con il suo equipaggio atterrò sul suolo lunare, sul quale per la prima volta posero piede degli esseri umani.

Negli anni successivi vi sono state enormi innovazioni nel campo aerospaziale. Per esempio nel 1981 fu costruito il cosiddetto Space Shuttle, un vettore riutilizzabile più volte che rivoluzionò la conquista dello spazio.

Dagli anni Settanta in poi vi è stato un forte aumento di lanci di satelliti artificiali, del quale Stati Uniti ed Europa detengono il primato. Uno degli scopi principali del loro utilizzo è il campo delle telecomunicazioni. Questi vengono inoltre utilizzati per rilevamenti meteorologici e geologici, ma anche a scopi militari.

Altre importanti applicazioni sviluppate dal secondo dopoguerra furono il radar e il laser.

Effetti Allo shock petrolifero del 1973, seguì un terremoto tecnologico che, negli ultimi decenni del Novecento, trasformò la vita quotidiana dei Paesi più ricchi, attraverso la produzione di oggetti (dai televisori ai dischi, dalle radioline alle calcolatrici, per arrivare al computer e al telefono portatile) che modificarono non solo gli spazi di relazione pubblica tra gli uomini, ma anche gli interni domestici dell'esistenza. La ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie diventarono un settore essenziale della crescita economica, un indicatore di grande efficacia per stabilire una nuova gerarchia tra Paesi ricchi e poveri: se, negli anni Settanta, in un paese industrializzato si contavano 1000 scienziati per un milione di abitanti, la Nigeria, per esempio, ne aveva appena 30.

Le tecnologie ad alta intensità di capitale, concentrate nei settori dell'informatica e della telematica, avviarono un nuovo sistema di produzione, che determinò il brusco declino di tutte le lavorazioni basate su grandi concentrazioni di manodopera; la presenza umana cominciò allora ad affievolirsi sia nella produzione sia nell'erogazione di servizi. Gli enormi cambiamenti nel modo di produzione e di lavoro che comportò l'introduzione dell'alta tecnologia hanno permesso di classificare questa fase come terza rivoluzione industriale distinguendola in tal modo dalla prima rivoluzione industriale, avviatasi nella seconda metà del Settecento, che aveva avuto l'impiego del carbone e l'invenzione della macchina a vapore come elementi distintivi e il tessile come settore trainante; e dalla seconda, verificatasi negli ultimi decenni dell'Ottocento e segnata dall'utilizzo dell'elettricità e del petrolio come nuove fonti di energia, dall'invenzione del motore a scoppio e dallo sviluppo della produzione dell'acciaio e dell'industria chimica.

Due secoli dopo una prima rivoluzione industriale che ha costruito la ferrovia, un secolo dopo la seconda che ha prodotto l'automobile e l'aereo, oggi ci imbarchiamo fatalmente in una rivoluzione che trasforma ciascuno di noi nel motore immobile di una miriade senza fine di trasferimenti virtuali: la rivoluzione informatica.

Un fattore di sviluppo legato alla terza rivoluzione industriale è il costante sviluppo dei trasporti terrestri, aerei e marittimi favorito dallo sviluppo tecnologico nei rispettivi settori industriali (industria automobilistica, industria aeronautica con nascita e sviluppo dell'aviazione civile, industria navale) nonché dalla realizzazione di sistemi stradali sempre più evoluti e capillari. Questa complessa rete di trasporti finirà per favorire sempre più il commercio internazionale alimentando il fenomeno della globalizzazione.

La fine del fordismo

Dagli inizi degli anni Settanta prese così ad affermarsi, prima negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, un nuovo sistema di fabbrica, detto postfordista per indicare la progressiva e relativa diminuzione del peso del modello di produzione e lavoro instaurato negli anni Venti negli Stati Uniti, con la catena di montaggio e la parcellizzazione del lavoro che avevano trovato nelle fabbriche per automobili Ford l'esempio più coerente e completo. Il modello postfordista fu segnato dall'avvento di una miriade di aziende di dimensioni ridotte, che andavano dal laboratorio familiare ai piccoli stabilimenti ad alta tecnologia: una rete produttiva diffusa senza più un centro geograficamente riconoscibile in una fabbrica o in una città. Anche i grandi stabilimenti industriali, quando sopravvissero, cambiarono radicalmente i propri assetti interni, automatizzando e modificando le precedenti lavorazioni a catena.

La necessità di superare il modello estensivo del fordismo, di una produzione standardizzata di massa i cui costi crescenti (materie prime, energia e lavoro) riducono i profitti di un'economia di scala finora vantaggiosa, produce effetti differenziati ma in larga misura convergenti: investimenti in nuovi settori tecnologicamente avanzati (microelettronica, telecomunicazioni, biotecnologie); dislocazione delle aziende tradizionali nel settore automobilistico (per esempio la FIAT) delle televisioni o dei frigoriferi, in aree a basso costo di lavoro (Europa orientale, America Latina, Sud-est asiatico), detta esternalizzazione; riduzione di scorte e magazzini e produzione calibrata sulle ordinazioni (just-in-time); diversificazione dei modelli e prodotti; abbattimento delle spese generali; appalti e subappalti a imprese esterne delle componenti e di fasi dell'assemblaggio; diminuzione del numero degli operai (licenziamento collettivo) e allo stesso tempo l'allargamento delle basi delle aziende – occupazionali e fisiche – su scala mondiale. In una parola sola: flessibilità, un termine riassuntivo gravato di valenze positive e negative secondo gli effetti da essa prodotti su diversi segmenti della società a livello mondiale. La nuova produzione flessibile, che si adatta e riduce i tempi morti, che approfitta della diminuzione del costo dei trasporti e delle nuove opportunità finanziarie, si sviluppa orizzontalmente, in una rete di aziende grandi e piccole sparse in ogni luogo e collegate tra loro dalla rapidità sia di informazione sia di comunicazione che ha segnato l'avvio della terza rivoluzione industriale.

La rivoluzione del lavoro

Nel 1979 gli occupati del settore manifatturiero negli Stati Uniti erano 21 milioni, diminuiti tredici anni dopo di tre milioni, con un tasso medio annuo di crescita di -1,2%; nello stesso periodo i lavoratori nei settori dei servizi (alle persone e informatici) sono aumentati del 9% annuo. La produttività cresce, più o meno nello stesso periodo (1979-87), dell'1,9% orario per l'insieme dell'economia e del 3,1% nel settore manifatturiero. I tradizionali operai, le "tute blu", diventano di meno ma producono di più, mentre cresce il numero dei "colletti bianchi" in servizi tradizionali o di tipo nuovo, tecnologicamente avanzato. Sono anni, questi, in cui la velocità di crescita della produttività è generalmente inferiore che nel passato, più negli USA che in Europa; si assiste infatti, particolarmente nel settore dei servizi, a un rallentamento della crescita di produttività che ha luogo in concomitanza con l'introduzione di nuove tecnologie.

I dati statistici, in questo caso, nascondono dietro un'apparente uniformità delle differenze profonde. Sotto la voce "servizi", infatti, si collocano tutti i lavoratori che non sono occupati nelle industrie manifatturiere o nelle campagne, mescolando coloro che operano nel campo dell'educazione, della sanità, della pubblica amministrazione (la cui produttività è del resto difficile da valutare) con i lavoratori delle ferrovie, degli aeroporti o delle linee aeree, delle telecomunicazioni (l'aumento della produttività in questo settore risulta, infatti, nel periodo esaminato, attorno al 6% annuo). Quel che appare chiaro, e che costituisce un elemento incontrovertibile dei dati statistici, è il progressivo diminuire degli addetti al settore industriale, un fenomeno che ha fatto classificare come "deindustrializzazione" quella che altri hanno chiamato terza rivoluzione industriale. Negli anni Novanta, soprattutto a partire dalla metà del decennio, l'aumento medio di produttività tornerà a raggiungere un tasso più elevato, superiore addirittura in alcuni momenti a quello del periodo dell'"età dell'oro" tra fine anni Cinquanta e primi anni Settanta.