La è il nome con cui è conosciuta una competizione che presumibilmente ebbe luogo tra due ufficiali dell'Esercito Imperiale giapponese durante la Seconda guerra sino-giapponese, tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre del 1937 (le date sono incerte), e di cui, durante il conflitto, apparvero periodici resoconti sulla stampa nipponica.

L'attendibilità storica degli avvenimenti descritti è stata ripetutamente messa in dubbio da alcuni storici nel corso degli anni, scatenando anche, a partire dagli anni '70, un acceso dibattito, non solo sulla veridicità dei fatti descritti, ma sulla stessa attendibilità delle fonti, nel quadro del dibattito, di ben più ampio respiro, sulle responsabilità giapponesi riguardo alle atrocità commesse dall'esercito imperiale durante l'occupazione di parte della Cina, con particolare riferimento agli avvenimenti di Nanchino.Kitamura, Minoru e Siyun, Lin - The reluctant combatant (University Press of America, Incorporated), 15 aprile 2014 ISBN 978-0-7618-6324-3

Contesto storico Il 7 luglio 1937, a seguito del cosiddetto incidente del ponte di Marco Polo, ebbe inizio il conflitto conosciuto come Seconda guerra sino-giapponese. Dopo le prime blande schermaglie tra i due eserciti, le ostilità degenerarono in un conflitto su larga scala, che vide il Giappone intraprendere una sanguinosa avanzata in territorio cinese, attraverso una serie di feroci scontri culminati con la battaglia di Shanghai, nella quale i giapponesi risultarono alla fine prevalere sui difensori, anche se a prezzo di gravi perdite.

Il 5 agosto 1937, pochi giorni prima dell'inizio della battaglia di Shangai, l'imperatore giapponese Hirohito ratificò la sospensione unilaterale del rispetto delle norme internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra, in relazione al conflitto con la CinaBix, Herbert P. - Hirohito and the Making of Modern Japan (Harper Collins Publishing) 2001: a partire da quella data, le truppe giapponesi avrebbero dovuto cessare di fare riferimento ai cinesi come prigionieri di guerra.Fujiwara, Akira - Nitchû Sensô ni Okeru Horyotoshido Gyakusatsu in Kikan Sensô Sekinin Kenkyû Al termine della battaglia per Shangai (26 novembre 1937), contrariamente alle previsioni, che la volevano bisognosa di una lunga sosta per riorganizzarsi e risollevare il morale dei soldati, l'armata giapponese riprese l'avanzata, questa volta verso Nanchino (1º dicembre 1937).

La gara per uccidere 100 persone con la spada I fatti che divennero poi noti come «la gara per l'uccisione di 100 persone con la spada» ebbero luogo durante l'avanzata dell'esercito imperiale giapponese da Shangai a Nanchino. Verso la fine del novembre 1937, su alcune testate nipponiche cominciarono ad apparire articoli riguardanti una competizione che si stava svolgendo tra due ufficiali giapponesi, su chi tra loro sarebbe riuscito ad uccidere per primo 100 nemici cinesi usando la propria spada da samuraiUna trascrizione degli articoli originali è disponibile in: http://www.geocities.jp/pipopipo555jp/han/nich-mai-hikaku.htm . Non è chiaro se la sfida fu un'iniziativa personale dei due ufficiali, o se invece, come riportato da alcune fontiXingzu, Gao; Shimin, Wu; Yungong, Hu; Ruizhen, Cha - Japanese Imperialism and the Massacre in Nanjing (Nanjing University's Department of History), 1962 - http://www.cnd.org/njmassacre/njm-tran/njm-ch7.htm, i due sottotenenti siano stati invitati ad intraprendere la competizione dai loro superiori, lasciando intendere che competizioni di questo tipo fossero un'usanza piuttosto comune nell'ambito delle forze armate giapponesi. Come riportano gli articoli apparsi sulla stampa, gli sfidanti nella gara di decapitazione di 100 persone erano due amici, Toshiaki Mukai (向井敏明) e Tsuyoshi Noda (野田毅), entrambi ufficiali del 3º Battaglione (comandato dal maggiore Takeo Toyama) del 9º Reggimento di fanteria (comandato dal Colonnello Shigeru Katagiri); questa unità faceva parte della 19ª Brigata di Fanteria (comandata dal generale Tatsumi Kusaba), la quale a sua volta dipendeva dalla 16ª Divisione (第16師団 Dai Jūroku Shidan, comandata dal generale Kesago Nakajima), un'unità che in seguito sarebbe stata pesantemente coinvolta nelle atrocità perpetrate durante il Massacro di NanchinoYamamoto, Masahiro - Nanking: Anatomy of an Atrocity (Greenwood Publishing Group) 1º gennaio 2000.

All'epoca dei fatti narrati Toshiaki Mukai, che rivestiva il grado di sottotenente, comandava il plotone di artiglieria del 3º Battaglione, mentre Tsuyoshi Noda, anche lui col grado di sottotenente, rivestiva l'incarico di aiutante di campo del comandante di battaglione. La gara iniziò appena fuori Wuxi e continuò fino alle pendici della Montagna Purpurea; quando i due sottotenenti si incontrarono di nuovo, nei pressi del mausoleo di Sun Yat-sen, entrambi avevano ormai superato l'obiettivo prefissato, Mukai con 106 vittime e Noda con 105. Nell'impossibilità di stabilire chi tra i due avesse per primo raggiunto la 100ª uccisione, entrambi furono d'accordo nel portare a 150 l'obbiettivo da raggiungere per vincere la competizione. L'ultimo articolo della serie, pubblicato sul Tokyo Nichi-Nichi Shinbun del 13 dicembre 1937, era intitolato in modo sensazionalistico "Incredibile record [nella gara] per decapitare 100 persone—Mukai 106 – 105 Noda—entrambi i sottotenenti vanno ai tempi supplementari". Per taluni storici giapponesi, anche se gli articoli parlano genericamente di combattimenti corpo a corpo, è più probabile che gli episodi descritti si riferiscano in realtà a vere e proprie esecuzioni di massa di prigionieri inermi, nel quadro delle atrocità che sarebbero poi sfociate nel massacro di Nanchino; per altri invece l'intera storia è frutto dell'immaginazione dei giornalisti; in ogni caso l'interpretazione dei fatti è tuttora oggetto di dibattito in GiapponeKitamura, Minoru - The Politics of Nanjing: An Impartial Investigation (University Press of America, 2007) ISBN 0-7618-3579-2.

A quanto pare, nel 1939, lo stesso Tsuyoshi Noda, durante un discorso che fu invitato a tenere agli alunni di una scuola elementare della sua città, dichiarò che dei più di 100 nemici che aveva ucciso durante la gara, la maggior parte era composta da prigionieri di guerra. Nel 1975 infatti, uno degli alunni che vi avevano assistito, tale Akira Shishime (o Shijime), diventato nel frattempo un leader sindacale, inviò al giornale cinese Chūgoku la trascrizione del discorso a cui aveva assistito da bambino, più di 30 anni primaIl testo originale giapponese è presente in: :

Prestando fede a tale resoconto, le uccisioni avvenute nel corso della competizione riguarderebbero in massima parte prigionieri di guerra, soldati nemici che vennero sistematicamente passati per le armi non appena si erano arresi; peraltro, come rilevato da diversi studiosi, tra cui lo storico Bob Tadashi Wakabayashi, va tenuto presente che la fonte da cui proviene il resoconto risulta estremamente politicizzata, ed il resoconto stesso viene alla luce, provvidenzialmente, proprio nel pieno di un infiammato dibattito sull'argomento, tra storici di sinistra (in particolare Hora) e di destra (Yamamoto); desta sospetto anche la costruzione stessa del racconto, in particolare quando si evidenzia ripetutamente l'atteggiamento rilassato del sottotenente "N", in un tentativo alquanto palese di conferire un carattere di spontaneità e sincerità al racconto.

I resoconti nei giornali giapponesi A partire dalla fine del mese di novembre del 1937 due giornali giapponesi, il Tokyo Nichi Nichi Shinbun e il gemello Osaka Mainichi Shinbun iniziarono a occuparsi di una competizione in atto tra due ufficiali dell'esercito imperiale, che si stavano sfidando a chi avrebbe per primo raggiunto le 100 uccisioni di nemici usando la spada. Gli articoli (in tutto 4, dal 30 novembre al 13 dicembre 1937) sono caratterizzati da toni fortemente retorici ed uno stile sportivo, fornendo aggiornamenti sui punteggi ed indulgendo anche in spiegazioni su come, ad esempio, una spada fosse rimasta danneggiata nell'atto di tagliare in due un nemico partendo dall'elmetto; talvolta ricorrono anche a una forma di macabro umorismo, ad esempio scherzando sul termine sportivo «testa a testa» in riferimento al numero di teste mozzate. Gli ultimi due articoli vennero pubblicati anche dal quotidiano di Tokyo in lingua inglese Japan Advertiser, il 7 ed il 14 dicembre 1937, ed è probabile che la Cina sia venuta a conoscenza della gara attraverso quest'ultima fonte (secondo lo storico Bob Tadashi Wakabayashi in realtà fu proprio grazie a queste due traduzioni che gli echi della storia giunsero in Cina). Oltretutto, nel 1938 il giornalista australiano Harold J. Timperley riprese a sua volta gli ultimi due articoli, trascrivendoli per intero nella sua opera What war meansHarold John Timperley, What War Means: The Japanese Terror in China (Victor Gollancz Ltd), Londra, 1938., mentre ulteriori informazioni sulla competizione apparvero in China Weekly Review e su altre pubblicazioni cinesi, di orientamento sia nazionalista che comunista.

Numerose fonti successive trattano i fatti come se si fossero svolti esclusivamente alle pendici della Montagna Viola (紫金山 - Zijin Shan), o addirittura dentro alla città durante il massacro di Nanchino, mentre in realtà gli articoli originali affermano che la competizione ebbe inizio a Wuxi e proseguì fino alla zona del mausoleo di Sun Yat-sen, ai piedi della seconda vetta della Montagna Viola (quindi ben fuori dalla città). A prescindere dal fatto che gli articoli furono la principale prova a carico degli indagati - e quella decisiva per la loro condanna a morte - da un punto di vista strettamente ermeneutico l'attendibilità delle fonti giornalistiche appare alla maggior parte degli storici giapponesi quantomeno problematica, soprattutto in considerazione del taglio sensazionalistico dei resoconti originali. L'analisi dei testi in lingua inglese (quindi di seconda mano) comparsi nel Japan Advertiser rivela, al contrario, uno stile più asciutto e distaccato, tanto che la minore enfasi conferita al resoconto, in astratto, potrebbe essere intesa a rimarcare una presa di distanza ideologica da parte del traduttore e/o del giornale rispetto ai fatti rappresentati.

Sta di fatto che molti studiosi anche moderni (tra gli altri Iris Chang, Erwin Wickert, Jonathan Spence) continuano a ritenere che il contenuto degli articoli, se non completamente autentico, rifletta comunque fatti storici. A margine di quanto sopra è da notare che, nel corso degli anni, gli avvenimenti successivi hanno posto seri dubbi sull'affidabilità degli stessi giornalisti indicati come autori degli articoli originali. In particolare Kazuo Asami è stato accusato di avere dapprima esaltato le gesta dell'esercito imperiale, fornendo resoconti enfatici e ricchi di imprese mirabolanti, con l'ambizione non segreta di sfruttare quest'opera di piaggeria per fare carriera nel giornalismo, salvo poi riscoprirsi improvvisamente comunista e maoista, ed iniziare, nel nome d'una fede di solo recente acquisizione nell'amicizia sino-giapponese, un'attività volta a denigrare sistematicamente l'esercito che fino a poco tempo prima aveva incensato nei propri articoli.