Biblioteca Arturo Frinzi prima chiesa del monastero dei Minimi di San Francesco di Paola, poi caserma e dal 1987 sede della biblioteca centrale del polo umanistico, economico, giuridico dell'Università di Verona. Aperta alla comunità accademica e a tutta la cittadinanza.
Storia
La biblioteca è ubicata nella chiesa dedicata a San Francesco di Paola a Verona, eretta nel Campo Marzio nel 1596 a tre anni dall'arrivo in Verona di padre Giovanni da Paterno Calabro dell'Ordine dei Minimi o Paolotti. I primi monaci che si insediarono a Verona nel 1593, su mandato del correttore (superiore generale) Gregorio de Pania, provenivano in gran parte dal convento di Mantova e dal bacino lombardo attinse anche negli anni a venire la congregazione veronese. Il 10 aprile 1593, sabato delle Palme, Alberto Valier nipote e coadiutore del vescovo Agostino Valier, consegnò formalmente (con la posa della prima pietra) a Giovanni da Paterno chiesa e monastero intitolati a San Francesco di Paola. Il giorno successivo venne celebrata la prima messa cui assistettero il podestà di Verona, Giacomo Bragadino, il protettore del convento, Agostino Giusti e con loro una folla di nobili e semplici cittadiniChiappa. Varanini, "Ad cultum et honorem Dei comuneque totius populi commodum et benefitium": due secoli di presenza dei Minimi a Verona, p. 14. Sul terreno, ubicato nell'area del Campo Marzio donato ai Minimi, sorgevano alcuni stabili che poterono ospitare da subito i Monaci permettendo loro di rimandare la costruzione del convento e di orientare gli sforzi economici nell'edificazione della chiesaGuidarelli, L'architettura della chiesa e del convento di San Francesco di Paola, p. 41. Probabilmente l'attenzione si spostò sul convento tra gli anni Venti e Quaranta del secolo XVII dal momento che ancora nel 1611 i monaci si trovarono a chiedere denaro al Consiglio del Comune di Verona al fine di edificare un chiostro per raggiungere la chiesa restando al coperto. Il complesso conventuale subì una profonda ristrutturazione tra il 1663 e il 1664 come conseguenza dell'investitura del convento veronese a luogo "pro clericatu" laddove il convento veneziano dei Minimi fu orientato "pro novitiatu". In quei giorni probabilmente venne eretta la parte del chiostro a nord con relative dieci nuove camere con la funzione di chiericato. A poco meno di un secolo più tardi, più precisamente al 1746, risale l'ultimo intervento importante sugli edifici di San Francesco di Paola che trovano la loro definitiva configurazioneGuidarelli, L'architettura della chiesa e del convento di San Francesco di Paola, passim.
I Minimi e i nobili veronesi Il rapporto con le famiglie nobiliari veronesi si mostrò da subito vitale non solo per la fondazione, ma anche per il mantenimento e la fioritura del convento. I nomi fondanti sono quelli dei fratelli Massimo e Agostino Giusti che con Giulio Cagalli donarono ai Minimi il terreno su cui innalzare il loro convento nella zona a sinistra dell’Adige, nella contrada di San Paolo, ricca di molti insediamenti religiosi nessuno dei quali tuttavia di ordini maschili di rilievoSul ruolo fondamentale delle famiglie nobili quali committenti delle opere d'arte che via via andarono ad ornare la chiesa dei Minimi si legga Zamperini, San Francesco di Paola: i committenti. L’arrivo dei Minimi fu dunque particolarmente importante in quanto costituì, per la classe nobiliare veronese, un luogo di sepoltura dopo che molte delle chiese della città non poterono accogliere nuove tombe. Nella chiesa di San Francesco di Paola, in particolare, secondo la testimonianza del Biancolini fu sepolto anche il medico e uomo di lettere Federico Ceruti (1532-1611)Biancolini, "Notizie storiche", Verona, per Alessandro Scolari al Ponte delle Navi,1752, p. 430 la cui lapide è oggi conservata nel chiostro della chiesa di San Zeno.
Le proficue relazioni con le famiglie patrizie si concretarono in lasciti e donazioni in cambio di spazi funerari, messe in suffragio, celebrazioni liturgiche. I monaci si trovarono quindi a gestire un patrimonio finanziario che costituiva la loro principale fonte di sussistenza. Infatti, a differenza di ordini insediati da tempo in territorio veneto, quelli di più recente fondazione dovettero sottomettersi ad una decisione del Senato veneto per cui i beni immobili ereditati da religiosi dopo il 1536 avrebbero potuto restare nelle loro mani per un massimo di due anni per poi essere venduti. I Minimi di Verona quindi si trovarono quasi subito ad iniziare un'attività creditizia che si concretò sia in depositi al Monte di Pietà sia in prestiti ad un tasso del 5.6%. Sull'attività creditizia dei Paolotti particolarmente fiorente nel secolo XVIII si veda il saggio di Giovanni ZalinZalin, "Denaro in entrata, denaro in uscita. L'attività creditizia dei “Paolotti” scaligeri nel Settecento".
La demaniazione L'applicazione delle leggi napoleoniche portò al trasferimento del convento al demanio il 4 luglio 1806 quando nell'edificio abitavano tredici frati, di cui sette sacerdoti e sei laici. Il convento non fu in quell'occasione chiuso, anzi accolse anche dei confratelli veneziani e per questo fu sottoposto a lavori di restauro. Gli spazi vennero suddivisi tra i monaci e i militari francesi che ebbero in uso anche la chiesa. L'allontanamento definitivo dei religiosi risale al 1810 quando un decreto imperiale asburgico stabilì la soppressione dei conventi. Quale fosse la destinazione d'uso del complesso conventuale non è certo, anche se "nel Catasto del 1817 gli spazi risultano destinati parte a magazzini, in parte affittati ad uso abitativo. Doveva trattarsi di una destinazione provvisoria, e infatti nel 1820 Da Persico sottolinea che l'edificio non è stato solo riordinato, ma ricostruito in "solida forma"Ferrari, "XIX secolo: demaniazione e riusi militari", p. 94. Forse per adattarlo a nuove funzioni divenendo, con l'attigua chiesa di Santa Maria della Vittoria, magazzino e stabilimento per la produzione di equipaggiamenti militari. Nel brolo che i monaci avevano usato come orto gli Austriaci costruirono alcuni edifici e lì, prima dell'edificazione della Provianda di Santa Marta (1865) ospitarono anche dei forni da campagna per la produzione di vettovaglie. Quando il Veneto divenne parte del Regno d'Italia San Francesco di Paola continuò ad essere una caserma.
1943: la rivolta militare contro il nazifascismo Il complesso conventuale restò possesso militare fino a che non venne acquistato dalla nascente Università degli Studi di Verona. Nel 1943, in seguito all'armistizio firmato l'8 settembre dal governo Badoglio, i luoghi dell'ex convento si resero protagonisti di un'azione di resistenza particolare perché portata avanti da militari della caserma Carlo Ederle. Questa occupava un'ampia area, detta del Campofiore, che partiva da Porta Vescovo e arrivava a Porta Vittoria inglobando via San Francesco dove, tra il 9 e l'11 settembre i soldati italiani, sotto la guida del colonnello Eugenio Spiazzi, si opposero all'armata tedesca. Ai soldati nazisti gli uomini guidati da Spiazzi si arresero la sera del 10 settembre anche se la consegna della caserma si ebbe solo il giorno successivo. "La battaglia dell'8º Artiglieria costò cinque morti, cinque mutilati e dieci feriti"Zangarini, "Quelle giornate di sangue e di gloria". La Resistenza dell'8º Artiglieria nella caserma Campofiore (9-11 settembre 1943)", p. 105.
L'episodio è oggi ricordato da una lapide posta il 15 settembre 1973 proprio a lato dell'ingresso della biblioteca Arturo Frinzi dal Comitato Civico per le celebrazioni del trentennale della Resistenza, a ricordo di un'azione eroicaSul marmo bianco è inciso questo testo "Da queste mura trent'anni fa / delimitanti la caserma Carlo Ederle / scoppiò infuocata dal 9 all'11 settembre 1943 / la prima rivolta militare in Verona / contro l'oppressione nazifascista / a ricordo delle eroiche vittime / di quelle giornate di sangue e di gloria / viene oggi murato questo marmo/ nella certezza che la gioventù universitaria / operosa in questi storici edifici / saprà custodire per sé e per le generazioni a venire / i più alti ideali della libertà / contro ogni infausta rinascita della violenza / e della barbarie. Verona 15 settembre 1973 / Il comitato civico per le celebrazioni del trentennale della Resistenza. Durante la seconda guerra mondiale il complesso conventuale, in quanto obiettivo militare, fu oggetto di bombardamenti che portarono al crollo del braccio nord del chiostro.
Esuli di Istria, Fiume e Dalmazia Nel primo dopoguerra la chiesa era ancora occupata da materiale dell'esercito italiano, mentre la parte del convento divenne, a partire dal 1946, luogo di "disagiata ospitalità" per numerosi esuli di Istria, Fiume e Dalmazia. Si trovarono quindi a convivere in spazi limitati intere famiglie avendo a disposizione due soli servizi igienici da cui attingere anche l'acqua. Per ricordare quei fatti dolorosi il 10 febbraio 2011, nel lato ovest del chiostro di San Francesco, a ridosso della biblioteca Frinzi, è stata murata una lapideLa lapide recita: Per molti anni dopo la seconda guerra mondiale / questo chiostro / segnato come tutta la città di Verona / dalle rovine dell'immane conflitto / offrì disagiata ospitalità / a numerose famiglie di Italiani / esuli dalle terre d'Istria, Fiume e Dalmazia / cedute a seguito del trattato di pace / sottoscritto a Parigi il 10 febbraio 1947. Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia / Comitato Provinciale di Verona / 10 febbraio 2011. Per una testimonianza diretta si ascolti quanto raccontato da Giuseppe Piro che con la famiglia, esule da Pola, visse nel chiostro di San Francesco.
Il restauro Chiesa e convento di San Francesco, rimasero in uno stato di abbandono "fino all'istituzione dell'ateneo veronese, quando il Consorzio per la costruzione e lo sviluppo degli studi universitari chiese, nel 1968, al demanio militare la cessione dei fabbricati, che divennero il primo nucleo della cittadella universitaria"Vecchiato, La destinazione di San Francesco di Paola e di Santa Maria della Vittoria a sede universitaria in "San Francesco di Paola a Verona", p. 117. Negli anni Ottanta dopo le prove statiche e la messa in sicurezza delle parti murarie ad opera dell'ingegner Pierluigi Ongarelli, lo studio Calcagni e Cenna diede inizio all'opera di restauro del complesso di San Francesco di Paola e della chiesa destinata ad ospitare la biblioteca Arturo Frinzi. Il progetto si concretizzò in una struttura in acciaio su tre piani che si appoggia al suo contenitore lasciando in questo modo leggibile la struttura originaria della chiesa.
Arturo Frinzi La biblioteca è dedicata ad Arturo Frinzi (1875-1962), figura illustre nel panorama economico e politico veronese. Frinzi, dopo la laurea in giurisprudenza a Padova, al lavoro di avvocato affiancò quello di politico, ricoprendo il ruolo di assessore all'assistenza dal 1907 al 1914. Partecipò quindi alla Grande Guerra come ufficiale. Tornato a Verona riprese l'impegno politico che sospese con l'avvento del fascismo, per poi riprendere come deputato costituente tra il 1945 e il 1946. Fu presidente della Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno dal 1946 al 1962 e presidente dell'autostrada Serenissima. L'intitolazione della biblioteca a suo nome si deve al fatto che egli (e più tardi la nipote Luisa Alessandri Frinzi) lasciarono all'Ateneo veronese una raccolta di volumi, oltre a documenti processualiViviani, Dizionario biografico dei Veronesi , vol. 1, p. 395.
Una storia nella storia: la biblioteca dei Minimi