Era considerato un sovrano capace e riuscì a riconquistare i territori e la posizione politica persi dal padre, anche se questo sforzo alla fine gli costò la vita.

Biografia Nascita Ferrandino nacque il 26 giugno 1467 a Castel Capuano, residenza che re Ferrante aveva ceduto al figlio Alfonso e alla moglie Ippolita Maria Sforza quale dono di nozze. Sua madre Ippolita si trovò da sola a partorire, in quanto il marito era impegnato sul fronte di guerra in Abruzzo a combattere contro i fiorentini, mentre il suocero si trovava in Terra di lavoro. La nascita del principe nondimeno fu subito salutata con grande gioia, in quanto il regno aveva avuto il suo erede legittimo.Storie minime, Alessandro Cutolo, 1963, pp. 85-90.

Fu battezzato il 5 luglio e gli furono imposti i nomi Ferdinando, in onore del nonno, e Vincenzo, per devozione della madre a San Vincenzo Ferreri. Fu poi chiamato - per distinguerlo dall'avo - con il diminutivo Ferrandino, o anche, popolarmente, Ferrando minore o Fernando.

Le lettere della madre risalenti a questo primo periodo lo descrivono come un neonato sano, bello e capriccioso, difatti è Ippolita stessa ad informare la propria madre Bianca Maria Visconti che Ferrandino è "bello como una perla" ma "piacevole con ogni persona excepto con meco; ho speranza in brevi giorni deveneremo domestici et amici".

Nel 1475, dunque all'età di otto anni, il vescovo Sacramoro da Rimini lo descrive come "uno gentilissimo figliolo de la sua età, bello et ben saviolo".Patrizia Mainoni (a cura di), Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale, Viella, p. 433. Gioventù Ebbe come precettori, ma anche come consiglieri e segretari, Aulo Giano Parrasio, Gabriele Altilio e il Chariteo, che seguirono il loro allievo anche quando questi, ancora adolescente, fu chiamato a cimentarsi nell’arte della guerra.

All'età di quattordici il nonno Ferrante lo mise a capo di una spedizione militare diretta in Abruzzo, in qualità di luogotenente del re, con il compito di difendere i litorali dagli attacchi della flotta veneziana, quando, conclusa la riconquista di Otranto, si aprì un nuovo fronte di guerra fra Venezia e Ferrara (Guerra del sale, 1482-1484) e Ferrante dovette intervenire in difesa del genero Ercole I d'Este.

Negli anni successivi Ferrandino difese continuamente il regno, combattendo contro i baroni ribelli durante la seconda rivolta baronale che tra il 1485 e il 1486 mise molto in difficoltà re Ferrante.

Giovanni Sabadino degli Arienti narra di un certo suo incidente avvenuto in un giorno imprecisato, ma poiché lo scrittore lo colloca alcuni mesi prima della morte di Ippolita Maria Sforza, sarebbe da fare risalire a quando il giovane principe aveva circa vent'anni. Accadde dunque che Ferrandino "per grandeza et prestantia de animo, travagliando uno gagliardo cavallo, quello li cade addosso, per modo che fu levato credendosi fusse morto". Il principe sarebbe allora rimasto in coma per tredici giorni, fino a quando la madre Ippolita, piangendo e invocando devotamente l'aiuto della Vergine con infinite preghiere, ottenne che "li smarriti, o forsi perduti spiriti retornarono ne lo exanimato corpo del figliuolo". Sebbene la vicenda risulti inverosimile si ha notizia da parte degli ambasciatori di una sua rovinosa caduta da cavallo avvenuta nell'estate del 1486: inizialmente al principe parve di non essersi fatto nulla, infatti non volle farsi medicare,Archivio Storico per le Province Napoletane, Nuova serie Anno IX. - XLVIII. dell'intera collezione, 1923, p. 234. poi però fu assalito da una grande febbre e stette in pericolo di vita.Corrispondenza degli ambasciatori fiorentini a Napoli, Volume 8, 2002, p. 628. Poiché era ormai dato per morto e senza più speranza di guarigione, fu "opinione de tucto lo populo" che fossero state le "orationi infinite fece fare la Ill.ma madamma duchessa sua madre" a liberarlo dal male. Come ex voto il padre Alfonso fece fare un'immagine in argento del principe e la donò alla chiesa di Santa Maria di Loreto, dove si era recato a richiedere la grazia.Documenti per la storia: Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello ... da un codice della Biblioteca nazionale di Francia, Di Joampiero Leostello · 1883, p. 116.

Fra' Bernardino da Rende riferisce invece di due sue malattie, occorse in data imprecisata: una prima in concomitanza con quelle altrettanto gravi del padre e del nonno, e una seconda singola. In entrambi i casi Ferrandino fu in fin di vita e ottenne di essere risanato in grazia delle interminabili preghiere, delle processioni e dei pellegrinaggi indetti dalla madre Ippolita, la quale ella stessa si recò scalza fino a Sorrento attraverso la montagna. Essendo stato risanato, Ferrandino, seppure ancora "tenniro e delicato como un giglio, andò menzo a cavallo e menzo a piede" a raggiungere la madre presso la chiesa di Santa Maria a Rivo di Casa Arlana.

L'invasione francese

Alla morte del fratello minore Pietro, avvenuta per malattia nel 1491, egli rimase l'unico figlio maschio legittimo del padre Alfonso. La sorella, Isabella, era andata sposa a Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano. Il ducato di Milano era però da anni sotto la reggenza di Ludovico il Moro, che non era intenzionato a cedere il governo al nipote neppure quando quest'ultimo raggiunse la maggiore età.Studi sulla crisi italiana alla fine del secolo XV, Paolo Negri, in Archivio storico lombardo, Società storica lombarda, 1923, pp. 20-26. Alfonso intendeva venire in soccorso della figlia Isabella dichiarando guerra al Moro, ma Ferrante, più cauto, si impegnò per evitare il conflitto. Il Moro infatti, fratello di Ippolita (madre di Ferrandino) e marito di Beatrice d'Este (nipote e figlia adottiva di Ferrante, nonché cugina di Ferrandino e Isabella), era in un certo qual modo imparentato con la casa d'Aragona e Ferrante con questa scusa scelse la via della neutralità, dichiarando di amare entrambe le nipoti alla stessa maniera.Studi sulla crisi italiana alla fine del secolo XV, Paolo Negri, in Archivio storico lombardo, Società storica lombarda, 1923, pp. 35-37.

Il vecchio Ferrante morì il 25 gennaio 1494. Gli succedette Alfonso II, il quale non tardò a dichiarare guerra al Moro. Quest'ultimo rispose alla minaccia lasciando via libera al monarca francese Carlo VIII di discendere in Italia per riconquistare il regno di Napoli, che riteneva usurpato dagli Aragonesi agli Angioni napoletani.; ..

Alfonso affidò la flotta al fratello Federico e l'esercito di terra al figlio. In qualità di capitano supremo dell'esercito, Ferrandino seppe imporre ai propri uomini ordine e disciplina. Sotto minaccia di pena di morte vietava ai soldati di abusare le donne. Nel settembre-ottobre sostò con le truppe in Romagna, dove ricercò - con espedienti non meno seduttivi che politici - l'alleanza di Caterina Sforza, signora di Forlì e Imola, essendo lo stato di costei luogo importante di transito verso Napoli.

Le fonti lo descrivono sempre impaziente di scontrarsi con i francesi e di mettere alla prova le proprie capacità belliche. Difatti trovandosi nei pressi di Imola, il 16 settembre 1494, "con lo elmetto in testa et la lanza su la cossa" scese a sfidare apertamente i francesi, e vedendo che il nemico non lasciava l'accampamento "mandò alcuni balestrieri lizieri a invitarlo fino a mezzo miglio a presso; et mai alcuno si appresentò". Due giorni dopo inviò un araldo al capitano nemico, Gianfrancesco Sanseverino d'Aragona conte di Caiazzo, a domandargli "se voleva venir rompere qualche lanza", con esito negativo. Ripeté allora la sfida al capitano francese, Robert Stuart d'Aubigny, e il francese stavolta accettò, ma il conte di Caiazzo impedì che si tenesse la prova e Ferrandino, deluso, dovette accontentarsi di piccole schermaglie. I francesi non accettavano battaglia campale poiché, di giorno in giorno, attendevano ad aumentare di numero. Essi studiarono inoltre il modo di distogliere dalla contessa Caterina dall'alleanza aragonese, come voleva lo zio Ludovico il Moro. A provocare la rottura fra i due fu poi il cosiddetto sacco di Mordano, avvenuto tra il 20 e il 21 ottobre: attorno alla città di Mordano si erano radunati tra i quattordicimila ai sedicimila francesi per cingerla d'assedio e al contempo per prendere in trappola Ferrandino, il quale disponendo di un minor numero di uomini sarebbe stato quasi sicuramente sconfitto.

Egli perciò, su consiglio dei propri generali, decise di non rispondere alle richieste di aiuto della contessa. Stando al cronista Antonio Grumello Pavese, invece, Ferrandino si addolorò molto alla notizia del sacco e predispose l'esercito per attaccare battaglia al Sanseverino, ma quest'ultimo - avendo conosciute le sue intenzioni per mezzo di spie - spostò le proprie truppe segretamente e si fortificò in "boni bastioni", cosicché Ferrandino "di mala voglia" dovette desistere. Caterina passò dalla parte dei francesi, rompendo l'alleanza con i napoletani, e pertanto Ferrandino, appresa la notizia, sotto una pioggia dirotta fu costretto a lasciare Faenza con i propri uomini e a mettersi sulla via per Cesena.conte Pier Desiderio Pasolini, Caterina Sforza, 1913, pp. 341-345.

Dopo avere lasciato la Romagna, Ferrandino si recò a Roma ad esortare papa Alessandro VI "a star costante et saldo, et a non abbandonar el re suo padre". Ma il Papa, riluttante, cedette infine anch'egli ai francesi, ma gli offrì un salvacondotto con il quale avrebbe potuto attraversare indisturbato l'intero Stato Pontificio così da tornarsene a Napoli. Ferrandino rifiutò e l'ultimo giorno dell'anno se ne uscì per la porta di San Sebastiano, proprio mentre da quella di Santa Maria del Popolo entrava re Carlo VIII con l'esercito francese. Con l'avvicinarsi delle truppe nemiche, Alfonso II, conoscendo di essere profondamente odiato dal popolo napoletano e dalla nobiltà a seguito della congiura dei baroni, pensò di assicurare maggiore stabilità al trono e alla discendenza abdicando in favore del giovane Ferrandino ed egli ritirarsi a vita monastica presso il monastero di Mazzara in Sicilia. Questa decisione sarebbe stata maturata a seguito dell'apparizione del fantasma del padre Ferrante a un suo medico, al quale il defunto re avrebbe detto di abbandonare ogni speranza, perché la casa d'Aragona era destinata a estinguersi per l'enormità dei propri peccati.Vite de' re di Napoli con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascuno sovrano per Niccolo Morelli, 1849, p. 205.

A differenza del padre, temutissimo, Ferrandino era molto amato da tutta la popolazione "per essere human et benigno re", qualità che dimostrò sin da subito, restituendo, nonostante la situazione di profonda crisi economica, ai legittimi proprietari le terre ingiustamente sottratte dal padre per la costruzione della villa di Poggioreale, alle monache della Maddalena il convento che Alfonso aveva loro espropriato per la costruzione della villa detta della Duchesca, e parimenti restituendo la libertà a coloro che da anni languivano nelle malsane prigioni del castello. "El Re Alfonso è a Palermo, mal visto da ogn'un, - scrive Malipiero - così come 'I Re Ferando so fio è molto amado per la sua liberalità e piacevolezza".. Sfidò a duello il re Carlo VIII per decidere alla vecchia maniera a chi spettasse il possesso del regno, ma il monarca francese non volle affrontarlo.

Malgrado ciò, le città iniziarono a darsi spontaneamente ai francesi e i capitani e i generali a favorirne l'avanzata. Tornato a Napoli da Capua, Ferrandino lamentava che la Fortuna gli fosse avversa e che stesse perdendo il regno "senza aver rotto una lancia". Quando poi gli fu riferito che il popolo stava saccheggiando le sue scuderie, infuriato, con un manipolo di uomini accorse sul luogo con lo stocco sguainato e si mise a rimproverare veementemente i saccheggiatori, ferendone alcuni e recuperando un certo numero di cavalli.