Dalla nascita agli anni trenta Il primo appello, di cui si ha traccia, che sollecitava la nomina di "cronometristi ufficiali" fu lanciato dalle colonne de La Stampa Sportiva il 3 gennaio 1904 con un articolo a tutta pagina orientato soprattutto alle misurazioni nelle gare di automobilismo. Il 6 novembre 1921 nasce il SICU, Sindacato italiano cronometristi ufficiali, con sede a Milano, e milanesi erano quattro dei sette fondatori (Gilbert Marley, Carlo Legnazzi, Leonardo Acquati, Achille Macoratti), i padri del cronometraggio inteso in senso moderno.
Ai quattro già citati vanno aggiunti Ferruccio Massara, che fu segretario generale e cassiere del SICU, il torinese Giancamillo Avezzano ed Edoardo Teoli, ingegnere romano. Il gruppo dirigente (in cui era entrato il cav. Antonio Vaghi), ruppe gli indugi e solo cinque mesi dopo (19 aprile 1922) il primo incontro ufficiale approvò lo statuto del sindacato.
Le basi erano state gettate e il piccolo nucleo di fondatori contava su una schiera più ampia di iscritti al SICU: in tutto 24. Quando l'anno successivo venne varata la tessera ufficiale, i cronometristi iscritti erano già 46 (12 di classe "A", 5 di classe "B" e ben 29 "aspiranti").
Il crisma del riconoscimento ufficiale da parte delle varie federazioni sportive nazionali giunse nel corso del terzo anno di vita dell'ente, quando nell'assemblea generale tenutasi nel febbraio del 1924 il consiglio direttivo ebbe la legittima soddisfazione di annunciare che il tanto auspicato riconoscimento era stato ormai ottenuto dalla maggioranza delle federazioni, anzi dalla totalità di quelle riguardanti gli sport per i quali l'opera di cronometraggio era assolutamente indispensabile. Quello del 10 febbraio 1924 fu il primo congresso ufficiale dei cronometristi e l'obiettivo che prioritariamente si perseguì fu sempre quello di puntare al miglior assetto organizzativo. Anche il ricambio al vertice del SICU fu vertiginoso.
Dopo il primo anno di vita, Legnazzi passò il testimone ad Achille Macoratti e questi nel 1925 lasciò il posto ad un ingegnere milanese, Amedeo Turba. Fu a settembre di quell'anno che il nuovo presidente orgogliosamente annunciò che dopo il riconoscimento ottenuto nei primi quattro anni di vita dalle federazioni, era giunto anche quello del CONI. I successi ottenuti trasmisero nuova linfa al SICU che nell'assemblea generale del febbraio 1926 varò un nuovo statuto.
Nell'ottobre dello stesso anno, il SICU convocò una nuova assemblea (l'ultima) presieduta da un grande amico dei cronometristi, l'onorevole Lando Ferretti, ed elesse un direttorio nel quale, come rappresentante del CONI, entrò a far parte Giuseppe Corbari, destinato ben presto a mettersi alla guida dei cronometristi italiani. L'ingresso di Giuseppe Corbari segnò una svolta storica nella vita federale: con lui il sindacato italiano cronometristi ufficiali divenne AIC, l'associazione italiana cronometristi. La nuova sigla venne varata nel settembre del 1927 sulla base delle direttive del CONI e lo stesso Corbari fu il primo presidente dell'AIC. Cambiò la tessera sociale e venne istituito il distintivo di riconoscimento (una clessidra a rilievo su smalto).
Nel dicembre 1928, sulla base dei risultati ottenuti, il CONI trasmise una circolare a tutte le federazioni e associazioni sportive con l'invito esplicito a servirsi dei cronometristi dell'AIC in tutte le manifestazioni.
Il 1930 fu segnato dalle dimissioni del presidente Corbari. Alla nomina del presidente dell'AIC provvide il CONI, che designò il conte romano Giovanni Bonmartini. Ma quest'ultimo rimase alla guida dell'AIC per meno di due mesi. L'associazione venne commissariata e al posto del conte Bonmartini fu chiamato, a maggio, il marchese fiorentino Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, allora presidente della FIDAL. Il primo atto del marchese Ridolfi fu esemplare: l'intero gruppo dei cronometristi della FIDAL fu in un sol colpo assorbito dall'AIC. Nello stesso anno, i cronometristi passarono da 122 a 170.
È un momento storico per i cronometristi: si festeggiano i primi dieci anni di attività e l'evento venne celebrato con un'opera scritta da colui che era la memoria storica del settore, Ferruccio Massara, segretario generale dei cronos dal 1921 al 1933. Il suo volume Il primo decennale della Associazione Italiana Cronometristi, 1921-1931, rappresenta ancora oggi una pietra miliare della documentazione storica sulla federazione.
Nel maggio 1932 il CONI adottò una nuova "carta statutaria" con l'obiettivo di coordinare e promuovere l'attività sportiva a tutti i livelli. Nell'elenco degli affiliati al CONI c'era l'associazione italiana cronometristi. Il documento sancì di fatto che i cronometristi erano ormai una realtà definitivamente consolidata nel panorama sportivo italiano.
Il 13 settembre del 1933 rappresenta un'altra data storica dell'attività dei cronometristi. Quel giorno, infatti, il presidente del CONI, Achille Starace, designò presidente dell'associazione italiana cronometristi il trentaquattrenne ing. Giovanni Romagna.
Il rigore, la passione e la volontà di quel dirigente garantirono a tutti i cronometristi italiani un nuovo salto di qualità. Si deve a lui la riorganizzazione dell'associazione, che consentirà di raggiungere standard e dotazioni di altissimo livello. Il primo atto della nuova gestione fu il trasferimento degli uffici da Milano a Roma, il secondo la nascita del Bollettino ufficiale: anche per il presidente Romagna l'identità del cronometrista fu il traguardo principale da raggiungere.
Il presidente del CONI, Starace, il 19 ottobre 1933 emanò una circolare "storica" per i cronometristi, con la quale disponeva che «...tutte le manifestazioni sportive dovranno essere presenziate da cronometristi ufficiali iscritti all'AIC. Pertanto nessun risultato di gara potrà essere omologato se nei verbali non risulterà la firma, che attesta la presenza, del cronometrista dell'AIC.»
Un altro passo verso il totale riconoscimento era compiuto. Ad esso se ne aggiunsero altri due assai significativi. Il 20 novembre 1933 l'AIC venne ammessa a far parte del consiglio generale del CONI tra le federazioni non olimpiche: nel 1934 il CONI approvò lo statuto dell'associazione e diffuse una circolare che sgombrò il campo da una serie di equivoci che continuavano a persistere all'interno di alcune federazioni che si servivano di cronometristi "autonomi".
Si moltiplicarono i corsi per favorire il reclutamento e, soprattutto, si concluse con la Ulysse Nardin un accordo per l'acquisto a rate di apparecchiature indispensabili: cronografi, contatori, sdoppianti e riprendenti. Il presidente Romagna, inoltre, comprendendo che gli organi di informazione avrebbero avuto un peso tutt'altro che trascurabile per dare visibilità all'AIC, emanò un disposizione che puntava a svolgere un'attività di supporto ai giornalisti che praticamente non aveva precedenti.
Il cronometraggio in quegli anni andò, dunque, a gonfie vele, ma l'AIC intuì che la stessa azione andava sviluppata oltre i confini nazionali. Il presidente incominciò a gettare i semi di una pianta il cui frutto sarà maturo ben 39 anni dopo, nel 1983, con il riconoscimento della federazione internazionale da parte del CIO.
Il numero degli iscritti, quello dei servizi espletati, la capillarità dell'organizzazione in ogni angolo della penisola autorizzavano, ormai, al gran salto: fu così che il CONI nel dicembre 1936 deliberò la nuova denominazione di "Federazione Italiana Cronometristi". Contestualmente riprese la pubblicazione del bollettino. Un bel risultato per il presidente Romagna che negli anni dal 1935 al 1937 concorse all'assegnazione del "Trofeo CONI" riservato alle federazioni non olimpiche.
Ma ciò che più stava a cuore al presidente Romagna era la nuova frontiera dell'attività federale: il cronometraggio elettrico, nonostante le polemiche sollevate da una parte della stampa a causa di alcuni inconvenienti. Nel 1938 il cronometraggio con le cellule fotoelettriche in pochi mesi divenne una realtà di cui presto non si poté fare a meno.
Gli anni quaranta Nel 1940 la situazione internazionale ebbe ripercussioni anche sull'attività sportiva. La guerra era alle porte, disagio e angoscia si fecero strada tra i dirigenti sportivi che almeno nella prima fase tentarono di far sopravvivere lo "sport nazionale".
Sul finire del 1940 arriva al vertice del CONI Raffaele Manganiello, un personaggio che segnerà in negativo la storia della federazione. Alcuni mesi dopo, infatti, con un'imprevedibile e immotivata decisione, Manganiello cancellò la Federazione italiana Cronometristi riducendola al rango di "Servizio di cronometraggio alle dirette dipendenze del comitato olimpico nazionale". Romagna da presidente si ritrovò "ispettore di servizio". Contemporaneamente ai cronometristi veniva sottratto il bollettino, insostituibile strumento di comunicazione interna e di aggiornamento. Fu un brutto colpo per Romagna che si sentì tradito dal fascismo, che sin dal primo momento aveva appoggiato con convinzione. La cancellazione della federazione era destinata ad avere un peso tutt'altro che trascurabile sul futuro dei cronometristi, condannati a vivere anni di contrasti prima di riprendere l'attività nella scia di una tradizione e di una professionalità consolidate.
Solo il 1º settembre 1944 si tornò a parlare di cronometraggio. In quel giorno il commissario governativo del CONI, l'avvocato Giulio Onesti, mise riparo ai guasti provocati dal provvedimento che aveva cancellato la Fic. La federazione fu ricostituita e a presiederla, in qualità di reggente, fu chiamato l'avvocato Cesare Sindici, di Roma. Sindici si ritrovò a gestire una federazione spaccata. Il servizio di cronometraggio negli anni bui aveva avuto altre due sedi: prima a Venezia, poi a Milano (dove il gruppo era guidato da un commissario, Adelson Nebuloni). La guerra aveva diviso il paese e con esso anche i cronometristi. I dirigenti dell'Alta Italia rivendicavano la leadership dell'attività federale e attuarono un'azione di ostruzionismo nel processo di riunificazione. Nel settembre del 1945 i cronometristi tornarono ad avere la loro pubblicazione: non più il bollettino, ma Cronos, l'organo ufficiale che da quell'epoca sarà prezioso "testimone" della vita federale. Intanto si ricostituivano le segreterie di zona centro meridionali e si metteva mano alla riforma dello statuto.
Il 16 ottobre 1945 a Firenze fu sottoscritta, alla presenza dell'avvocato Onesti, una convenzione tra i rappresentanti del CONI e i dirigenti delle organizzazioni sportive dell'Alta Italia. Sindici e Nebuloni giunsero alla decisione di sciogliere il servizio di cronometraggio costituendo contemporaneamente la delegazione Fic Alta Italia.
Più che una pace fu una tregua, che si ruppe sugli inizi del 1946, quando si tornò a parlare di autonomia del nord. Sindici tirò dritto per la sua strada con l'obiettivo di portare i cronometristi alla loro prima assemblea generale nazionale del dopoguerra. Ma gli irriducibile dell'Alta Italia non arretrarono di un passo e prospettarono all'avvocato Onesti l'intenzione di dare vita ad un referendum per sancire il definitivo distacco da Roma. Incalzato dalle proteste settentrionali e individuando nell'assemblea nazionale l'unica possibilità di giungere ad un chiarimento generale, Sindici forzò la mano. Fu eletta, su proposta di Nebuloni, una commissione (nove membri in tutto, uno ogni due regioni) cui fu dato l'incarico di definire l'ipotesi di lavoro di quella che in un primo momento fu chiamata assemblea generale nazionale e, un mese dopo, congresso nazionale. La commissione dei nove si riunì a Roma il 29 aprile e, pur registrando l'assenza del rappresentante di Lombardia e Venezia Euganea, stabilì data e luogo del congresso nazionale: 17-18 maggio a Firenze nella sede della società canottieri.