Descritto come rappresentante di un populismo autoritario, sin dalla sua elezione Duterte ha avviato una cosiddetta "guerra alla droga" a livello nazionale, che ha portato ad un aumento delle uccisioni extragiudiziarie nell'arcipelago, mentre sul fronte estero ha perseguito una politica più indipendente dagli Stati Uniti d'America e aperto ad altre potenze mondiali quali Cina e Russia.

Nel dicembre 2016, si è piazzato al 70º posto nella classifica delle persone più potenti del mondo secondo Forbes. Nell'ottobre 2021, Rodrigo Duterte ha annunciato che non si sarebbe candidato alla vicepresidenza nelle elezioni del 2022 e che si sarebbe ritirato dalla vita politica.

L'11 marzo 2025 è stato arrestato a Manila dalla polizia nazionale filippina su mandato della Corte penale internazionale con l'accusa di crimini contro l'umanità per la campagna contro il narcotraffico costata la vita a migliaia di persone.

Biografia Le origini e la gioventù Figlio dell'avvocato Vicente Duterte e dell'insegnante Soledad Roa, Duterte è vissuto nella regione di Davao dove il padre aprì uno studio privato; ha quindi studiato a Davao per poi laurearsi in scienze politiche nel 1968 a Manila e in giurisprudenza nel 1972. Durante gli studi divenne membro del movimento studentesco di sinistra Kabataang Makabayan, i Giovani Patrioti, fondato nel 1964 e i cui principali componenti avrebbero fondato il Partito Comunista delle Filippine. Sempre qui ebbe come professore Jose Maria Sison, futuro capo del CPP e predicatore di ideali comunisti ed anti-statunitensi.

Duterte ha quattro figli, Paolo (1975), Sara (1978), Sebastian (1987) e Veronica (2004), due dei quali attivi in politica: Sara è stata sindaca di Davao e prima donna a ricoprire tale posizione mentre Paolo è stato più volte vicesindaco della città.

Carriera politica L'attività a Davao (1988-2016)

A seguito della rivoluzione del Rosario che pose fine alla Presidenza di Ferdinand Marcos nel 1986, Duterte venne nominato vicesindaco della città di Davao. Nel 1988, si candidò con successo per la carica di Sindaco, posizione che avrebbe ricoperto sino al 1998. In una mossa senza precedenti, designò uomini di governo che rappresentavano le minoranze Lumad e Moro, sino ad allora trascurate, instaurando un modello che sarebbe stato in seguito applicato anche in altre parti dell'arcipelago.

Nel 1998, non potendosi candidare per un ulteriore mandato come Sindaco, Duterte venne scelto come rappresentante congressuale per il primo distretto di Davao.

Nel 2001, fu eletto nuovamente Sindaco, imponendosi a grande maggioranza ed occupando tale carica sino al 2010.6 Things You Need To Know About Davao City Mayor Rodrigo Duterte Doon Po Sa Amin.

Durante il mandato di sindaco di Davao Duterte ha posto particolare attenzione all'ordine pubblico della città: precedentemente nota per l'elevato tasso di criminalità, il Comune ha infatti vissuto sotto il mandato di Duterte un sensibile calo dei reati, divenendo una delle metropoli considerate più sicure al mondo. Duterte è però anche oggetto di pesanti critiche mossegli dalla Commissione dei Diritti Umani delle Filippine e da Amnesty International per aver tollerato numerosi assassinii perpetrati presumibilmente dagli squadroni della morte di Davao (noti localmente come Davao Death Squads oppure DDS) a danno di sospetti criminali. Duterte ha ammesso l'esistenza di tali squadroni e la propria partecipazione ad alcune loro attività per poi ritirare in parte le sue affermazioni.

La campagna presidenziale del 2016

Il PDP-Laban, partito di Duterte, si è presentato alle elezioni presidenziali del 2016 candidando Martin Diño; pur avendo scelto inizialmente di ricandidarsi solo a sindaco di Davao, Duterte aveva accettato di sostituire Diño in caso di un suo ritiro. che poi avvenne il 29 ottobre. Dopo un lungo tira e molla, il 21 novembre, in un incontro svoltosi al Collegio di San Beda, Duterte annunciava quindi la propria candidatura alle elezioni del 2016 in sostituzione di Martin Diño, accettando inoltre l'invito da parte di Alan Peter Cayetano (candidatosi vicepresidente) a formare un tandem per le elezioni presidenziali del 2016. Alcuni giorni dopo, il 27 novembre, Duterte presentò il suo certificato di candidatura a presidente, nel quale accettava tra l'altro la nomina ricevuta dal suo partito, il PDP-LABAN. Nel processo, Duterte nominò la figlia Sara come sostituta per la posizione di Sindaco. Il 17 dicembre, la Commissione per le Elezioni approvò ufficialmente la candidatura del sindaco di Davao.

Noto in patria con il soprannome di The Punisher (in italiano il Castigatore), attribuitogli dalla rivista statunitense Time Magazine per via della rigida politica di ordine pubblico e della cosiddetta tolleranza zero applicata nei confronti delle organizzazioni criminali durante i mandati di sindaco nella città di Davao,Zabriskie, Phil: The Punisher , Time magazine (Asia edition), June 24, 2002. URL last accessed 2006-10-12. Duterte aveva acquisito una vasta notorietà in patria. Venne presentato dalla stampa internazionale come il "Donald Trump delle Filippine", benché le affinità col magnate statunitense fossero solo parziali.

A differenza degli altri candidati, Duterte era considerato un outsider, ovvero proveniente da umili origini e non membro dei grandi gruppi familiari che avevano in mano il potere, di cui facevano parte anche ex presidenti come lo stesso Benigno Aquino III. Molti suoi discorsi si focalizzarono proprio su questo aspetto, nonché sulla mancanza di fondi e di macchine politiche del sindaco, a differenza dei suoi rivali. Durante la campagna presidenziale, creò numerose aspettative: la sua promessa di reprimere il crimine, il traffico di droghe illegali e la corruzione nel paese in un periodo che sarebbe andato dai tre ai sei mesi. Seppur consapevole della cattiva reputazione dei gruppi comunisti CPP/NDF, il sindaco di Davao affermò di essere apertamente un "candidato di sinistra".

Le elezioni si tennero il 9 maggio e vennero seguite con attenzione ed apprensione in tutto l'arcipelago: non mancarono le tensioni e le accuse di brogli elettorali. Oltre 54 milioni di persone furono chiamate alle urne. I primi exit poll lo diedero subito in grande vantaggio sugli altri candidati e nel giro di due giorni, i suoi rivali principali Grace Poe e Mar Roxas ammisero la loro sconfitta. Il presidente uscente Benigno Aquino III (endorser di Roxas) dichiarò apertamente di non sostenere la candidatura del sindaco, paragonando la sua scalata politica a quella di Adolf Hitler.

Il 16 maggio, in una conferenza stampa, annunciò di voler reintrodurre l'uso della pena capitale nel paese. Questa era stata annullata dall'ex Presidente Gloria Macapagal-Arroyo nel 2006. In particolare, Duterte dichiarò di voler utilizzare soltanto l'impiccagione poiché riteneva gli altri metodi come "uno spreco di risorse". Affermò inoltre di voler dare ulteriore potere alle forze dell'ordine, permettendo ai poliziotti di sparare a vista sui sospetti criminali. Nella stessa circostanza propose anche di affidare cariche di governo ad esponenti del Partito Comunista delle Filippine e del Fronte Democratico Nazionale.

Tra le altre proposte del nuovo governo Duterte vi furono l'imposizione di un coprifuoco per i minorenni, così come una legge antifumo, un divieto di alcolici nelle ore notturne ed una norma per proibire la circolazione per strada a torso nudo. Vi fu anche l'apertura alla sepoltura delle spoglie dell'ex Presidente Ferdinand Marcos al Libingan ng mga Bayani (cimitero degli eroi), argomento di dibattito tra il popolo filippino da oltre vent'anni. Lo stesso Duterte non nascose la sua ammirazione per il Presidente ilocano, definendolo come "il più brillante di tutti" e ricordando con piacere la sua abilità nell'utilizzare le forze del governo "per ottenere quello che desiderava veramente".

Il conteggio ufficiale dei voti venne effettuato come da tradizione dal Congresso, dal 25 al 27 maggio. Duterte ottenne una vittoria schiacciante, ottenendo 16.601.997 voti (quasi il 40%), mentre per la vicepresidenza (carica autonoma) trionfò a gran sorpresa la candidata liberale Leni Robredo. Le proclamazioni dei due vincitori si tennero il 30 maggio ma il sindaco non vi si presentò, dichiarando di avere altri impegni a Davao.

Duterte, che aveva vinto le elezioni presidenziali del 9 maggio 2016 con un ampio margine, si insediò alla presidenza il 30 giugno successivo.

L'insediamento al Malacañang e la presidenza

La transizione presidenziale incominciò il 30 maggio 2016, quando il Congresso filippino dichiarò ufficialmente Duterte Presidente eletto in quanto vincitore delle elezioni.

Il 31 maggio Duterte presentò alla stampa il gabinetto di governo composto da ex-militari, membri di precedenti amministrazioni e figure di estrema sinistra. Le scelte non furono prive di contestazioni: diversi analisti bollarono il nuovo gabinetto presidenziale come una cerchia di KKK (acronimo delle parole filippine Kabarilan, Kaklase, Kakampi, ossia "Compagni d'armi, Compagni di classe, Alleati"), similarmente a quello di Benigno Aquino III, in quanto molti dei suoi membri erano semplici amici o principali sostenitori finanziari della campagna elettorale del sindaco.

I frequenti crimini e il diffuso narcotraffico nel Paese spinsero Duterte a chiedere l'aiuto della popolazione attraverso la "giustizia fai-da-te", promettendo ricompense in denaro per coloro che avessero aiutato a catturare, vivi o morti, sospetti criminali o trafficanti di droga. L'amministrazione propose infatti di applicare una taglia sulla testa dei principali narcotrafficanti dell'arcipelago. Più tardi Ronald dela Rosa, agente di Polizia dal pugno di ferro e nominato da Duterte come prossimo capo del PNP, rivelò che i narcotrafficanti avevano a loro volta messo in palio 50 milioni di pesos a chiunque avesse assassinato o lui o il neo presidente. Già dopo l'elezione di Duterte aumentarono considerevolmente le uccisioni quotidiane di sospetti trafficanti di droga da parte della polizia filippina.

Ancor prima del suo insediamento ufficiale, Duterte diede la priorità agli accordi di pace con il Partito Comunista delle Filippine ed il Fronte Democratico Nazionale (CPP-NDF), entrambi autori di violente insurrezioni durante gli anni settanta ed ottanta. Il 14 giugno, Duterte mandò ad Oslo alcuni suoi uomini di governo per dare inizio alle trattative preliminari con i due gruppi, rappresentati dai ribelli Jose Maria Sison e Luis Jalandoni. Alcuni giorni dopo, Duterte iniziò una serie di incontri anche con il Fronte di Liberazione Islamico Moro (MILF) ed il Fronte di Liberazione Nazionale Moro (MNLF), entrambi a sostegno delle sue politiche riconcilianti e del Bangsamoro Basic Law. A gran sorpresa, Duterte aprì anche al dialogo con il gruppo terroristico Abu Sayyaf, invitando i suoi componenti a porre fine alle loro attività.

Con la sua elezione, il Presidente eletto dichiarò di voler sradicare la cosiddetta Manila imperiale con un decentramento di poteri alle periferie e di voler promuovere un nuovo metodo di governo dedito al servizio pubblico ed alla lotta contro la povertà.