Le reazioni all'attentato e alla rappresaglia risultano sia da documentazione diretta (di natura pubblica o privata) coeva ai fatti, sia da diari, memorie e testimonianze pubblicate nel dopoguerra: quest'ultima tipologia di fonti non sempre è considerata attendibile dagli storiciRiguardo ai «reali stati d'animo degli italiani durante la seconda guerra mondiale», scrive lo storico Aurelio Lepre: «Nelle interviste fatte a coloro che vissero quegli avvenimenti ci sono molti vuoti temporali, molti silenzi, molte ambiguità. Né, per conoscere i reali sentimenti e le reali passioni degli italiani di quegli anni, sono molto più utili i diari, perché quelli autentici, non rielaborati successivamente, sono pochissimi: gli altri sono in realtà memorie, prive di sincerità, spesso più di ostacolo che di aiuto. – Gli storici che vogliono ricostruire esattamente quei sentimenti e quelle passioni si trovano perciò di fronte a un compito reso molto difficile dalla limitatezza della documentazione diretta»: cfr. ..
La Santa Sede prese pubblicamente posizione sull'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine tramite un comunicato su L'Osservatore Romano del 26 marzo 1944, accomunando i due eventi in un unico giudizio di condanna.
Secondo le memorie di Giorgio Amendola, ideatore dell'attentato nonché rappresentante del Partito Comunista Italiano nella giunta militare del CLN centrale, quando tale organo si riunì il 26 marzo egli chiese che fosse emanato un comunicato che, oltre a condannare l'eccidio, rivendicasse l'azione partigiana. Tuttavia, quest'ultima proposta trovò l'opposizione del delegato della Democrazia Cristiana, Giuseppe Spataro, il quale contestò l'opportunità dell'attentato e al contrario chiese un comunicato di dissociazione, proponendo inoltre che ogni futura azione fosse preventivamente approvata dalla giunta. Poiché le deliberazioni venivano prese solo all'unanimità, nessuna delle due mozioni fu approvata, cosicché l'attentato fu autonomamente rivendicato dai comunisti su l'Unità del 30 marzo, mentre solo a metà aprile il CLN emise un comunicato di condanna verso la rappresaglia tedesca, retrodatato al 28 marzo per nascondere i contrasti.
Forte fu l'emozione suscitata dal massacro presso l'opinione pubblica e la stampa antifascista clandestina, sebbene la precisa entità dell'esecuzione di massa e le sue modalità furono scoperte solo dopo la liberazione di Roma, allorché si rese possibile l'esplorazione delle Fosse Ardeatine. Alcune conversazioni telefoniche intercettate in quei giorni, pubblicate dallo storico Aurelio Lepre nel 1996., mostrano che «in alcuni settori della popolazione la deprecazione nei confronti dell'attentato sopravanzò l'avversione prodotta dalle esecuzioni»., ma la possibilità che l'opinione degli intercettati corrispondesse alla generale opinione pubblica romana è stata discussa dagli storici.
La stampa fascista indicò nei partigiani i soli responsabili dell'eccidio, falsamente presentato come rappresaglia conforme alle leggi di guerra. Reazioni critiche verso l'opportunità dell'attentato si ebbero inoltre in ambienti vicini al governo Badoglio e alla resistenza militare, presso gli agenti segreti alleati, nonché da parte della formazione partigiana Bandiera Rossa.
La posizione della Santa Sede
Il 26 marzo 1944 L'Osservatore Romano pubblicò il comunicato tedesco sull'attentato e sulla rappresaglia, accompagnandolo con un commento che deplorava entrambi gli eventi e ammoniva tanto gli autori dell'attentato quanto gli occupanti circa le conseguenze delle loro azioni. Il tono particolarmente prudente nei confronti dei tedeschi fu in seguito criticato come espressione di equidistanza e di un'implicita attribuzione di responsabilità ai partigiani; fu invece giustificato, da parte vaticana, con il timore che una protesta più esplicita potesse provocare ulteriori rappresaglie.
Nel dopoguerra fu dibattuta la possibilità che papa Pio XII, informato della prospettiva di una rappresaglia tedesca, potesse intervenire per impedire l'eccidio. La documentazione disponibile non chiarisce se il pontefice conoscesse in anticipo le precise modalità e i tempi dell'operazione; secondo alcune testimonianze successive, furono comunque compiuti tramite ambienti vaticani tentativi d'intervento, che non ebbero esito anche a causa della rapidità con cui il massacro fu deciso ed eseguito.
Il comunicato tedesco del 26 marzo
Il 26 marzo, a complemento di precedenti disposizioni sul rispetto della città aperta, il comando superiore tedesco proclamò:
Le posizioni dei partiti antifascisti e del CLN I contrasti nella giunta militare Il CLN centrale era composto da sei partiti. La corrente di sinistra era rappresentata da Partito Comunista Italiano (PCI), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e Partito d'Azione (Pd'A), mentre formavano la corrente di destra Democrazia Cristiana (DC), Partito Liberale Italiano (PLI) e Democrazia del Lavoro (DL).
La giunta militare del CLN centrale si riunì nel pomeriggio del 26 marzo, nel bel mezzo della crisi che il comitato attraversava da febbraio a causa delle continue liti intestine tra i partiti di destra e di sinistra. La mattina del 24 marzo, Ivanoe Bonomi aveva rassegnato le dimissioni dalla presidenza del comitato, sospettando che i partiti di sinistra stessero preparando un governo rivoluzionarioLuigi Cortesi, Bonomi, Ivanoe, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, 1971... I membri della giunta erano: Giorgio Amendola (PCI), Riccardo Bauer (Pd'A), Manlio Brosio (PLI), Mario Cevolotto (DL), Sandro Pertini (PSIUP), Giuseppe Spataro (DC)Esisteva inoltre una giunta militare più ristretta di quella del CLN, la «giunta militare tripartita», formata già il 30 agosto 1943 dai responsabili militari dei soli tre partiti di sinistra, il comunista Luigi Longo, l'azionista Riccardo Bauer e il socialista Sandro Pertini. Longo, poi trasferitosi a Milano, era stato sostituito da Amendola.. La riunione si svolse in casa dell'avvocato Ercole Chiri, esponente della DC, nei pressi di Piazza Mazzini.. Sul suo svolgimento esistono diverse fonti.
La lettera della direzione romana del PCI del 30 marzo 1944 Una fonte coeva è la lettera non firmata inviata il 30 marzo 1944 dalla direzione comunista di Roma a quella di Milano, riprodotta nella raccolta di documenti I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, edita nel 1973 a cura del dirigente del PCI Luigi Longo. In merito alle discussioni nella giunta, nella lettera si legge:
Lo storico Gabriele Ranzato scrive che «il riferimento a Ventotene ci fa individuare con buona certezza come autore della lettera Mauro Scoccimarro, l'unico fra i quattro dirigenti romani – gli altri erano, oltre ad Amendola, Celeste Negarville e Agostino Novella – ad essere stato confinato a Ventotene nello stesso periodo in cui vi fu Pertini, che è pertanto senza dubbio il delegato socialista di cui si parla. Precisazione necessaria per sottolineare l'autorevolezza e rappresentatività politica dell'autore della lettera»..
Le dichiarazioni dei membri della giunta militare
Giorgio Amendola rivelò pubblicamente quanto era accaduto durante la riunione in due occasioni: in un'intervista del 1965 per il libro di Robert Katz Morte a Roma (1967) e nel proprio libro di memorie Lettere a Milano (1973).. In precedenza, Amendola aveva scritto della vicenda nel 1964 in una lettera privata al politico radicale Leone Cattani, per replicare a un'intervistaPubblicata sul numero speciale della rivista Capitolium dedicato a "Roma città aperta", anno 39, n. 6, giugno 1964. in cui quest'ultimo aveva sostenuto di aver saputo da Brosio che, durante la riunione della giunta, l'attentato era stato deprecato dallo stesso rappresentante comunista. La lettera, rinvenuta dallo storico Renzo De Felice, fu pubblicata solo nel 1997..
La versione più dettagliata è quella del 1973:
La versione resa precedentemente a Robert Katz è sensibilmente diversa: la richiesta di una sconfessione da parte del CLN è attribuita a «un elemento dell'ala destra», mentre Spataro si sarebbe limitato a proporre che ogni futura azione avrebbe dovuto avere la preventiva approvazione dalla giunta. Secondo , Amendola diede «due versioni sensibilmente diverse»..
Brosio, intervistato anch'esso da Katz, che gli chiese di confermare la versione di Amendola, rispose: «Ricordo che questi argomenti furono discussi nella nostra riunione della Giunta militare del Cln. Ma non posso ricordare quale fu la mia posizione su questo punto. Con Giorgio Amendola talvolta eravamo d'accordo e talvolta no». Secondo l'autore, Brosio «fece chiaramente capire di non voler rispondere»..
Nella sua autobiografia pubblicata postuma nel 1987, Bauer scrisse: «Nella Giunta altissime furono da parte dei democristiani e dei liberali le voci di riprovazione per un'azione che aveva avuto come conseguenza le Fosse Ardeatine. E con difficoltà io, coi rappresentanti socialisti, riuscii a impedire che uscisse una sconfessione di quell'azione ed anzi a strappare il riconoscimento della legittimità dell'azione stessa quale episodio di guerra»..
Non si conosce invece la versione dei fatti di Spataro, il quale nel suo libro sull'attività della DC nella ResistenzaGiuseppe Spataro, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica, Milano, Mondadori, 1968. omise ogni accenno al suo ruolo nei fatti di via Rasella e, pur interrogato in proposito, mantenne sempre il più stretto riserbo sulla vicenda Nella testimonianza raccolta nell'articolo si sostiene erroneamente che l'attentato fu discusso e messo ai voti prima della sua attuazione.. L'autore commenta: «L'"operazione occultamento" non poteva essere più radicale»..
Le memorie di Rosario Bentivegna Nelle sue memorie, scritte negli anni cinquanta ed edite nel 1983, Bentivegna accenna rapidamente allo scontro nella giunta militare, scrivendo che a mettere in discussione l'azione gappista furono «alcuni settori» del CLN, «che si erano lasciati intimidire dalla ritorsione nazista e che avevano colto in essa l'occasione per resipiscenze attendiste». In particolare «Spataro, per conto della DC, allora prona ai diktat antidemocratici di Pio XII, cercò di delegittimare i GAP e quell'attacco, ma fu battuto dai suoi colleghi, e il CLN, invece, il 28 marzo emise una dura condanna della strage perpetrata dai nazisti»..
La rivendicazione del PCI
Non ottenuta l'assunzione di responsabilità da parte del CLN, il PCI rivendicò autonomamente l'attentato tramite l'Unità clandestina del 30 marzo, con un articolo in prima pagina dal titolo Colonna di carnefici tedeschi attaccata in via Rasella: «Giovedì 23 marzo, verso le ore 15.30, nel momento in cui una colonna della Polizia tedesca in assetto di guerra transitava per Via Rasella, un reparto dei G.A.P. eseguiva un audace e violento attacco a bombe a mano seminando la strage tra i vili fucilatori di ostaggi, i suppliziatori atrocemente celebri di Via Tasso». L'articolo di fondo, dal titolo Coscienza della responsabilità, conteneva un invito agli altri partiti del CLN affinché agissero con più energia e decisione:
Analogamente, l'articolo L'eredità dei martiri, scritto da Giorgio Amendola., sosteneva la necessità di trarre dal massacro un impulso alla continuazione della lotta: «oggi, questi trecentoventi fratelli hanno conquistato con il loro martirio un diritto su tutti noi, il diritto di chiederci che nessun altro sacrificio ci apparisca troppo forte, che nessun altro rischio sia giudicato troppo grave, che nessun altro sforzo sia considerato troppo grande perché essi abbiano la loro vendetta. [...] Chiunque nonché indietreggiare, solo esitasse su questa via che i trecentoventi martiri di Roma ci indicano, verrebbe meno ad un sacrosanto dovere».
Inoltre, la volontà di proseguire con gli attacchi alle truppe tedesche a Roma veniva chiaramante manifestata in una Dichiarazione del Comando dei Gruppi d'Azione Patriottica, scritta da Mario Alicata e datata 26 marzo: