Gli Arbegnuoc (, ) erano i combattenti etiopici che, dopo la fine ufficiale della guerra d'Etiopia (maggio 1936) e l'esilio del Negus Hailé Selassié, continuarono a combattere contro l'esercito italiano per opporsi all'occupazione e alla perdita dell'indipendenza. Nelle fonti sono presenti anche le grafie arbegnuocc e arbegnoch.
Gli arbegnuoc, guidati da capi abili e determinati, continuarono a battersi con crescente efficacia per tutto il periodo del dominio coloniale italiano e misero in seria difficoltà l'occupante mantenendo il controllo di vaste zone del territorio etiopico. Con l'inizio della seconda guerra mondiale, gli arbegnuoc fornirono un importante aiuto alle truppe britanniche contribuendo alla rapida vittoria e alla liberazione del territorio nazionale. Il 6 aprile 1941 le forze britanniche e sudafricane del generale Alan Cunningham fecero ingresso in Addis Abeba insieme a 800 arbegnuoc del famoso capo guerrigliero Abebe Aregai.
Storia L'Etiopia dopo la caduta di Addis Abeba
La guerra d'Etiopia aveva avuto una svolta nel febbraio 1936 con le prime vittorie del corpo di spedizione italiano; dopo la disgregazione delle principali armate etiopiche e il fallimento del disperato contrattacco delle forze regolari del Negus il 31 marzo 1936 a Mai Ceu, le forze italiane, sostenute da una netta superiorità di armamenti e grazie anche all'impiego dei gas, sembrarono aver definitivamente fiaccato la resistenza del nemico; a Roma Benito Mussolini decise di sfruttare la situazione e accelerare al massimo il prosieguo delle operazioni; sull'impiego dei gas..
La "marcia della ferrea volontà" condotta dal comandante in capo, maresciallo Pietro Badoglio, aveva avuto inizio da Dessiè il 24 aprile 1936 e si era conclusa il 5 maggio con l'entrata in Addis Abeba delle colonne motorizzate italiane; dopo questo clamoroso successo Mussolini poté quindi proclamare enfaticamente il 9 maggio 1936 la fine vittoriosa della guerra d'Etiopia e la ricostituzione dell'Impero.. Nei giorni seguenti, la partenza per l'esilio del Negus Hailé SellasiéIl Negus abbandonò Addis Abeba il 1 maggio 1936 e trovò rifugio a Gibuti da dove proseguì per Haifa dove navi britanniche lo trasferirono in Europa; in e il ritorno in Italia, il 21 maggio, del maresciallo Badoglio per ricevere una trionfale accoglienza, sembrarono confermare la vittoria del regime fascista nella sua audace impresa coloniale..
In realtà se la marcia motorizzata su Addis Abeba si era rivelata un grande successo politico e propagandistico, dal punto di vista strategico non aveva certamente risolto definitivamente la guerra; le truppe italiane che raggiunsero la capitale rimasero praticamente bloccate ad Addis Abeba, mentre la popolazione etiopica interruppe la strada di Dessiè; le comunicazioni divennero precarie con l'inizio della stagione delle grandi piogge, mentre i combattenti etiopici erano attivi nello Scioa e molte regioni dell'impero del Negus erano ancora da conquistare.. Mussolini non sembrò avere timori; al contrario prese nuove decisioni politiche radicali. Il Duce escluse la ricerca di collaborazione da parte di autorità locali disposte a cooperare con l'occupante ed affermò recisamente di essere "contrario a ridare qualsiasi potere ai ras...niente poteri a mezzadria"; il nuovo ministro delle colonie Alessandro Lessona condivise pienamente le rigide decisioni di Mussolini e il 1 giugno 1936 venne ufficialmente costituito il dominio diretto italiano con la nomina di un governatore-viceré e la suddivisione del territorio in cinque governatorati..
Il maresciallo Rodolfo Graziani divenne il primo viceré-governatore con pieni poteri ma egli non condivideva le decisioni provenienti da Roma; isolato con le sue forze ad Addis Abeba, Graziani era in difficoltà e richiedeva una politica più elastica e la presa di contatto con "ex ras e degiac"; il maresciallo riferiva che la sua situazione era critica e che i capi etiopici e la popolazione "sono a noi avversi" e facevano resistenza.. Le sue proposte furono però nettamente respinte; il ministro Lessona confermò le disposizioni del Duce e ordinò al viceré di impiegare "mezzi estremi per stroncare inesorabilmente ogni velleità di ribellione". Lessona in data 10 settembre 1936 autorizzava "ad impiegare i gas, se Vostra Eccellenza lo ritenga utile"..
Alla fine di maggio 1936 vaste regioni aride e inospitali dell'Etiopia sud-occidentale, quasi prive di vie di comunicazione, non erano state ancora occupate dal corpo di spedizione italiano; tutto il territorio compreso tra i laghi Tana e Stefania e i centri di Magalo e Gambela che comprendeva le province del Goggiam, Arussi, Gimma, Sidamo, Borana e parte dello Scioa era ancora libero.. In questo vasto territorio erano ancora attivi i resti dell'esercito etiopico costituiti da circa combattenti; i nuclei principali erano presenti nell'Harar, nel Sidamo, dove erano comandati da ras Destà Damtù e dal degiac Gabre Mariam, nell'Arussi sotto la guida del degiac Bejene Merid, nell'Ilubabor, dove si trovava ras Immirù. Il gruppo più pericoloso e più aggressivo era però costituito dai guerriglieri presenti nello Scioa dove aveva avuto inizio il vero e proprio movimento dei cosiddetti arbegnuoc, i "patrioti" della resistenza etiopica.
Sembra che il primo arbegnuoc dello Scioa sia stato il ligg Hailè Mariam Mammo che guidò un attacco ad un convoglio italiano il 4 maggio 1936, il giorno prima della caduta di Addis Abeba; a questo primo nucleo si unirono ben presto soldati sbandati, giovani volontari decisi ad opporsi all'occupante e una parte dei cadetti dell'accademia militare di Oletta guidati dal giovane Negga Haile Selassie.. Entro giugno nelle colline intorno alla capitale erano attivi numerosi gruppi di ribelli guidati da militari o politici come il degiac Ficrè Mariam, il degiac Balcià Abba Nefsa, il blatta Tecle Uolde Hawariat, l'abile e aggressivo balambaras Abebe Aregai, il vecchio comandante della cavalleria Aradù Ifrù. Gli arbegnouc dello Scioa in questa fase riconoscevano la guida suprema del degiac Aberra Cassa, figlio di ras Cassa Darghiè, che era sostenuto dal fratello Asfauossen Cassa e dal prestigioso vescovo di Dessiè l'abuna Petros.. I gruppi di guerriglieri dello Scioa a giugno e luglio attaccarono soprattutto la "strada imperiale" e la ferrovia per Gibuti e misero in seria difficoltà i presidi e le colonne italiane; Ficrè Mariam in particolare guidò il 6 e il 9 luglio 1936 due pericolosi attacchi alle stazioni ferroviarie a 50 chilometri dalla capitale che, pur respinti, causarono gravi perdite agli occupanti..
Estensione dell'occupazione ed inizio della guerriglia
La situazione ad Addis Abeba nelle prime settimane dopo la conquista era difficile per gli italiani; le comunicazioni erano possibili solo attraverso la lunga pista dalla Somalia, la violenza e il disordine erano diffusi dentro la città, mentre il maresciallo Graziani, disponendo inizialmente solo di soldati, temeva un attacco dei guerriglieri etiopici che erano segnalati "tutti intorno Addis Abeba"; correvano voci che molte migliaia di arbegnuoc fossero pronti all'assalto.. La situazione degli italiani migliorò alla metà di luglio con l'arrivo di cospicui rinforzi che fecero salire la guarnigione a 35.000 uomini; inoltre da Roma giungevano nuove esortazioni al governatore di estendere l'occupazione e di "essere duro, implacabile con tutti gli abissini...."; Mussolini richiese di instaurare un "regime di assoluto terrore"..
Gli arbegnuoc dello Scioa erano effettivamente decisi ad attaccare Addis Abeba; in un incontro a Debre Libanos, con la presenza di Aberra Cassa, dell'abuna Petros e degli altri capi, venne deciso un piano temerario per assaltare la capitale con cinque colonne separate, contando soprattutto di sfruttare una sollevazione generale della popolazione.. L'assalto ebbe inizio il 28 luglio 1936 in una mattina nebbiosa ma, nonostante alcuni successi, i guerriglieri non riuscirono a coordinare i loro attacchi; mentre gli uomini di Aberra Cassa giunsero di sorpresa senza incontrare resistenza fin nel centro di Addis Abeba dove scatenarono il panico, Ficrè Mariam venne fermato dal corso di un torrente in piena e poi bloccato da reparti italiani rafforzati da mezzi meccanizzati. Nel frattempo gli arbegnuoc di Abebe Aregai inizialmente avanzarono fino quasi alla residenza di Graziani ma furono poi contrattaccati da militi delle Camicie Nere e da àscari eritrei; infine le ultime due colonne etiopiche non riuscirono il primo giorno neppure ad entrare in azione a causa della piena di vari corsi d'acqua..
I combattimenti ad Addis Abeba continuarono fino al 30 luglio 1936; gli arbegnuoc dei fratelli Aberra e Asfauossen Cassa mantennero coraggiosamente le loro posizioni nonostante i contrattacchi delle forze italo-eritree dei generali Italo Gariboldi, Sebastiano Gallina e Vincenzo Tessitore; infine i guerriglieri, colpiti anche dall'aviazione, dovettero cedere; Ficrè Mariam fu l'ultimo a ripiegare con i suoi uomini e con un gruppo di cadetti di Oletta.. L'assalto era fallito per le difficoltà tattiche, l'indisciplina degli etiopici e soprattutto per lo scarso supporto della popolazione che rimase in maggioranza indifferente; l'influente ras Hailu Tekle Haymanot rifiutò di aiutare gli arbegnuoc e invece collaborò con gli italiani e consegnò l'abuna Petros al maresciallo Graziani che effettuò una brutale repressione; il vescovo di Dessiè venne immediatamente fucilato già il 30 luglio e nei giorni seguenti le truppe italiane "passarono per le armi tutti i prigionieri" ed effettuarono "repressioni inesorabili"..
Il fallimento dell'attacco ad Addis Abeba scosse il morale di Aberra Cassa che a partire dal mese di agosto assunse un atteggiamento equivoco ed entrò in contatto con il maresciallo Graziani e con i ras collaborazionisti Hailu Tekle e Sejum Mangascià, ma gli altri capi della resistenza scioana non desistettero e, nonostante la repressione, continuarono ad attaccare le linee di comunicazione intorno alla capitale; il 26-27 agosto gli arbegnuoc sferrarono un nuovo attacco alla città che venne respinto ma la situazione degli occupanti, circondati da circa ribelli, rimase difficile.. Mentre nello Scioa dominavano le bande guerrigliere, a Gore nell'Ilubabor era attivo un secondo centro di resistenza all'occupazione italiana; in questa città fin dall'8 maggio 1936 si era insediato un governo provvisorio in contatto con il Negus che era guidato da Uolde Tzadek e sostenuto da alcuni esponenti del movimento dei "Giovani etiopici", da una parte dei cadetti di Oletta e da un migliaio di guerrieri di ras Immirù.. Il tentativo di organizzare una struttura di potere solida nell'ovest del territorio abissino tuttavia non ebbe successo a causa dei contrasti tra i dirigenti etiopici, dell'ambiguo comportamento dei rappresentanti sul posto del governo britannico, dell'opposizione dei capi della popolazione galla, tradizionalmente ostile agli amhara. Il maresciallo Graziani, sollecitato da Mussolini, decise di intervenire subito nell'ovest etiopico inviando a Lechemti una piccola spedizione aerea che tuttavia venne attaccata e distrutta il 26-27 giugno 1936 dai cadetti etiopici guidati da Keflè Nasibù e Belai Haileab; tra i caduti dell'eccidio di Lechemti si ricordano le medaglie d'oro Antonio Locatelli e generale dell'aeronautica Vincenzo Magliocco.