La nobiltà dell'Italia (detta per sineddoche anche aristocrazia italiana) è la classe sociale aristocratica che si formò nei vari Stati preunitari italiani e che, successivamente, divenne la nobiltà del Regno d'Italia, dal 1861 (proclamazione del Regno d'Italia) al 1946 (nascita della Repubblica Italiana).

Nell'ordinamento repubblicano da allora vigente, le cariche nobiliari non hanno alcuna rilevanza giuridica o istituzionale.

Storia La nobiltà nel Regno d'Italia tra legislazione e decadenza

Nell'Italia da poco unificata, tra il 1861 e il 1869, si compì un ciclo normativo sulla nobiltà apertosi alla fine del Settecento e già gran parte realizzato in tutta la penisola negli anni napoleonici. Lo Statuto Albertino, la legge fondamentale del Regno d'Italia, fece delle titolature nobiliari una materia costituzionale, assegnando al re d'Italia il potere di conferirne di nuove. Lo Statuto sabaudo era contraddittorio poiché queste distinzioni sociali di rango venivano poi negate dall'articolo 24, secondo il quale tutti i "regnicoli" (ossia gli abitanti del Regno), quali che fossero i loro titoli o gradi, erano uguali davanti alla legge. Tutti godevano di eguali diritti civili e politici a priori. Il rilievo pubblicistico dei titoli nobiliari all'inizio della vita dell'Italia post-unitaria fu quasi inesistente. L'articolo 80 dello Statuto impose una revisione nel campo degli ordini cavallereschi: vennero aboliti tutti gli ordini nobiliari degli ex Stati preunitari, confermando solo quelli sanciti da Casa Savoia (ad esempio, l'Ordine civile di Savoia, l'Ordine militare di Savoia, l'Ordine supremo dell'Annunziata, l'Ordine della Corona d'Italia). Significava quindi non riconoscere meriti e titoli conferiti da sovrani destituiti dalla nuova casa regnante dell'Italia unita (ad esempio, venne abolito l'Ordine Costantiniano di San Giorgio, presente nel Sud borbonico ma anche nell'ex Ducato di Parma). Questo riordinamento non poté altro che diminuire di numero i nobili di sangue in tutto il paese, poiché tra l'altro gli ordini cavallereschi sabaudi erano personali e non ereditari. Non fu più neanche un prerequisito per partecipare alla vita di corte essere nobile o di discendenza nobile. In Italia i titoli nobiliari dall'Unità in poi non ebbero più rilievo nel campo del diritto pubblico né in quello privato. L'adozione del nuovo Codice civile nel 1865 abolì le norme successorie d'Antico Regime e ripristinò quelle francesi.

Lo storico italiano Alberto Mario Banti ha parlato di "ceto-non ceto": si dava riconoscimento giuridico ai titoli nobiliari, ma questi titoli erano svuotati di privilegi di qualunque natura, riempiti occasionalmente di tronfie strategie sociali, dalla soddisfazione di esibire i propri titoli nei salotti mondani e i propri stemmi araldici delle proprie residenze. Nella prima Legislatura del Regno d'Italia la percentuale di nobili in Parlamento era del 29,4%; nel 1876 si abbassò a 22,7%; nel 1896 la percentuale risalì al 25,3%. Solo nel periodo della Destra storica, in questo raggruppamento politico i nobili erano quasi la metà di tale classe dirigente (43%), che crollò comunque vistosamente, arrivando nel 1903 ad essere solo il 16%, tornando sul 20,3% nel 1913. Il peso nobiliare nel Regio Esercito era ancora più ridotto: gli ufficiali aristocratici erano solo l'8,3% nel 1872, il 3,1% nel 1887; i generali aristocratici erano il 39,7% nel 1863, ridottisi poi al 33,6% nel 1887. Solo nel corpo diplomatico la presenza nobile fu apprezzabile: nel periodo 1861-1915 i diplomatici nobili furono il 43,2%, con una punta del 65% tra quelli operanti all'estero.

Dal punto di vista patrimoniale le rendite e i possedimenti nobiliari in Italia dopo l'Unità subirono drastici ridimensionamenti in tutte le città e province, probabilmente questo fenomeno di deprezzamento e di svendita fu dovuto anche all'ascesa della borghesia come classe sociale dominante e all'entrata della nazione nell'epoca capitalistica industriale. Ad una svalutazione giuridico-istituzionale dei titoli nobiliari, corrispose un peso politico-economico quantitativamente ridotto e progressivamente decrescente delle nobiltà italiane. Nonostante l'evidente declino del titolo, l'accesso a queste distinzioni esercitò una straordinaria attrazione sul mondo borghese. Quando, nel 1869, venne costituita la Consulta araldica per la verifica e la conferma dei titoli nobiliari negli Stati preunitari, le domande di riconoscimento si affollarono, e furono furibonde le lotte per la determinazione dei criteri da seguire per il conseguimento di queste operazioni. Dal canto loro i Savoia seguirono una politica di nobilitazione molto cauta: ma il fascino del titolo tra l'alta borghesia imprenditoriale e i grandi industriali era davvero forte. Non c'è guida commerciale di una grande città italiana che dall'unificazione alla fine del secolo non pretendesse di figurare tra le famiglie nobili locali. Anche lo storico britannico Eric Hobsbawm parlò della borghesia europea ottocentesca come affamata di "nobilitazioni", che rappresentavano uno status symbol irrinunciabile, ma del tutto onorifico in molti casi e come adesione borghese all'ordine dominante.

Soprattutto nell'Italia centro-settentrionale (a Milano, a Torino, o in Toscana) si creò spesso una frattura tra coloro che scelsero queste soluzioni e altri che trovarono delle iniziative imprenditoriali in campo agricolo o un intenso protagonismo di area liberale. Furono proprio questi nobili "adottivi" e imprenditori a dare la spinta politica alla nuova classe dirigente liberale, a differenza degli aristocratici di vero "sangue blu". A Napoli, ad esempio, persistette a lungo una nobiltà assenteista che era esclusivamente interessata alla vita di corte con strategie endogamiche; l'altra delle province meridionali diede vita al secolare notabilato del Mezzogiorno.

L'assenza della nobiltà nei centri di potere Nella Germania imperiale e nel Regno Unito le nobiltà ottocentesche si muovevano tra le contee e il Parlamento o tra i distretti provinciali e la corte, costituendo un'élite socialmente omogenea, concorde sui fondamenti costituzionali del potere. Nel caso italiano postunitario, invece, la nobiltà non fu in grado di proporsi come nucleo centrale, di rilievo nazionale, delle élite del nuovo Stato, né dal punto di vista istituzionale, né dal punto di vista materiale. D'altronde, diverse erano le tradizioni alle quali le varie nobiltà regionali si richiamavano; erano tanto varie da determinare sensibilità e fedeltà politiche contrapposte. Diverse poi erano le società civili regionali nelle quali si riconoscevano. Nonostante i sentimenti legittimisti anti-unitari manifesti nelle ex nobiltà dei Ducati di Parma e di Modena, in quelle filo-borboniche del Mezzogiorno o nell'aristocrazia nera di Roma e del Lazio fedele all'ex Papato, il politico e giornalista Leone Carpi nel 1878 scriveva che non ci fosse francamente alcun pericolo di revanscismo nobiliare legittimista e che "sarebbe follia il credere ch'essa osasse scongiurare in danno delle nuove istituzioni per far trionfare un passato che è spento per sempre". Il processo di unificazione nazionale piuttosto tardo non consentì una ricomposizione unitaria della nobiltà italiana che ne sancì il declino definitivo a livello socio-materiale e la emarginò progressivamente da ogni decisionismo e influenza politici.

Le nobilitazioni durante lo Stato liberale e il fascismo I re d'Italia crearono a posteriori titoli nobiliari per i sudditi più eminenti, questa volta validi per tutto il territorio italiano. Ad esempio, il generale Enrico Cialdini fu creato Duca di Gaeta per il suo ruolo durante l'unificazione. La pratica continuò fino al XX secolo, quando le nomine sarebbero state fatte dal presidente del Consiglio e approvate dalla Corona. Dopo la Prima guerra mondiale, la maggior parte degli italiani che furono nobilitati ricevettero i loro titoli attraverso il patrocinio del governo Mussolini. Esempi includono il generale Armando Diaz (Duca della Vittoria), l'ammiraglio Paolo Thaon di Revel (Duca del Mare), il commodoro Luigi Rizzo (Conte di Grado e di Premuda), Costanzo Ciano (Conte di Cortellazzo e di Buccari), Dino Grandi (Conte di Mordano) e Cesare Maria De Vecchi (Conte di Val Cismon). Molti di questi erano titoli di vittoria per i servizi resi alla nazione nella Grande Guerra. Lo scrittore e aviatore Gabriele d'Annunzio fu creato Principe di Monte Nevoso nel 1924, e il fisico, inventore e premio Nobel Guglielmo Marconi fu anch'egli nobilitato nel 1924 come Marchese Marconi. Nel 1937, Ettore Tolomei fu nobilitato come Conte della Vetta. Quando il cardinale Eugenio Pacelli divenne Papa nel 1939, Mussolini fece conferire postumo il titolo di Principe al fratello del nuovo Pontefice Francesco Pacelli, che era già stato nominato Marchese dalla Santa Sede durante la sua vita.

Nel 1929, il Trattato Lateranense riconobbe tutti i titoli papali creati prima di quella data e si impegnò a dare un riconoscimento indiscusso ai titoli conferiti dalla Santa Sede ai cittadini italiani in futuro.

Dopo la riuscita invasione italiana dell'Abissinia, Mussolini raccomandò alcuni italiani al re d'Italia per titoli nobiliari. Ad esempio, il maresciallo Pietro Badoglio fu creato Marchese del Sabotino e in seguito Duca di Addis Abeba, mentre il generale Rodolfo Graziani divenne Marchese di Neghelli.

Nel maggio 1936 il re Vittorio Emanuele III fu nominato Imperatore d'Etiopia e mantenne questo titolo fino al settembre 1943, quando l'Italia si arrese agli Alleati durante la Seconda guerra mondiale. Nel novembre 1943 Vittorio Emanuele III di Savoia rinunciò formalmente al titolo di Imperatore d'Etiopia (e anche di Re d'Albania, ottenuto nel 1939)Indro Montanelli, Mario Cervi, Storia d'Italia. L'Italia della guerra civile , RCS, 2003.

Principali normative Fonte principale del diritto nobiliare del Regno d'Italia era l'articolo 79 dello Statuto albertino: «…i titoli di nobiltà sono mantenuti per coloro che vi hanno diritto; il re può conferirne dei nuovi.» (nobiltà per lettere patenti). I provvedimenti nobiliari venivano suddivisi in due categorie: quelli reali (di grazia) e quelli ministeriali (di giustizia). I primi, ovviamente, discrezionali; i secondi dovuti (a norma della prima parte dell'art. 79 dello Statuto). Un titolo nobiliare era da considerare "esistente" indipendentemente dal "riconoscimento" amministrativo o giurisdizionale, che aveva solo una funzione di accertamento, peraltro necessario al legittimo uso ufficiale dello stesso. Una famiglia che non aveva chiesto riconoscimento, pur possedendo tutte le qualità della nobiltà, finché non otteneva un pubblico attestato, apparteneva di fatto alla nobiltà, ma non ufficialmente, e quindi non poteva usarne gli attributi di onore, mentre una famiglia che aveva ottenuto attestato di riconoscimento era nobile di fatto e di diritto, "nobile di qualità e di titolo".Giovanni Maresca di Serracapriola, "Nobiltà", in: Antonio Azara e Ernesto Eula Novissimo Digesto Italiano, vol. XI, Torino 1976, p. 288.

Con regio decreto n. 313 del 10 ottobre 1869 venne istituita la Consulta araldica del Regno, organo consultivo del governo, competente per le questioni nobiliari e araldiche. Gli interessati, previo espletamento di una procedura di carattere amministrativo presso gli organi araldici dello Stato, potevano ottenere l'iscrizione nel Libro d'oro della nobiltà italiana e in altri registri araldici, come l'"Elenco ufficiale della nobiltà italiana".